Così parlò Greta Thunberg

DISCORSO ALL’ ONU – 23 SETTEMBRE 2019:

Il mio messaggio è: vi teniamo d’occhio. Tutto questo è sbagliato! Io non dovrei essere su questo luogo adesso. Dovrei essere a scuola. Dall’altro lato dell’oceano.

Invece voi adulti avete chiesto a noi giovani di venire qui in nome della speranza. Come osate (How dare you)? Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote, e io sono tra i ragazzi fortunati.

Le persone soffrono, stanno morendo. I nostri ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui vi interessate sono i soldi e le falsità su una crescita economica?!

Ma come osate? Sono più di 30 anni che la scienza è chiara nei suoi messaggi: come fate a non considerarla? A venire qui dicendo che state facendo abbastanza… Invece in realtà la politica e i governi sono ancora così lontani.

Dite che ci ascoltate e che capite l’urgenza. Indipendentemente da quanto io sia triste e arrabbiata, sappiate che non vi credo. Perché se davvero avete capito la situazione e continuate ad agire in modo errato, allora siete da considerare dei malvagi. E io mi rifiuto di crederci.

L’idea di tagliare le emissioni ci dà solo il 50 % delle possibilità. Rimanendo sotto 1.5 gradi di innalzamento delle temperature ed evitando una reazione a catena di eventi fuori dal nostro controllo.

Il 50 % forse è accettabile per voi, ma questi numeri non tengono in considerazione alcuni punti critici. Come i cicli di retroazione, l’ulteriore riscaldamento dovuto all’inquinamento dell’aria, o le questioni riguardanti la giustizia e l’equità.

Tutto ciò è da considerare in riferimento al fatto che io e la generazione dei miei figli saremo costretti ad assorbire milioni di tonnellate di CO2 dall’aria con tecnologie che neanche esistono.

Quindi il 50 % di rischio non è accettabile, per noi che ne vivremo le conseguenze.

Per avere il 67% di possibilità di rimanere sotto 1.5 gradi – questa è la migliore prospettiva, secondo il gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico – il mondo avrebbe solo 420 gigatoni di diossido di carbonio da consumare. E questo partendo dal 1 gennaio 2018.

Come osate pensare che questa situazione possa essere risolta con le strategie seguite finora, a livello economico e tecnologico? Con i livelli delle emissioni di oggi, la quantità di CO2 da consumare rimasta disposizione sarà esaurito entro al massimo i prossimi 8-10 anni.

Non ci saranno né soluzioni né progetti basati su questi dati. Perché queste cifre sono troppo scomode e non siamo così maturi per dire le cose come stanno.

Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento. Lo sguardo delle future generazioni è puntato su di voi. Se decidete di deluderci, allora sappiate che non vi perdoneremo mai.

Non vi lasceremo proseguire così. Qui e in questo momento noi segniamo la linea. Il mondo si sta svegliando e, vi piaccia o no, il cambiamento sta arrivando.

Sono passati 15 mesi da quando Greta pronunciò questo vibrante discorso davanti ai capi di Stato del pianeta. Sembra un decennio fa, una “moda” passata, ma quelle parole sono ancora lì, pesanti come macigni. L’unica cosa da cambiare oggi è il tempo rimasto a disposizione per cercare di invertire la rotta (sempre che ce ne sia), per il resto TUTTO è rimasto immutato. Il 2020 è risultato uno dei 3 anni più caldi della storia, ma stiamo ancora a discutere di altro e le catastrofi climatiche attorno a noi vengono classificate come semplici “capricci” meteorologici estemporanei. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ad inizio dicembre ha parlato senza mezzi termini di un “Pianeta compromesso” e di una “guerra suicida dell’ umanità contro la Natura” (https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/guerra_suicida_natura_segretario_onu_antonio_guterres_ambiente-5621903.html). La considerazione più amara è che, nel 2020, l’unico ad aver limitato in qualche modo le emissioni di CO2 è stato il Covid-19 !!

