L’inferno non finisce mai

Ormai la befana è passata, ma il carbone continua ad arrivare e non necessariamente a chi è stato cattivo. Dopo gli incendi epocali della scorsa estate in Siberia e in Amazzonia, il nuovo anno ha portato un altro durissimo “messaggio” all’umanità. In Australia una superficie pari a quella dell’Austria è stata ridotta in cenere e nell’inferno hanno perso la vita 28 persone, oltre a più di 100 mila sfollati. Secondo alcune stime, considerate “prudenti”, sarebbero già morti quasi mezzo miliardo di animali . Inoltre, sono state sprigionate nell’atmosfera enormi quantità di CO2, pari alle emissioni di quel paese nell’arco di un anno. Questi sono numeri da far accapponare la pelle. Già lo scorso anno era stato lanciato l’allarme sul rischio estinzione dei Koala. Dopo questa catastrofe, con un terzo degli esemplari rimasti uccisi nelle fiamme (numero destinato ad aumentare) , il loro destino sembra ormai segnato. Intanto altre specie meno iconiche, ma altrettanto importanti, potrebbero fin da ora essere sparite dal pianeta. La speranza dell’inizio di una nuova era con il 2020, rischia di andare in fumo (triste ironia) proprio in partenza. I roghi, per la verità, sono iniziati da settembre, però solo nelle ultime settimane la situazione è precipitata. Il bush , caratterizzato da vegetazione prevalentemente bassa, è fatto per bruciare nella stagione estiva per poi rigenerarsi. Tuttavia, in questo caso, il fenomeno ha riguardato anche le foreste normalmente umide e raramente colpite dalle fiamme. Le cause sono sempre le stesse : temperature record (a Sidney si sono registrati picchi vicino ai 50 gradi !), siccità estrema e magari qualche deficiente che “dà una mano ad Zeus”. Già, in Italia siamo abituati a combattere contro i piromani e la quasi totalità degli incendi è di origine dolosa. Nel caso australiano, invece, l’intervento umano non è l’origine principale. Almeno non direttamente. Come sempre, purtroppo, l’impatto antropico ha avuto un ruolo determinante. Le alte temperature e la siccità sono le conseguenze del riscaldamento globale. In più, gli incendi generano un tale calore da creare un ecosistema climatico da cui si scatenano nuove tempeste di fulmini, veri inneschi delle fiamme. Naturalmente c’è chi ha sfruttato la notizia dei procedimenti d’accusa (non arresti) contro 183 persone, per diffondere una falsa percezione della realtà e spostare l’attenzione dalla causa principale : i cambiamenti climatici. La domanda giusta da porsi non è quale sia il motivo per cui scoppiano gli incendi, considerati normali in estate, bensì perché non si riesca a circoscriverli . In tutto ciò il governo australiano ha già fatto sapere che non modificherà la propria politica economica fondata sull’estrazione e l’esportazione del carbone, in barba agli accordi di Parigi. Ammetto di avere qualche difficoltà a tenere sotto controllo la rabbia in certe circostanze (un po’ come Greta ..) , tuttavia, quando leggo che il Primo Ministro Morrison è rientrato in ritardo e con riluttanza dalle vacanze natalizie alle Hawaii, ho un turbinio di emozioni che non definirei “amichevoli”. Morrison è lo stesso uomo che nel 2017 si presentò in Parlamento con un pezzo di carbone, dicendo “non dovete avere paura, non vi farà male”. Adesso potrebbe ripeterlo alle famiglie delle vittime o alle carcasse degli animali. Chissà, magari capirebbero (..). L’angoscia più grande è che l’estate non sta affatto finendo. Durerà per tutto febbraio ed il bilancio potrà solo aggravarsi. L’unica (magrissima) consolazione è la speranza che una volta passata la tempesta, questa possa essere di insegnamento per cambiare . Non è “un caso isolato” , non è “la sfortuna”, è il momento di considerare le crisi climatiche per ciò che sono ed affrontarle nel modo corretto.

https://www.google.com/amp/s/www.ilpost.it/2020/01/08/incendi-australia-cause-cambiamento-climatico/amp/

Cosa dirò a mia figlia ?