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
dopo tanti anni torno a scriverti perché temo che questa sia l’ultima occasione che ho per esprimerti la mia gratitudine … e chissà quanto tempo trascorrerà prima che tu passi di nuovo da queste parti. L’amichetta di mia figlia ha scoperto la “verità” da alcuni ragazzi più grandi ed ha deciso di accettarla. La notizia mi ha portato un po’ di paura e TANTA tristezza. Per fortuna S. non è ancora pronta a rinunciare a te (e nemmeno io !) e in questo Natale pieno di incertezze, TU resti sempre un punto fermo . Da agnostico quale sono, il Natale per me rappresenta la massima espressione del consumismo sfrenato. Dopo averlo atteso in fanciullezza e “sfruttato” in gioventù, sono arrivato a detestarlo da adulto. Negli ultimi (9) anni, però, tutto è cambiato. Non mi importa di quanto ci sia di criticabile in questo periodo, voglio soltanto vivermi lo spirito natalizio. Di sicuro sarai il primo ad essere scocciato per tutto quello che viene detto su di te. Ti hanno fatto indossare la divisa di una multinazionale per bere bevande zuccherate (non troppo salutari alla tua età) e si dice che ormai ti rifornisci di giocattoli nei centri commerciali (e gli elfi che fine hanno fatto ? Sono in cassa integrazione ?). Tutti ti vogliono per pubblicizzare i loro prodotti e vorrebbero assumerti come “uomo immagine”, naturalmente utilizzando contratti a chiamata, a progetto, a tempo determinato o qualsiasi altro modo per poterti pagare soltanto a dicembre. Visto che non si può, ti hanno “clonato” in modo da farti apparire ovunque con tanto di casa e buca per le letterine. I bambini sono in tale confusione che continuano a chiedere: “qual’è quello vero ?”. Oramai non c’è più spazio per la fantasia. Dobbiamo vedere, dobbiamo toccare. Non mi importa neppure delle contraddizioni che ti accompagnano. Si, perché vai in tutto il mondo, ma non proprio TUTTO. Ad uno sguardo superficiale potresti sembrare un po’ razzista ed anche un po’ classista, perché porti regali a tutti i bambini, ma non proprio a TUTTI (e non nelle stesse quantità). Anche il tuo nome (Santa Claus) deriva, appunto, da un santo. Questo escluderebbe una bella fetta di persone. Sono convinto che tu sia il primo a cui non piacciano queste divisioni e queste esclusioni. Non dipendono da te. Di sicuro ami la Natura e non a caso pare che il tuo “vero” abito sia verde. Vivi immerso nei ghiacci (che probabilmente si stanno sciogliendo) e nelle foreste (che probabilmente si stanno riducendo). E’ evidente, considerato dove abiti, che ti piaccia stare isolato, anche se ormai vengono a romperti i coglioni perfino lì, giusto per fare una foto da pubblicare su Instagram (questo è uno dei “piccoli” difetti della globalizzazione). Anche i tuoi spostamenti sono totalmente ecologici. Le renne (perfino quelle volanti) vanno a fieno e non a combustibili fossili. Insomma, mi stai simpatico !
Poi, sono tornato a credere in te perché la vigilia di Natale è l’unica sera dell’anno in cui mia figlia va a letto alle 9 senza fare storie e impone il coprifuoco anche a noi. Credo in te perché ti ho visto, nello scintillio dei suoi occhi quando al mattino si sveglia e corre all’albero. Il pacco è mio, ma il “miracolo” è tutto tuo. Non importa il contenuto , è la magia ciò che aspetta con tanta trepidazione . Meglio di Harry Potter, perché è “reale” ! Non te la prendere se ormai i bambini ti abbandonano presto (come l’amichetta di mia figlia). Non è colpa loro. E’ il mondo che vuole farli crescere in fretta perché inizino a consumare sul serio. E per farlo sfrutta la loro innata curiosità. Se sapessero la verità in anticipo, ci penserebbero bene prima di smettere di credere in te per iniziare a credere alle “favole” dei grandi. Purtroppo, come è accaduto a noi, lo vorranno scoprire da soli e per un genitore, non riuscire ad evitare ai figli alcune nostre delusioni, è la parte più frustrante. Però, come vedi, io sono la prova che il ciclo può ricominciare, anche da grandi. Quindi, quello che ti chiedo è di non arrenderti. Dovesse restare anche un solo bambino in tutto il mondo disposto ad aspettarti, continua a svolgere il tuo lavoro. Non quello di consegnare i giocattoli; a riempire il Pianeta di plastica siamo bravissimi da soli. Quello che devi continuare a fare (e di cui abbiamo più bisogno) è portare un pizzico di magia.

A tutti i bambini di ogni età : BUON NATALE !!! 🎅🎄🎁

Meglio ibridi che niente

In passato ho sentito spesso frasi del tipo “se ogni cinese possedesse un’ auto, per il mondo sarebbe un disastro”. Quell’ ipotesi, oggi, è realtà. La Cina è una delle potenze economiche più importanti e l’immagine di un miliardo di cinesi che si spostano in bicicletta, ormai è “ingiallita” (nel senso di anacronistica). La Cina resta l’esempio più eclatante, ma ci sono molti altri Paesi, in forte sviluppo, che reclamano (giustamente) le comodità di cui il primo mondo gode da decenni. Nel XXI secolo ci sarebbero le conoscenze per rendere i trasporti più sostenibili, ma pare non ci sia la volontà per farlo. Il settore dell’ auto stenta ad operare quella transizione indispensabile ed i governi, un po’ ostaggi, un po’ complici, spesso elargiscono ingenti aiuti economici per la produzione di veicoli con motori non troppo diversi da quelli di 100 anni fa. In Italia, escludendo poche grandi città, non è semplice rinunciare al proprio mezzo privato. Nelle periferie capita che non ci siano trasporti pubblici adeguati per raggiungere i luoghi di lavoro, le scuole o per muoversi liberamente. Le piste ciclabili scarseggiano (anche se qualcosa si sta muovendo …) o non risultano ben delineate o sicure. Tutto ciò l’ho sperimentato sulla mia pelle anche se, con qualche seccatura, sono riuscito a “sopravvivere” per oltre un anno con una sola macchina in famiglia. L’occasione è capitata in modo rocambolesco: in un incidente (dalla dinamica imbarazzante, ma fortunatamente senza conseguenze per i passeggeri) ho causato alla mia auto danni superiori al suo valore di mercato. A quel punto ho preso la palla al balzo ed ho deciso di farne a meno. Mia moglie, con un certo scetticismo (e la promessa che mi sarei accollato interamente le conseguenze) è passata da “è impossibile” fino ad accettare la mia scelta e cosi ho iniziato ad usare la bicicletta per tutti gli spostamenti quotidiani. Inaspettatamente le pressioni più grandi le ho ricevute dai genitori. Una sera, dopo la cena, mio padre mi prese da parte con una faccia da funerale, tanto da aver temuto per la salute di qualche parente, dicendomi che alla mia età (??) dovevo stare attento agli sforzi – Pedalo 70/80 Km quando lo faccio per sport, non posso farne 10 per andare al lavoro ?  – e poi per le strade si respira un sacco di smog – Certo, se tutti usano la macchina ! – . Mio suocero fu più sottile, mettendo in mezzo la bambina “costretta” a prendere freddo e a bagnarsi. E’ capitato una volta che fummo sorpresi (nel chilometro scarso di tragitto) da un temporale improvviso e dovetti cambiarle scarpe e calzini che, prudentemente, tenevo di ricambio all’asilo. Saputa la notizia ci fu una mezza tragedia. Risultato: mio suocero “all’ improvviso” decise che la sua  auto non era più adatta alle esigenze (ed ai ben 8000 km l’anno da percorrere) e me la sono ritrovata in regalo (… dopo 5 anni funziona ancora benissimo). In quel periodo ho scoperto quanto sia dura modificare le proprie abitudini e soprattutto certe impostazioni mentali, specie per i meno giovani. Quest’ anno, dovendo cambiare l’ automobile di mia moglie, abbiamo deciso di andare su una ibrida. Ci siamo prima informati sugli incentivi statali e poi scontrati con la realtà. I contributi sono scarsi e con un budget limitato. In genere, lo stesso modello in versione benzina ha un prezzo inferiore, mentre per i veicoli  totalmente elettrici i costi sono ancora più elevati (oltre ai disagi per la poca diffusione delle colonnine di ricarica). Dunque, cercare di inquinare meno risulta essere un privilegio, ma questa non è una novità. La stessa cosa capita nei prodotti per la pulizia o l’ igiene personale. Quelli più ecologici costano il triplo rispetto ai “plasticoni” da supermercato. Nonostante tutto non ci siamo fatti scoraggiare e abbiamo acquistato la nostra prima ibrida.  Naturalmente non sono mancati gli “avvocati del diavolo” con le loro opinioni: “ho letto che le ibride non sono così ecologiche”; “le batterie costano un botto e sono delicate”; “ci  sono enormi interessi economici dietro al green”. Sono conscio di non viaggiare con un calesse trainato da cavalli e nemmeno con un veicolo futuristico ad idrogeno (infatti devo sempre fermarmi al distributore). TUTTO è business e TUTTO è soggetto a usura.  Però, dopo oltre tre mesi (e tre pieni !) posso affermare di essere contento della scelta. I Km in elettrico (su percorso urbano) raggiungono quasi il 60% e ci si dimentica di fare benzina. Questo dovrà pur essere un vantaggio per l’ambiente (?!). La prossima auto mi auguro che sia (finalmente) un’ elettrica o, ancora meglio, di non averne più bisogno. 