E venne il giorno, o per meglio dire venne l’anno. Il 2020 è una di quelle date che, negli anni ’80 , portavano alla mente scenari fantascientifici. Chissà perché in ogni storia di fantascienza che si rispetti, tra i vari elementi non mancano mai le macchine volanti. Nella realtà la microtecnologia ha creato oggetti impensabili , tuttavia le autovetture continuano ad intasare le strade e quel che è peggio, continuano ad inquinare . Adesso il 2020 è arrivato. Non sarà il mondo cupo di Blade Runner , ma neppure tanto meglio. La gran parte degli scienziati sostiene che il punto di non ritorno per risolvere il cambiamento climatico e le crisi ambientali (strettamente legati tra loro) sia il 2030. Quindi c’è ancora un sacco di tempo per scherzare ? Niente affatto. Il momento per operare un’inversione di tendenza è proprio oggi. Se non cominciamo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, a fermare le deforestazioni e dare un freno all’inquinamento , nel prossimo futuro non ci sarà più bisogno di immaginazione per creare un mondo distopico. Le conseguenze non sono certe, ma le premesse non lasciano presagire niente di buono. Il caso vuole che nel 2030 la mia bambina compirà 18 anni ed entrerà ufficialmente nel mondo dei “grandi”. Quindi, la prima cosa a cui ho pensato la notte del primo gennaio è stata : cosa dirò a mia figlia ? A quel punto avrà smesso da tempo di credere a Babbo Natale e alle rassicuranti famiglie dei cartoni animati. Quando mi chiederà come abbiamo fatto a lasciare precipitare le cose senza opporci, cosa le risponderò ? Forse che dovevo tirare avanti o che ero troppo piccolo ed insignificante per contrastare la Megamacchina in movimento. Non so se questo potrà bastare a placare la sua rabbia e delusione. Di certo non servirà per offrirle la possibilità di avere una vita migliore. È per questo che vorrei dirle che, tra le mie contraddizioni, ho provato a fare qualcosa. Cercando di non essere schiavo dei consumi, dell’ automobile o dei viaggi esotici. Di essere stato  rispettoso della natura, attento alla scelta degli alimenti, nella raccolta differenziata e in mille altre “piccole” cose. Insomma, aver contribuito alla creazione di una Società diversa. Tutto questo è abbastanza ? Assolutamente no. Vent’anni fa, quando fui costretto ad affrontare la malattia di mia madre, nonostante i miei sforzi non ci fu niente da fare. La situazione mi fece forzatamente crescere , ma allo stesso tempo continuai a vivere la mia vita con il lavoro, gli amici, le ragazze e lo sport. A distanza di tempo non mi pento certo delle ore passate negli ospedali o a colloquio con i medici, anzi. A volte, però, mi capita di essere assalito all’improvviso dai sensi di colpa per non aver rinunciato ad un sabato sera o ad una partita di calcio. Poi mi ricordo di come fosse lei stessa a spingermi ad uscire. Probabilmente se non mi avesse visto farlo avrebbe sofferto ancora di più. Allo stesso modo io non voglio far rinunciare all’infanzia mia figlia . Non posso spaventarla con le mie preoccupazioni , anche se a volte implica accettare dei compromessi. Allora, questo le dirò : è importante continuare a vivere. Poi starà a lei giudicarmi. Una persona può convincersi di essere un buon padre, ma non vale niente se non lo pensano i diretti interessati. Se avrò adempiuto bene al mio ruolo lo scoprirò tra qualche anno e comunque non spetterà a me dirlo.

Sarà difficile diventar grande 
prima che lo diventi anche tu .
Tu che farai tutte quelle domande 
io fingerò di saperne di più .
Sarà difficile ,
ma sarà come deve essere .
Metterò via i giochi 
proverò a crescere. Sarà difficile chiederti scusa 
per un mondo che è quel che è .
Io nel mio piccolo tento qualcosa, 
ma cambiarlo è difficile .
Sarà difficile 
dire tanti auguri a te,  
a ogni compleanno 
vai un po’ più via da me.
Sarà difficile vederti da dietro 
sulla strada che imboccherai .
Tutti i semafori ,
tutti i divieti 
e le code che eviterai .
Sarà difficile 
mentre piano ti allontanerai 
a cercar da sola 
quella che sarai.
Sarà difficile 
lasciarti al mondo 
e tenere un pezzetto per me. 
E nel bel mezzo del tuo girotondo 
non poterti proteggere .
Sarà difficile,
ma sarà fin troppo semplice .
Mentre tu ti giri 
e continui a ridere. A modo tuo 
andrai a modo tuo .
Camminerai e cadrai, ti alzerai 
sempre a modo tuo. A modo tuo vedrai a modo tuo. Dondolerai, salterai, cambierai sempre a modo tuo. Luciano Ligabue