Essere (o non essere) Social

Non sono un appassionato di Social Network, non frequento Facebook (ho aperto la pagina collegata al blog usando il profilo di mia moglie). Non sono su Twitter, Instagram o altro. Questo non significa essere fuori dal mondo digitale. E’ troppo comodo usare lo smartphone per leggere articoli, vedere video e comunicare velocemente con i propri contatti. L’argomento mi interessa ed ho preso al volo il consiglio di guardare il documentario “The Social dilemma” di Netflix. Se mi chiedessero di sintetizzare il contenuto in una sola parola, lo definirei INQUIETANTE. Nell’ ora e mezza di durata si alternano la fiction, su una normale famiglia americana, con le interviste ad ex sviluppatori ed ex dirigenti “pentiti” di alcune delle più grandi aziende che operano su Internet. Finzione e realtà si intrecciano perfettamente con il preciso scopo di far riflettere lo spettatore su come è cambiato il nostro modo di pensare (e di agire) negli ultimi 15 anni. La prima frase che mi è arrivata come un pugno nello stomaco è stata: “se non paghi il prodotto che utilizzi, allora il prodotto sei tu”. Quando si dice social network (o social media), parliamo di colossi che fatturano miliardi di dollari ed i finanziatori sono gli inserzionisti che pagano per avere la nostra attenzione. Non si tratta di semplice pubblicità (dalla quale siamo sommersi ovunque), lo scopo è quello di capire cosa pensano gli utenti e in quale misura è possibile modificare le loro opinioni. La parola più usata dagli intervistati è MANIPOLAZIONE. L’obiettivo è quello di creare un rapporto di dipendenza delle persone con il proprio cellulare attraverso un meccanismo di gratificazione casuale (con notifiche, suggerimenti) tipico  delle slot machine. Il telefono, mai lasciato troppo lontano, viene così usato come un moderno ciuccio pronto a consolarci ogni volta che siamo annoiati, arrabbiati o in semplice astinenza. Con il continuo utilizzo, gli algoritmi imparano a conoscerci al punto da restituirci esattamente ciò che desideriamo. Le nostre ricerche sul Web dicono chi siamo e cosa vogliamo. Mettendo insieme i dati raccolti, le informazioni possono essere sfruttate commercialmente e …  politicamente. Le nostre idee possono essere indirizzate. Salta subito  all’occhio che digitando su Google un argomento come il “cambiamento climatico”, i suggerimenti proposti vanno da “è una bufala” a “stanno distruggendo il mondo”. È cosi che l’eccesso di informazione diventa disinformazione, facendo scomparire il concetto stesso di verità assoluta. Quello che non sapevo è che i risultati possono essere differenti a seconda di chi effettua la ricerca o dal Paese di provenienza. Ognuno tende ad isolarsi nelle proprie convinzioni ed a creare  il proprio gruppo di ascolto, ignorando le opinioni diverse. In questo modo trovano terreni fertili le fake news, le teorie complottiste e gruppi come i “Terrapiattisti” o i negazionisti Covid. Nel mezzo a tutta questa “fanghiglia”, politici scaltri (e con pochi scrupoli) riescono ad emergere, alimentando i tanti movimenti populisti che si sono rafforzati nel Pianeta. Alla base della democrazia dovrebbero esserci il confronto e la ricerca di un  compromesso che ci permetta di  progredire. Sarà difficile risolvere le drammatiche crisi dei nostri anni se ognuno resta immobile sulle proprie convinzioni. Lo scenario futuro non è molto rassicurante. Un esempio sono state le elezioni americane. Mai come negli ultimi dieci anni si sono evidenziate le differenze tra democratici e repubblicani, con un odio reciproco dilagante. L’ Uomo è da sempre un essere sociale, ma lo è sempre stato con dei limiti numerici. Questi limiti sono stati cancellati dai social e adesso non siamo più condizionati solo dall’ approvazione di una ristretta cerchia di persone. In molti aspettano con ansia di ricevere sempre più “like” (senza i quali l’ autostima diminuisce) ed i soggetti più sensibili  sono i giovani. Alcune statistiche che riguardano gli adolescenti e i preadolescenti (come l’aumento dei suicidi) fanno paura. Ad oggi non si conoscono gli effetti che la sempre maggiore astrazione dalla realtà potrà avere su questi ragazzi una volta adulti. Qualsiasi genitore si dichiarerebbe contrario ad una dipendenza dei propri figli; a  qualunque cosa possa impedire loro di ragionare con la propria testa o che li metta in continua competizione con modelli estetici irrealistici. Il fatto è che l’eccessivo utilizzo dei cellulari, in genere, non viene percepito come pericoloso. Spesso sento dire le frasi “lo fanno tutti” o “i tempi sono cambiati”. Mi rendo conto delle difficoltà (e presto ci sbatterò la testa), ma nessuno ha mai detto (anche in passato) che fare il genitore sia semplice.