Che Dio ci aiuti

Anche se non ho un profilo mi sono convinto ad aprire una pagina Facebook per far conoscere il Blog. I social network restano il mezzo più veloce per diffondere foto, pensieri, eventi ed anche i miei post. Quando la pagina “sponsorizza” il sito, l’immagine proposta è il logo con il titolo e lo slogan scelto per spiegarne i contenuti. Non è semplice sintetizzare tutti i concetti che si vogliono esporre in una frase; a volte non ci riesco nemmeno nelle 700 parole circa dei miei articoli. Quella scelta da me, “siamo certi di avere tutto il tempo che vogliamo ? “, non dovrebbe esprimere catastrofismo. Anzi, uno sprone a migliorare. All’inizio sullo sfondo c’era Homer Simpson proprio per “alleggerire” il tutto e dare un tocco di autoironia. Poi mi hanno fatto notare che poteva sembrare una cosa goliardica e l’ho modificata. La figura attuale mi è parsa piena di speranza e di significato : il destino del mondo è nelle nostre mani ! Lo stesso titolo “un futuro per i nostri figli” non si riferisce letteralmente solo ai bambini, ma a tutte le prossime generazioni. Detto questo, un signore (che non conosco) alcuni giorni fa ha commentato la mia provocatoria domanda scrivendo : “se Dio lo vuole, si”. Apprezzo molto tutti quelli che mi hanno dato un po’ della loro attenzione, anche se in disaccordo. Il commento in questione, però, mi ha fatto nascere delle riflessioni . Esprimeva disappunto, fatalismo o era l’opinione di un credente ? Ho fatto tutti i sacramenti, ma non posso definirmi un cristiano. Sarebbe più corretto dire agnostico . Comunque credo più in Gea, cioè nella Terra come gigantesco essere che vive e soffre per le nostre azioni, rispetto ad un Dio creatore. Questo non significa essere contro le religioni ed ho grande rispetto per chi ha fede, qualunque sia. Forse non era l’intento del commentatore, tuttavia è già capitato di sentirmi dire di non preoccuparmi troppo delle cose terrene; basta rispettare i comandamenti, andare a messa, pregare e di sicuro dopo la morte ci spetterà il Paradiso con i buoni. Ritengo ci siano nuove problematiche e “nuovi” peccati rispetto ai tempi in cui sono stati scritti i testamenti. A questo riguardo, senza voler essere blasfemo, ho pensato ad un immagine allegorica . Considerando il pianeta come la nostra casa, potremo semplificare la condizione umana in due categorie. Nel caso dei non credenti l’uomo è il proprietario e nessuno vorrebbe mai sporcare o danneggiare la propria abitazione, a meno che non ne abbia altre migliori a disposizione (e noi non ne abbiamo). Per chi crede, invece, la situazione cambia. Il proprietario di tutto è Dio e noi siamo solo i fruitori. Così, il posto in cui viviamo ci è stato affidato per utilizzarlo, ma non per distruggerlo. Come potrebbe reagire un locatore alla noncuranza e alla maleducazione degli inquilini ? Preferirebbe affittare a qualcuno che lo chiama frequentemente per fargli sapere quanto lo stima e intanto gli rovina la casa, o a chi non si fa mai sentire, ma si preoccupa di restituire in buone condizioni ciò che ha usato, pronto per i nuovi inquilini ? Probabilmente l’ideale sarebbe unire entrambe le cose, ma dovendo scegliere ci sono pochi dubbi . Chi ha veramente fede (e non si può acquistare al supermercato !) è giusto porti avanti con forza le proprie idee. Vorrei soltanto che anche il rispetto per l’ ambiente venisse considerato una priorità per i cristiani, come sostiene papa Francesco dal primo giorno del suo pontificato. Quando facevo catechismo le suore mi hanno insegnato che “cantare equivale a pregare due volte”. Allora, penso che oggi impegnarsi per il pianeta (o il creato) possa valere anche di più.

Riscaldarsi consumando (e inquinando) meno

La causa principale di inquinamento atmosferico nelle nostre città, dai gas ad effetto serra alle polveri sottili dannosissime per la salute, è il riscaldamento degli edifici. Stufe e caldaie ne sono responsabili in misura superiore anche rispetto ai veicoli a motore. Quando i livelli diventano insostenibili spesso i comuni adottano il blocco del traffico, ma non si procede mai (per ovvie ragioni) al blocco degli impianti di riscaldamento. A questo proposito domenica scorsa ho avuto modo di fare due chiacchiere con il mio amico Simone Silvestri. Simone è un ingegnere elettronico e di lavoro fa il termotecnico, cioè, si occupa di impianti meccanici di riscaldamento e condizionamento. Mentre le famiglie erano andate a vedere Frozen (giust’appunto) noi, tra le partite ed un caffè, abbiamo parlato del suo lavoro. Ritengo la cosa possa interessare tutti coloro che hanno una casa e non vogliono “morirci” dentro di freddo o di caldo. Anche senza avere una spiccata coscienza ecologica è desiderio diffuso quello di poter risparmiare sulle bollette. Simone mi ha subito spiegato come sia proprio questa la leva su cui far forza (a volte, ahimè, l’unica) per spingere i clienti ad adottare soluzioni più efficienti. Spesso è costretto a “lottare” per poche centinaia di euro in più. Per fortuna di solito le due esigenze coincidono e una volta compreso che le soluzioni ecologiche equivalgono a meno spese, il gioco è fatto. Per le abitazioni di nuova costruzione ci sono norme molto rigide dalle quali non è possibile scostarsi. A seconda della tipologia, della grandezza, della posizione e struttura, il fabbricato deve rientrare in parametri di consumo stabiliti da tabelle e una parte di energia deve provenire da fonti rinnovabili. Ovviamente parliamo di una percentuale irrisoria rispetto agli edifici “vecchi”, una goccia nel mare ! Il vero problema sono quest’ultimi. Simone mi ha illustrato quanto sia fondamentale l’isolamento termico, molto più del riscaldamento stesso. Le tecniche e i materiali attualmente a disposizione sono molto avanzati e possono risolvere la gran parte dei problemi. Apporre dell’isolante sul solaio sotto il tetto può portare ad una diminuzione del consumo della caldaia del 20%. Questo è prodotto in tappeti morbidi (di vario spessore) o rigidi, se si ha una soffitta e si utilizza come magazzino per scatoloni o roba varia (come faccio io) . È una soluzione molto efficace e non troppo costosa. Restiamo intorno ai 20/30 euro al metro quadro. Altro mezzo per lo scopo è il montaggio di pannelli sopra ai muri esterni, soprattutto per le strutture più datate. Questo è meno economico (circa 60 euro al metro quadro) anche per la necessità di intonacare e imbiancare, ma il risultato è sorprendente. Un ulteriore importante intervento è quello sugli infissi, dai quali si disperde molto calore. Però, una volta isolato, l’immobile avrà poca necessità di essere riscaldato. Naturalmente l’utilizzo di pannelli solari termici per scaldare l’acqua (almeno 8 mesi l’anno) e/o di quelli fotovoltaici, andranno a migliorare ulteriormente l’efficienza energetica. Anche se Simone, su quest’ultimi, mi ha espresso alcune riserve in merito al loro smaltimento. Infatti non se ne conosce esattamente il ciclo vitale – siamo intorno al ventennio per i primi installati – e stiamo parlando di circuiti elettronici (non di pezzi di vetro). Tutti gli interventi menzionati (e gli altri allo stesso scopo) godono di incentivi statali : una detrazione del 50% sulla dichiarazione dei redditi da spalmare in 10 anni. Simone, infine,  mi ha citato una scuola materna che ha progettato e di cui va (giustamente) molto fiero. Si tratta di uno stabile di 1100 metri quadrati che ospita circa 150 bambini, costruita in legno e materiale isolante . L’asilo ha affrontato tutta la stagione scolastica con una spesa energetica intorno ai 700 euro ! Mi ha poi raccontato un simpatico aneddoto al riguardo. Lo scorso dicembre è stato chiamato da un’insegnante perché alcuni bambini si lamentavano di soffrire il freddo in aula. Pur avendo terminato il proprio lavoro, sentendosi responsabile, si è precipitato sul posto. Una volta arrivato ha registrato una temperature di 18 gradi (non certo il Polo), ma guardando il pannello di controllo si è accorto che non era stato acceso il riscaldamento dall’estate e nessuno se n’era accorto fino a quel momento. Concludendo, come ripete spesso il mio amico, prima di preoccuparsi tanto della provenienza dell’energia consumata, sarebbe saggio fare in modo di consumarne meno.