Internet e i social, anche a detta degli intervistati, non sono stati creati per distruggerci. Se usati correttamente possono rappresentare una grande risorsa. Sarà necessaria una regolamentazione da parte delle istituzioni, ma anche un diverso modo di approcciarsi degli utenti. Dovrà avvenire una “rivoluzione”… o forse, come fece Truman (in “The Truman show“), basterà aprire la porta e vedere cosa c’è fuori.

Vivere “minimal” per vivere meglio

Con il termine minimalismo, usato nell’arte, nella letteratura o nel design, si intende “togliere il superfluo”. Lo stesso concetto può essere applicato alla nostra vita. Negli ultimi mesi ho letto diversi articoli su questo argomento. Alcune abitudini le stavo già adottando, senza dar loro un nome preciso, ad altre, invece, non avevo mai pensato o le ho viste sotto una nuova luce. Togliere non significa “rinunciare a” inteso come privazione forzata, bensì  semplificare per vivere meglio. Nel nostro tempo la locuzione latina “carpe diem” viene spesso (fra)intesa nel senso di vivere a 1000 all’ora con tutti i suoi eccessi. In realtà, quello di Orazio era un invito a vivere il presente apprezzando a pieno ciò che ci circonda. Questa ricerca forzata del piacere porta ad avere sempre un obiettivo futuro (la prossima vacanza,  la prossima auto, il prossimo I-phone, …) che, una volta raggiunto, non colma il senso di insoddisfazione, donando una gioia effimera. La domanda che sorge spontanea subito dopo è : adesso cosa voglio ? È un meccanismo contorto che ci fa scorrere il tempo sotto al naso nell’ illusione di essere immortali. Tutte queste aspirazioni materiali servono a creare un’ immagine vincente di noi stessi verso gli altri, ma portano con se anche nuove ansie. Le persone sono costantemente preoccupate di cose come i graffi sulla macchina o di tenere al sicuro i gioielli. Anche il bisogno di occupare ogni singolo minuto della giornata, prendendo innumerevoli impegni, ci complica ulteriormente la vita. Sono convinto che, come esseri umani, non siamo stati progettati per vivere in modo frenetico. Il tanto celebrato multi-tasking può essere causa di stress e dei disagi psicologici che ne derivano. Fare poche attività, ma svolgerle al meglio, può essere un buon modo per diminuire lo stress ed aumentare la soddisfazione. Un altro segno distintivo moderno del proprio successo, è la quantità di “amici” che si hanno. Grazie ai social il loro numero è aumentato in modo esponenziale, nell’ ordine delle migliaia. Ovviamente la parola “amici” assume un valore diverso rispetto al significato reale. Sono solo numeri. Tempo fa lessi un articolo in cui si sosteneva che il cervello umano è in grado di mantenere delle relazioni approfondite con, al massimo, una ventina di persone. Facendo due conti ho verificato, almeno nel mio caso, la veridicità della teoria. Convivere con i propri limiti è un buon inizio per godere appieno di ciò che si ha. Ma cosa si deve fare per essere minimalisti nella vita ? Non esiste una risposta a questa domanda che possa andare bene per chiunque. È soggettivo. Il concetto di base è che ognuno dovrebbe capire cos’è che lo rende felice. Trovare il proprio essenziale. Il nostro bene più prezioso è il Tempo ed il Tempo non è mai sprecato quando si sta bene. Possiamo usarlo per dedicarci alla famiglia, ai nostri hobby o ad un progetto mai realizzato. Possiamo anche semplicemente oziare guardando le foglie che cadono (ottimo in lockdown). Alcuni suggerimenti potrebbero essere : svuotare l’armadio dai vestiti che non usiamo mai (magari donando in beneficenza ciò che non ci serve); non essere ossessionati dal proprio aspetto fisico; disinstallare tutte quelle App superflue che ci prendono tempo inutilmente; limitare le ore di connessione durante la giornata. È difficile concentrarsi su ciò che stiamo facendo (e sui nostri pensieri) con i continui suoni delle notifiche in arrivo. Sommando tutti i “momenti” in cui prendiamo il cellulare “solo” per leggere un messaggio o una mail, vengono fuori delle ore. Scorrere veloci sullo schermo o scrivere furiosamente con le dita (i pollici per i giovani, l’indice per i più “stagionati”) è il nuovo zapping per riempire il tempo; più veloce della TV e meno impegnativo di una rivista. Un consiglio che mi ha colpito è quello di organizzare il proprio materiale digitale. Da ragazzo facevo stampare i rullini delle mie foto e poi le mettevo negli album che sfoglio ancora oggi. Adesso, scatto (e mi arrivano) centinaia di foto ogni settimana e quando la memoria è piena le riverso nel PC. Risultato: non ci capisco più niente e non le guardo mai ! Insomma, il minimalismo può essere applicato in ogni ambito della nostra vita. La cosa importante è darsi un obiettivo alla volta e, facendo piccoli passi, raggiungerlo.

La perfezione si ottiene non quando non c’è nient’altro da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere.  Antoine de Saint-Exupéry

È una questione di … soldi !