Passato e futuro radioattivi

Il 6 agosto del 1945 l’umanità scoprì la potenza distruttiva della bomba atomica. La seconda guerra mondiale terminò, ma negli anni a seguire iniziò il periodo della guerra fredda con la corsa agli armamenti nucleari da parte delle due superpotenze, USA e URSS. L’ipotesi di un nuovo conflitto globale era tutt’altro che remota e le ripercussioni (con l’utilizzo di simili armi) terribili. Le rappresentazioni di possibili scenari post apocalittici hanno sempre avuto tratti comuni. Terre aride, scarsità d’acqua e di cibo e soprattutto un’ondata di violenza dilagante fra i sopravvissuti. Come nella serie cinematografica Mad Max o nel manga giapponese Ken il guerriero degli anni ’80, in assenza di Istituzioni sono i più forti ad esercitare il potere. Questa eventualità è stata uno spauracchio per molti anni poi, con la caduta del muro di Berlino, la paura si è progressivamente attenuata. In realtà, la presenza di testate nucleari in stati con governi poco “gestibili” come Corea del Nord, Pakistan e (in futuro) Iran non è tranquillizzante. Nell’ avvenire potrebbe essere la scarsità di risorse la causa scatenante di un conflitto. Comunque la fissione nucleare non è stata utilizzata solo per scopi bellici . Dalla metà del XX secolo è iniziata la costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia. È una fonte più economica, peccato ci siano effetti collaterali difficilmente controllabili. Nessun ciclo combustibile nucleare può operare senza qualche rilascio di sostanze radioattive e spesso, nei luoghi adiacenti ad una centrale, si registrano incrementi nei casi di Cancro. A volte, però, va anche peggio. Nei giorni scorsi ho visto la serie TV Chernobyl sul disastro avvenuto nella città ucraina e mi ha fatto tornare alla mente molti ricordi. Il 26 aprile 1986 (giorno dell’incidente) ero ancora un bambino e non leggevo i giornali, ma ricordo bene l’agitazione generale. Ne parlarono gli insegnanti a scuola e il parroco durante l’ omelia domenicale. Mia madre non comprò il latte per un po’ e smettemmo di mangiare le verdure (anche quelle dell’ orto di mio nonno). Guardando la ricostruzione degli eventi nel film, balzano agli occhi la superficialità e l’ incompetenza con cui vennero affrontate le criticità. Oltre all’ angoscia, sapendo che non si tratta solo di fiction, la storia suscita rabbia per come la burocrazia dello stato sovietico non agevolò gli interventi e la propaganda si preoccupò, in primis, di insabbiare le responsabilità agli occhi del popolo e del resto del mondo. Ho avuto una sensazione di déjà vu vedendo una scienziata (un fisico nucleare) derisa da un alto dirigente del partito comunista che si vantava di poterla comandare nonostante prima di quel ruolo avesse lavorato in una fabbrica di scarpe. Mi sono venuti in mente alcuni commenti sarcastici di politici sulle conseguenze del riscaldamento globale teorizzate dai climatologi. Chernobyl, che prima del disastro doveva essere un bel posto (immerso nelle foreste), tutt’oggi ne subisce le conseguenze. Anche nel 2011, quando ormai si dava per scontata la sicurezza delle centrali di ultima generazione, è avvenuto un incidente a Fukushima in Giappone, uno dei paesi tecnologicamente più avanzati. Questo ha riacceso l’incertezza sulla credibilità di poter tenere sempre ben chiuso un simile “vaso di Pandora”, ma ogni volta che si attenua l’emotività del momento, il dibattito si riapre. Con la crescente “fame” di energia della nostra società, c’è chi sostiene che l’unico modo per uscire dalla dipendenza dei combustibili fossili e diminuire le emissioni di gas ad effetto serra sia il nucleare. Tuttavia, oltre ai possibili incidenti, c’è ancora da risolvere il problema delle scorie. Siamo passati dalle fosse oceaniche a siti di stoccaggio ritenuti geologicamente stabili. In ogni caso i tempi di dimezzamento dei materiali radioattivi possono essere nell’ordine delle decine di migliaia di anni e nessun luogo può definirsi sicuro in eterno. Rischiamo di lasciare in dote ai futuri archeologi, al posto di preziose opere d’arte, delle bombe nascoste. Naturalmente io non ho le competenze per indicare le soluzioni alla crisi energetica globale, ma (da cittadino del mondo) il nucleare mi fa molta paura.

Carnivori per natura o per scelta ?

In una trasmissione televisiva di Bonolis dove personaggi famosi venivano intervistati da bambini, una sera come ospite fu presentato un antropologo. La prima domanda posta da uno dei piccoli giornalisti fu se avesse o meno ragione la sua mamma nell’insistere a fargli mangiare la carne per poter “crescere meglio”. Lo scienziato gli rispose semplicemente che non siamo stati creati carnivori in quanto non abbiamo alcune delle caratteristiche peculiari, prima fra tutte la presenza di canini sviluppati. La spiegazione mi incuriosì molto e quel giorno cominciai a pensare di ridurre drasticamente il consumo di carne. In effetti l’essere umano viene generalmente considerato onnivoro (cioè in grado di cibarsi di diversi alimenti), mentre molti studiosi, analizzando la nostra anatomia, ritengono sia più giusta la definizione di frugivori, ossia mangiatori di semi, frutti, radici e con assunzioni limitate di foglie verdi e insetti. Questa è la natura dei Primati, i nostri diretti antenati. Di sicuro l’essere umano nei millenni ha dimostrato una grande capacità di adattamento anche in campo nutrizionale e la prova è l’esistenza di comunità più carnivore o più erbivore a seconda delle necessità. Nella nostra società, dove esiste un’ampia scelta, l’alimentazione non è più soltanto una questione personale, ma una problematica globale. Gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di produzione di gas a effetto serra, dopo i riscaldamenti e prima dei trasporti ! Oltre ai motivi “indiretti” , primo fra tutti la deforestazione del pianeta per far spazio agli allevamenti ed alle coltivazioni da cui si ricavano i mangimi, il bestiame produce metano semplicemente defecando e scorreggiando. Sembra una battutaccia di Pierino , ma è la realtà. Fortunatamente per noi la piramide alimentare , con le proporzioni di cibo raccomandate (dalla frutta e verdura alla base fino alla carne rossa sulla punta), è esattamente inversa rispetto a quella che rappresenta l’impatto ambientale. Gli alimenti più sani sono anche i più sostenibili e viceversa. Quindi, una dieta realmente salutare diffusa creerebbe equilibrio ecologico e sociale. Purtroppo la tendenza generale va nella direzione opposta ed il consumo di proteine animali, soprattutto di carne bovina, è in costante ascesa. Oltre agli storici consumatori nell’Occidente, la richiesta di carne negli ultimi decenni si è impennata nei paesi in via di sviluppo modificando radicalmente la loro dieta tradizionale. Viene da chiedersi se questo non sia più il frutto del raggiungimento di uno status sociale più che di una reale esigenza. L’Uomo ha da sempre dichiarato la propria superiorità sulle altre creature ed il fatto di essersi posizionato all’apice della catena alimentare ne è diventata la dimostrazione. A conferma di questa tesi si potrebbe citare l’ostinazione di alcuni Stati nel cacciare animali in via di estinzione come le balene o la pesca degli squali solo per cucinarne le pinne. In natura non esistono animali di serie A e di serie B, ma è generalmente accettato il destino di quelli da allevamento. La filosofa Florence Burgat sostiene che “gli animali vogliono vivere, possono essere felici ed apprezzare l’esistenza” e la sua tesi centrale è che gli esseri umani non uccidano per mangiare carne, ma mangino carne per uccidere. Senza essere per forza intransigenti, basterebbe ridurre il consumo di carne (soprattutto rossa) che è anche il cibo meno salutare. In tempo di guerra la diffusione del Cancro era circa di un caso ogni 40 individui, oggi siamo intorno ad uno su tre. È evidente che i nostri nonni e bisnonni avevano altri problemi, ma il dato fa riflettere. È più “figo” andare a mangiare una bistecca in compagnia piuttosto che una farinata di ceci (un po’ triste, lo ammetto..) , ma per il nostro organismo ne potrebbero bastare un paio al mese. L’importante è avere sempre un’alimentazione bilanciata e il più possibile “erbivora”. Non risolveremo tutti i problemi del nostro pianeta mangiando (come suggerisce il libro di J.S Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena”), ma di sicuro sarebbe un bell’aiutino.

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://m.youtube.com/watch%3Fv%3DHpdjbarNMoE&ved=2ahUKEwiT0N2khYvmAhW1WxUIHfssCUIQwqsBMAF6BAgGEAc&usg=AOvVaw1VKw0J1cno5Vo65pFGMINw

Rapa Nui : tra storia e leggenda

Molti studiosi ipotizzano che la scomparsa “improvvisa” di antiche civiltà come i Maya sia dovuta a fluttuazioni climatiche spontanee. Questo fa riflettere sul destino a cui potremmo andare incontro in un futuro prossimo. Un esempio che costituisce un paradigma ecologico per gli ambientalisti è l’ Isola di Pasqua. Questa, essendo la terra più isolata del pianeta, può essere considerata un micromodello autonomo . Situata in mezzo al Pacifico, qui l’uomo si è dovuto integrare con l’ambiente. Si pensa che i primi colonizzatori dell’isola furono alcuni navigatori di origine polinesiana nel X secolo D.C. Questi abbatterono i primi alberi (l’isola era coperta di foreste) per soddisfare i propri bisogni, ma in seguito all’incremento demografico vi fu un uso irrazionale delle risorse e si accesero forti rivalità fra i diversi clan . Sembra che per molto tempo questa competizione si sia concentrata nella realizzazione delle celebri statue di tufo, i Moai. Per trasportare queste enormi sculture in luoghi distanti dalle miniere in cui venivano realizzate, si servivano dei tronchi degli alberi come rulli di scorrimento, ma la corsa al legname presto si trasformò in corsa agli armamenti. Nel periodo di massimo sviluppo Rapa Nui , così veniva chiamata l’isola dagli autoctoni, pare contasse circa 30.000 abitanti. Gli europei vi approdarono per la prima volta nel giorno di Pasqua del 1722 (da qui il suo attuale nome) e vi trovarono non più di 2.000 indigeni. La prima cosa che notarono fu la completa assenza di grandi alberi sul territorio, ma sparsi vi erano centinaia di Moai. La teoria che ne scaturì fu quella dell’ ingordigia umana, ma qui si entra nel campo delle ipotesi. Gli isolani utilizzarono  tutti gli alberi disponibili preferendo la costruzione dei Moai all’equilibrio dell’ecosistema. Gli idoli dovevano compiacere le divinità e si privilegiarono gli dèi alla Natura, sperando che i primi provvedessero ai bisogni degli uomini. Lo sfruttamento portò alla desertificazione del suolo e la scarsità di risorse innescò una guerra civile che decimò la popolazione. Alcuni racconti parlano di caccia ai ratti per la sopravvivenza e addirittura di cannibalismo. Questa è solo una teoria in quanto l’antica scrittura locale non è stata decifrata e non si conosce un granché di ciò che accadde prima dell’arrivo degli europei. Il processo, però, deve essere stato rapido come testimoniano i moltissimi Moai incompleti lasciati nelle miniere. Tuttavia, recenti studi archeologici hanno messo in dubbio la teoria dell’autodistruzione da parte della popolazione locale. L’unico fatto accertato è il massiccio calo demografico. Nel 1877 si potevano contare soltanto 111 sopravvissuti appartenenti all’antica civiltà polinesiana. E la ragione di questo calo potrebbero ricercarsi proprio nell’arrivo degli europei. I primi esploratori portarono malattie sconosciute ai locali come tifo e colera che misero a dura prova gli abitanti. Ma soprattutto, nel XIX secolo, vi fu l’avvento degli schiavisti che deportarono in quantità massicce gli indigeni (https://www.focus.it/amp/cultura/storia/isola-di-pasqua-il-punto-sulla-fine-di-rapa-nui). Anche se l’ipotesi dell’autodistruzione fosse solo una “storia” , di certo non sarebbe “originale”. Spesso i miti dell’antichità hanno una morale e qualcosa da insegnarci. Lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e le tensioni tra i popoli  derivate dal loro accaparramento sono temi più attuali che mai . La povertà genera conflitti e viceversa in un circolo vizioso. In ogni caso l’Isola di Pasqua rimane uno dei luoghi più misteriosi della Terra e non ci sarebbe da essere più sereni se la sua civiltà fosse stata distrutta dall’avvento dei colonizzatori. Pur con la scomparsa della schiavitù , esistono forme di sfruttamento più “sottili”, ma molto efficaci.