L’argomento “soldi”, in tutte le sue sfaccettature, è probabilmente il più discusso dalle persone. Il denaro non rappresenta soltanto uno strumento di pagamento utilizzato per eseguire degli scambi commerciali (invenzione geniale), ma è ciò che determina il nostro stile di vita. Dalla prima moneta, che la tradizione vuole coniata da Creso re di Lidia (in Turchia) nel VII secolo a.c, questo mezzo ha fatto molta strada; ha cambiato forma, fino a  diventare “virtuale”, ma ha sempre aumentato il proprio peso nella società. Pensando a quante volte in una giornata parliamo di soldi (nostri, altrui, guadagnati, risparmiati, rubati, vinti, da spendere, da pagare in tasse, ecc. ecc.), il numero è veramente elevato. Basta ascoltare le notizie per accorgersi come (quasi) tutto sia riconducibile all’ aspetto economico. Non a caso la principale discussione politica attuale, in merito alla pandemia, può essere sintetizzata nella questione se deve essere privilegiata la salute dei cittadini o l’economia dei Paesi. La risposta sembrerebbe scontata, ma non lo è affatto. Uno degli slogan dei “Gilet gialli” in Francia, riferendosi all’aumento delle accise sulla benzina, recitava : “l’elite ha paura della fine del mondo, noi abbiamo paura della fine del mese“. Non ho particolarmente apprezzato questo movimento, soprattutto per le modalità di protesta adottate, però il concetto non fa una piega. È difficile preoccuparsi dei grandi temi  mondiali se si è costretti a combattere contro le difficoltà giornaliere. Sono convinto che dovremmo rivedere il nostro modo di vivere, ma non può essere un lusso a beneficio dei più abbienti. Tutti siamo dentro ad un “frullatore” nel quale giriamo insieme al denaro e dal quale è difficile uscire senza essere visti come una specie di eremita sociale. Non è possibile rifiutare tutto, a prescindere dalla disponibilità economica. Anche chi è più agiato si trova all’interno del sistema e non è completamente libero nelle proprie scelte. Conosco professionisti affermati i quali mi ripetono che lavorare 12/13 ore al giorno è un’esigenza NON dovuta all’ avidità, ma alla sopravvivenza professionale. Rallentare non è concesso. Rinunciare a qualcosa equivale ad essere buttati fuori dal Mercato e dover rinunciare a tutto. In molti cercano di dare un senso spendendo i propri soldi per accumulare oggetti superflui o per prendere un aereo ogniqualvolta si trovano ad avere qualche giorno libero. In questo modo si alimenta un pericoloso circolo vizioso. Anche l’inquinamento, se si vuole ricondurre tutto ad un discorso economico, ha un costo molto salato ed è in continua crescita. Greenpeace, in un recente rapporto, ha stimato i danni economici legati all’ uso dei combustibili fossili in 2900 miliardi di dollari (il 3,3% del PIL mondiale). Ogni giorno vengono “bruciati” 8 miliardi ed i Paesi che pagano il prezzo più alto sono la Cina, l’India e gli USA. Anche l’Italia non è messa bene : secondo i dati raccolti dalla ONG Epha ( Alleanza europea per la salute pubblica ) nel suo ultimo rapporto, tra le 10 città europee dove l’inquinamento atmosferico ha il costo pro capite più elevato, sono ben 5 quelle della penisola (Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino). In questa poco invidiabile classifica, il primato nazionale spetta al capoluogo lombardo che, nel resto d’Europa, è preceduto soltanto da Bucarest. Facendo una media, l’inquinamento atmosferico costa agli italiani 1535 euro a testa ogni anno. Questo costo è dovuto alle morti premature, alle cure mediche, alle giornate lavorative perse ed alle altre spese sanitarie causate dagli agenti inquinanti (leggi qui). Un classico luogo comune dice che il “progresso” non può fermarsi perché gli interessi economici in gioco sono troppo alti. I dati citati vanno proprio ad incidere sul benessere economico (oltre che fisico) delle persone e sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse a preoccuparsi di tutelare questo benessere facendo procedere il “progresso” in modo diverso.  Naturalmente per le necessità di TUTTI gli esseri umani e non, come spesso accade, per quelle di pochi individui … sempre gli stessi. 

Il denaro spesso costa troppo. R.W. Emerson

L’ insostenibile leggerezza delle mode

Il settore dell’ abbigliamento è in continua crescita, tanto da risultare un grosso problema per l’ambiente in tutta la sua filiera. Si calcola che questa incida per l’ 8% nelle emissioni globali di gas ad effetto serra, alle quali vanno aggiunte altre forme di inquinamento (leggi qui). Un italiano acquista, in media, 14 kg di vestiti nuovi ogni anno ed in altri paesi (in USA ed in Gran Bretagna) la quantità raddoppia ! Se fino a due decenni fa le mode erano dettate dagli stilisti nelle classiche collezioni stagionali, adesso sono le migliaia di influencer, che spopolano sul Web, a cambiare le tendenze nella nuova fast fashion. Una grossa fetta del mercato è mossa da giovani e giovanissimi che sono i più attivi in rete, ma rappresentano anche le generazioni più sensibili alle problematiche ecologiche, come dimostra il movimento Friday for Future. Dai sondaggi emerge che una larga fetta di ragazzi è favorevole a premiare le aziende più sostenibili in ambito ambientale. Il principale ostacolo ad una piena trasparenza del settore è dovuto, a differenza di quello alimentare, alla segretezza adottata dalle Case di moda per battere la concorrenza. Gli abiti vengono principalmente realizzati con fibre sintetiche, derivate dal petrolio, o dal cotone, il quale viene erroneamente considerato un materiale eco-friendly. Le piantagioni richiedono un ampio sfruttamento del suolo ed un uso di enormi quantità di acqua e di pesticidi. Per le fibre sintetiche, invece, si possono utilizzare anche i materiali plastici riciclati. Il problema più grosso di quest’ultime, però, è il rilascio di microplastiche negli scarichi durante i lavaggi in lavatrice. Di solito le grandi coltivazioni di cotone si trovano nei paesi poveri o in via di sviluppo (insieme alla produzione degli indumenti) proprio dove la transazione energetica è ancora troppo costosa e la quasi totalità dell’energia utilizzata deriva da combustibili fossili. A questo vanno aggiunti l’uso dei macchinari agricoli e quello dei mezzi di trasporto (principalmente aerei) per recapitare la merce nel Primo mondo. Ad inquinare sono anche le diverse sostanze chimiche tossiche usate nel processo produttivo, in particolare per la colorazione, che poi vengono smaltite nelle acque senza sistemi di depurazione. Infine, come spesso accade, la necessità di mantenere bassi i prezzi finali (per aumentare i consumi) si basa sullo sfruttamento della forza lavoro locale e sull’assenza di rigidi parametri di sicurezza (in Bangladesh nel crollo del Rana Plaza hanno perso la vita 1129 persone – leggi qui ). Alla fine del loro percorso, tra le migliaia di tonnellate di vestiario prodotte, soltanto una parte viene venduta, mentre le rimanenze dovranno essere scontate ed immesse in circuiti secondari. Una pratica diffusa tra le aziende più importanti è quella di bruciare le scorte piuttosto che svenderle, in modo da non svalorizzare il proprio marchio. Gli abiti hanno un ciclo di vita breve (circa 3 anni); un po’ è da attribuire alla scarsa qualità dei materiali, ma una parte della “colpa” per questo invecchiamento precoce è dovuto alle mode. Solo una percentuale minima dei “vecchi” capi di abbigliamento viene riciclata per confezionare nuovi vestiti, mentre una larga fetta si trasforma in rifiuti indifferenziati. Il resto entra nel circuito dell’ usato. In giro, di solito vicino a chiese o scuole, ci sono i bidoni gialli per la raccolta, ma in pochi si domandano che fine fanno gli indumenti. La merce deve passare da 3 fasi: lo stoccaggio, la selezione e l’igenizzazione. I Comuni, titolari del servizio, lo appaltano a società che possono subappaltarlo ad altre, favorendo così la poca chiarezza del percorso. Dall’ inchiesta “Mafia Capitale” è emersa la presenza di traffici illeciti, legati a questa merce, per milioni di euro. I capi, acquistati per pochi centesimi al pezzo, vengono portati all’estero (in paesi più poveri) e rivenduti a prezzi centuplicati (leggi qui). I cittadini dovrebbero vigilare affinché il servizio di raccolta venga affidato a società virtuose. Ci sono onlus, come la Humana People to People, che si occupano di raccogliere gli abiti usati per rivenderli a prezzi accessibili o regalarli a chi ne ha effettivamente bisogno. Gli introiti sono comunque riutilizzati per progetti sociali ed ambientali. Alla fine, gli acquirenti hanno il potere di contribuire alla sostenibilità del settore in vari modi : comprando abiti usati; rivolgendosi a piccoli artigiani locali; informandosi sugli impegni presi dalle aziende per una maggiore sostenibilità; cercando fibre naturali alternative (ad esempio la canapa ha una resa migliore del cotone ed un impatto sull’ambiente minore); ma soprattutto acquistando meno e senza essere schiavi delle mode. Tra il verde bottiglia ed il verde smeraldo, è meglio scegliere il verde “speranza“.

“La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore”. Milan Kundera

Fino al “tetto”

Il turismo è una delle principali “aziende” del pianeta, ma quando diventa di massa può trasformarsi in un grosso problema dal punto di vista ambientale ed i vantaggi economici svaniscono con i danni arrecati. Col  termine “overtourism” si indica l’eccesso di turisti che devastano gli ecosistemi fragili. Tra le principali fonti di inquinamento dovute alla  esagerata presenza umana, vi è lo scarico di acque reflue direttamente nell’ oceano da parte di imbarcazioni, navi da crociera e alberghi. Anche le sostanze chimiche presenti nelle creme solari danneggiano gravemente i coralli; per non parlare della plastica  che finisce in mare. In molte isole del Pacifico il rapido aumento del turismo è dovuto all’espansione delle classi medie di alcuni paesi, in particolare la Cina. Un esempio è Phi Phi Island, prima sconosciuta,  diventata una meta turistica molto ambita dopo l’uscita, nel 2000, del film “The Beach” con Leonardo Di Caprio. Così, nel 2018, la Thailandia è stata costretta a chiudere la spiaggia di Maya Bay (set del film) a tempo indeterminato, per permettere alle risorse naturali di rigenerarsi. In paesi come l’India, le Filippine e il Vietnam, le mangrovie vengono sistematicamente eliminate per far posto ad hotel, resort e spiagge di sabbia bianca, tanto desiderate dai visitatori stranieri. Eppure si tratta di piante essenziali per gli ecosistemi costieri, perché proteggono le spiagge dall’erosione e forniscono terreno fertile alle specie animali. L’ inciviltà ed il vandalismo mettono a rischio anche luoghi di interesse storico-archeologico come il Machu Picchu in Perù, il Teotihuacan in Messico, la Grande Muraglia cinese o le pietre di   Stonehenge (leggi qui). Non è difficile accorgersi del passaggio dell’ uomo:  danni alle strutture, graffiti, assenza di rispetto per la vegetazione e soprattutto una montagna di rifiuti restano a testimoniarlo. La spazzatura in giro è un vero e proprio marchio di fabbrica. Tra i luoghi maggiormente rovinati dalla massiccia presenza umana, figura perfino il monte Everest. Quello che viene definito “il tetto del mondo” con i suoi 8848 metri, la cui vetta è rimasta inesplorata fino al 1953, oggi è diventato un’ importante meta turistica. Ogni anno migliaia di scalatori amatoriali vengono scortati da guide in gite organizzate sul punto più alto del mondo e ogni anno vengono raccolte tonnellate di immondizia. Le squadre di volontari, formate per questo scopo, non riescono a ripulire la montagna per la velocità con cui i rifiuti si accumulano. Nelle vicinanze dei 4 campi base, il più alto dei quali è situato oltre gli 8000 metri, la montagna si è trasformata in una gigantesca latrina all’aperto. Tutto ciò avviene per permettere ad un sacco di gente di farsi una foto e vantarsi dell’ impresa con gli amici al bar. Il film “Everest” del 2015, basato su una storia vera, racconta bene come questa “impresa” sia stata commercializzata e resa alla portata di molti. Vengono messe in luce le contraddizioni che questo comporta e le conseguenze tragiche che ne susseguono. Ci sono, però, anche scene quasi comiche, come la fila che gli scalatori devono fare per superare un crepaccio in cordata. È chiaro che serve comunque un’adeguata preparazione fisica e tecnica, ma più visitatori significa più soldi e cercare di portarne un numero sempre maggiore fa aumentare i guadagni. Capisco bene quello che scatta nella testa di chi si avventura in certi progetti. Nel mio piccolo, da podista amatoriale, per anni ho cullato il sogno di correre una 100 km nel deserto del Sahara. Quando si fanno sport di fatica, si diventa fisicamente dipendenti dalle endorfine e psicologicamente si rischia di diventarlo dai risultati. Da 20 km si passa a 40 e poi a 100, per alzare sempre di più l’asticella. Ragionandoci sopra ci si rende conto che non c’è nulla di eccezionale in questi traguardi e ci si deve porre un limite. Altrimenti c’è il rischio di trasformare  un’attività salutare in qualcosa di usurante o addirittura pericoloso. Poi, perché andare a turbare la quiete (ed è inevitabile) di un luogo “vergine” come il deserto ? Se ti piace correre, non serve viaggiare così lontano o avere degli obiettivi importanti. D’altronde, tra i partenti di una maratona, c’è chi è nato per vincere, chi per correre in 3 ore e 30′ e chi, semplicemente, per arrivare al traguardo. Questa è una verità che nello sport, come nella vita, va accettata. A mio parere, bisogna anche accettare l’idea che certi luoghi (e certe avventure) siano accessibili soltanto ad un manipolo di atleti con doti fuori dal comune. È sempre possibile vederli sui media ed accontentarsi delle proprie piccole (ma GRANDI) sfide quotidiane.