Non cadiamo in .. contraddizione

Con il cibo prodotto ogni anno si potrebbe sfamare tutta l’umanità, ma nel mondo ci sono 840 milioni di persone (dati Fao) denutrite. Più del 30% degli alimenti vengono persi o sprecati prima del consumo. E il paradosso è che questa realtà coesiste con i fenomeni di malnutrizione da sovrabbondanza presenti nei paesi più ricchi. In questi la cultura del cibo si è modificata e non è un caso che in TV fioriscano i programmi di cucina. Sono diventati dei veri e propri show e gli chef protagonisti, delle star. Si è perso di vista lo scopo principale dell’alimentazione che è quello di garantire il fabbisogno energetico dell’organismo. In quest’ottica spesso cadiamo in contraddizione per soddisfare le nostre voglie o capricci, altre volte agiamo semplicemente senza pensare, seguendo delle consuetudini ritenute “normali”. La grande distribuzione ci ha abituati ad avere una tale scelta da non farci riflettere sulla provenienza dei prodotti ed il costo ecologico che comporta. È ovvio che, se siamo golosi di ananas, mango o papaya, non possiamo credere provengano dal campo sotto casa. Privilegiando i cosiddetti alimenti a “km 0” dobbiamo per forza escludere tutti quelli esotici o tropicali, ma a volte non è così intuitivo. Rischiamo di essere come quei bambini che alla domanda “da dove provengono le uova” hanno risposto “dal supermercato”. Ad esempio, uno dei frutti più presenti nella nostra dieta è la banana, ma non può certo definirsi “locale”. La banana è uno dei prodotti agricoli più diffusi nel mondo e prima di arrivare sulle nostre tavole compie viaggi di migliaia di chilometri. In più, il suo export è controllato da poche multinazionali che ne traggono ricavi esorbitanti lasciando solo le briciole ai produttori locali. Il tutto mentre i lavoratori nelle piantagioni operano in scarsa sicurezza e percepiscono bassi salari. Ho sempre praticato sport fin da bambino ed ho sempre sofferto di crampi. Tutti, allenatori, compagni, fisioterapisti e amatori, mi hanno sempre ripetuto : “hai carenza di potassio, mangiati delle banane”. Ed in effetti nella mia vita da atleta (??) credo di averne ingerite più di uno scimpanzé. Ma mai avrei pensato di contribuire all’inquinamento e all’ingiustizia sociale, per poi scoprire che fagioli borlotti, patate ed asparagi ne contengono di più .. (oltre al danno la beffa). Ancora più subdolo è il caso di quegli alimenti che vengono prodotti localmente (o almeno nazionalmente), ma in commercio si trovano accostati a quelli stranieri. In genere la prima discriminante di acquisto è il prezzo. Beh, quello può riservare delle sorprese. Mi è capitato, nel negozio di frutta e verdura del mio paese, di essere ingolosito da due grandi sacchi pieni di noci ed averne chieste un po’. La signora al banco mi ha domandato quale preferissi e mi ha spiegato che le prime (le più grandi) provenivano dalla California, mentre le altre erano toscane. Al quel punto non l’ho fatta neppure terminare e le ho detto che avrei preso le seconde. Ero certo di aver fatto la scelta eticamente più giusta, ma anche (perché no) di spendere un po’ meno. Peccato che le più economiche fossero quelle californiane. Ma come cavolo arrivano, col teletrasporto ?! Leggendo su Internet ho scoperto che spesso le aziende americane sfruttano il lavoro sottopagato degli immigrati (messicani) e così riescono a mantenere i prezzi bassi. Questo è soltanto uno delle centinaia di cibi provenienti dalle più svariate località estere. Tra quelli più diffusi e con il maggior impatto ambientale ci sono anche : le ciliegie del Cile; i mirtilli dell’Argentina; gli asparagi del Perù; le more del Messico; i melograni di Israele; i fagiolini dell’Egitto e molti altri ancora. Sono tutti facilmente reperibili da coltivazioni nostrane; basta avere un po’ di pazienza ed aspettare la stagione giusta. Restano giustificate soltanto le donne in dolce attesa con improvvise voglie .. . Anche a livello nazionale le incoerenze non mancano. È assurdo imbottigliare l’acqua nella plastica (inquinante) alle pendici delle Alpi, metterla su di un camion (inquinante) in strada per oltre 1000 Km e trovarla in vendita in Calabria. Nel frattempo ci saranno aziende concorrenti che faranno fare al loro “marchio” il percorso inverso. Questo non è benessere, ma pura follia. O, come recitava lo slogan creato da J.Carville per la corsa alla Casa Bianca di Bill Clinton nel 1992, “it’s the economy, stupid !”