Quando corro tutti i pensieri volano via.

Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti.

(Confucio)

Finalmente a scuola

Dallo scorso Marzo sono passati dei mesi difficili, soprattutto per i bambini e i ragazzi che hanno visto il mondo cambiare sotto i loro occhi. Per fortuna in estate è tornata una quasi normalità e con essa le vecchie abitudini così bambini e ragazzi, com’è giusto che sia, hanno ricominciato a frequentarsi. L’ unico comparto della società che sembra non essersene  accorto è la Scuola. Come genitore ho aspettato con ansia il momento della riapertura delle scuole e l’ho salutato con gioia. Devo ammettere, però, di essere rimasto un po’ perplesso leggendo il protocollo di ripartenza. Comprendo la prudenza, ma probabilmente chi l’ha scritto pensa che i figli vengano tenuti dentro teche di vetro sterili e liberati soltanto per andare a scuola. I banchi sono distanziati; le classi ridotte di numero; la mascherina va tenuta al collo e indossata ogni volta che ci si alza (e fin qui …). Gli alunni non possono passarsi nulla; gli abiti non possono essere appesi; le matite vanno appuntate al banchino dentro  un sacchetto; non si fanno laboratori; nessun lavoro di gruppo; niente recite o musica; niente ginnastica; nessuna gita; niente mensa. Per la ricreazione (se non si può uscire all’aperto) si resta in classe, … e numerose altre restrizioni. I genitori non possono accompagnare i propri figli alla porta (per non creare assembramenti), allora si fermano prima creando assembramenti al cancello e con gli ingressi scaglionati chi ne ha 2 deve aspettare il turno successivo. Tutto questo cozza con quanto avviene al di fuori. Passando accanto al campetto parrocchiale, mi è capitato di vedere una cinquantina di ragazzi di varie età che giocavano a calcio e si abbracciavano ad ogni gol. Inoltre, in caso di un qualsiasi sintomo, come tosse o raffreddore, i bambini dovranno restare a casa e (se si chiama il pediatra) è obbligatorio fare il tampone con un tempo di attesa medio di 15 giorni. Tra un mese inizierà il freddo e non credo siano scomparsi i classici mali di stagione. Non è difficile prevedere molte classi decimate per il periodo invernale. L’aspetto triste è che, come spesso accade, a pagarne le peggiori conseguenze saranno i più “deboli”. In classe di mia figlia c’è una bambina con la sindrome di Down e nella loro aula esisteva uno spazio ribattezzato “l’angolo morbido” dove la bimba poteva giocare (a turno) con i suoi compagni . È inutile dire come questa parte sia fondamentale per i suoi progressi, al pari delle altre attività didattiche. Interagire con gli altri bambini è stato importantissimo anche per questi ultimi che hanno imparato a conoscere la diversità senza timori o preconcetti. Quest’anno “l’angolo morbido” è stato spostato in un’altra stanza dove la bambina potrà andare solo con la maestra di sostegno. Le prime a subire questa rigidità sono proprio le maestre e sottolineo quanto siano in gamba quelle di mia figlia. Non si può mai generalizzare e nelle singole realtà le persone possono fare la differenza, in positivo o in negativo. Mi è capitato di sentire in TV un’ insegnante dire (sotto alla mascherina) che molti suoi colleghi faranno ricorso al certificato medico per non rientrare al lavoro perché “non vale la pena rischiare la vita per 1300 euro“. A parte la quantificazione in denaro (se fossero 6300 ne varrebbe la pena ??), anche sul concetto di rischiare la vita ci sarebbe da obiettare. Ogni anno, in Italia, muoiono oltre 3000 persone in incidenti stradali, ma nessuno mette in discussione il guidare l’auto per andare al lavoro. Anche alla luce delle nuove direttive, non mi sembra che le scuole siano posti di lavoro meno sicuri di altri aperti al pubblico; al contrario. Nel mondo, purtroppo, esistono ancora luoghi dove il rischio è quello che scoppi una bomba nelle vicinanze. Qui le persone devono continuare ad andare a lavorare ed a scuola. Devono continuare a vivere. Dopo la grande paura, adesso è il momento della convivenza col virus. Sono davvero convinto che aiutare le giovani menti a crescere sia qualcosa di più di un semplice lavoro. Bisognerebbe evitare di farne sempre e solo una valutazione economica. Detto questo, non ho niente in contrario all’ aumentare lo stipendio degli insegnanti, specie quelli bravi. Il primo giorno di scuola ho cercato di rasserenare mia figlia e comportarmi come sempre. Le ho detto : “le regole vanno rispettate, ma non smettere mai di pensare con la tua testa”. Mi ha guardato un po’ perplessa, non so se ha compreso quello che volevo comunicarle. In futuro avrò certamente altre occasioni per ribadirlo. 

Immancabile nota ecologista : Pinocchio aveva un solo libro (l’abbecedario); io, negli anni ’80, forse 2 . Nel 2020 ho scoperto che per fare la QUARTA ELEMENTARE ne “servono” 23 ! (IN FOTO SOTTO).

Apprendisti stregoni

Nel mondo immaginato da Philip K. Dick nel “l’uomo nell’alto castello”, la seconda guerra mondiale è stata vinta dalle forze dell’ Asse ed i nazisti hanno prosciugato il Mediterraneo per ricavarne terreni coltivabili. Naturalmente la Storia è andata in modo diverso, ma l’idea di strappare terre al mar Mediterraneo non è inventata. Il progetto Atlantropa fu pianificato dall’architetto tedesco Herman Sörgel nel 1927 proprio a questo scopo. La sua idea centrale era di costruire una gigantesca diga sullo stretto di Gibilterra (oltre a numerose altre dighe fluviali per impedire l’afflusso di acqua) in modo da ottenere un abbassamento del mare di 100/200 metri. Questo processo, della durata di 150 anni, avrebbe portato alla quasi sparizione dell’ Adriatico e all’ allungamento delle coste fino ad unire l’ Europa all’ Africa. Sörgel era un pacifista che, sconvolto dalle conseguenze della prima guerra mondiale, vedeva nel suo progetto la soluzione al pericolo di conflitti futuri e la fine della povertà. Simili opere avrebbero richiesto una forza lavoro senza precedenti e una diga come quella a Gibilterra sarebbe stata in grado di generare immense quantità di energia elettrica. Insieme a tutte le altre, il fabbisogno energetico di Europa ed Africa, unite in un solo grande continente (Atlantropa, appunto), sarebbe stato ampiamente soddisfatto. Era l’ idea di un visionario, ma negli ambienti intellettuali europei ebbe una grande risonanza. Fu proprio il Nazismo (a differenza del romanzo di Dick) a bloccare il sogno di Sörgel. La nuova Germania non aveva interesse a favorire la collaborazione tra gli Stati ed i suoi piani erano tutt’altro che pacifici. Anche se mosso da nobili ideali, il progetto non teneva conto delle conseguenze ambientali. Le terre emerse non sarebbero state fertili, ma deserti salini come è accaduto al lago di Aral, ormai completamente prosciugato a seguito dello sfruttamento intensivo dei suoi affluenti. Inoltre, l’abbassamento del livello, secondo gli esperti, avrebbe aumentato la salinità delle acque uccidendo ogni forma di vita marina (come nel mar Morto). Insomma, poteva diventare la più grande distruzione di un ecosistema nella storia umana. È una fortuna che questo non sia avvenuto, però l’ aspirazione dell’ Uomo di sostituirsi a Dio (o alla Natura) non è morta. È presente e si rafforza con il passare degli anni. Alla fine della seconda guerra mondiale il progetto Atlantropa è definitivamente naufragato per motivi finanziari e non per spirito ecologista.

Nel 2012 l’ imprenditore americano Russ George, considerato un “cavallo pazzo” della geoingegneria, ha fatto scaricare nel Pacifico circa 100 tonnellate di limatura di ferro con l’ obiettivo di “fertilizzare” l’oceano e creare una fioritura di alghe per sequestrare anidride carbonica. Tutto ciò è valido solo in teoria e non si conoscono i danni e le mutazioni negli ecosistemi derivanti dall’ utilizzo di una simile tecnica su larga scala. Secondo molti scienziati alcuni effetti possibili potrebbero essere la riduzione dell’ ossigeno nelle acque o l’ aumento della loro acidificazione (leggi qui). Anche il fondatore di Microsoft, Bill Gates, ha stanziato milioni di dollari nelle ricerche geoingegneristiche. Uno degli esperimenti più ambiziosi (e più controversi) da lui finanziati, è quello dell’Università di Harvard (lo SCoPEx) che consiste nel rilascio di aerosol riflettenti nell’ atmosfera per far rimbalzare una parte delle radiazioni solari destinate sulla Terra (leggi qui). Una sorta di sbiancamento artificiale (e perenne) del cielo … un disastro per i meteoropatici come me !! A parte l’effetto estetico, il rischio sarebbe quello di indurre ulteriori fenomeni atmosferici estremi in alcune regioni e siccità in altre, oltre alle numerose conseguenze imprevedibili su flora e fauna. Sono sempre un po’ scettico su questi filantropi “illuminati” (e multimiliardari). Senza scomodare i Vangeli, vedo molto complicata la convivenza tra il bene dell’ umanità e l’incremento degli affari. La fiducia cieca nella tecnologia e in queste soluzioni miracolose, che spostano l’attenzione da auspicabili politiche sostenibili, è preoccupante. In fondo, non sarebbe più semplice cambiare alcuni nostri comportamenti dannosi, come l’ uso dei combustibili fossili, piuttosto che “giocare” con i cicli naturali del pianeta ?

Atlantropa . Una follia d’altri tempi