Orango, deforestazione e senso di colpa

( di Gabriele Franchini )

50 milioni di ettari di foresta distrutti tra il 2010 e 2020 per fare spazio alla produzione industriale di materie prime agricole. Circa l’ 80% di deforestazione globale causata dall’agricoltura industriale per produrre soia, carne e olio di palma, ma il peggio deve ancora venire. Entro il 2050 la produzione di quest’ultimo potrebbe aumentare del 60%, quella di soia del 45%, la produzione e il consumo globale di carne potrebbe avere un incremento del 76%. Sono numeri impressionanti , che dovrebbero far riflettere chiunque quando la sera va a letto e pensa al futuro dei propri figli. Prendendo ad esempio  l’ Indonesia, la produzione di olio di palma ha trasformato il Borneo e Sumatra (2 isole grandi ognuna più dell’ Italia) in enormi piantagioni di palme, sostituendone la foresta primaria. Parliamo della distruzione dell”80% di foresta a Sumatra e del 60% nel Borneo. Foresta tropicale che ospitava una biodiversità enorme  ( in gran parte così estinta ) tra cui il famoso orango la cui popolazione si è ridotta drasticamente in pochi decenni. Provo vergogna nel sapere che la razza umana, a cui appartengo, ha sterminato 200 mila oranghi negli ultimi 20 anni sostituendo il loro habitat di foreste lussureggianti con  aride piantagioni, avvicinandoli ogni giorno che passa all’estinzione. Più che l’opera di esseri intelligenti e civilizzati, sembra il disegno di un serial killer. Ma forse, nemmeno Jack lo squartatore avrebbe potuto eguagliare un simile risultato. La stessa sorte è toccata a molte specie e ciò che la natura ha generato nel corso dei millenni, l’uomo l’ha cancellato in un paio di decenni. E questo avviene mentre i telegiornali parlano di tutt’altro. Lo schema è lo stesso usato nella deforestazione dell’Amazzonia: i maggiori bisogni spinti dal consumismo sfrenato dei paesi più ricchi, la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo economico dei paesi emergenti. Questi fattori creano sempre maggiore richiesta di prodotti agricoli ed alimentari e le foreste tropicali  sono il primo bacino a cui attingere per trovare nuovi terreni da convertire ad agricoltura intensiva. Semplicemente utilizzando il programma Google maps, ognuno di noi può vedere dal proprio cellulare lo stato dei territori nel Borneo o a Sumatra. E’ tristissimo osservare come le foreste originali si contrappongano alle ordinate piantagioni di palme e quest’ultime siano ormai predominanti (oltre a strade ed urbanizzazione selvaggia). L’olio di palma è sempre più utilizzato nell’ industria alimentare, ma anche nella cosmesi e nella produzione di biocombustibili . È più economico rispetto a prodotti analoghi e facilmente reperibile in grandi quantità. Alla luce di ciò sappiamo meglio cosa contengono alcuni famosi barattoli di “cioccolata”, merendine e numerosi altri prodotti “da banco”. Dentro c’è più di un olio vegetale, ma  una distruzione immane, nascosta dalla crescita del PIl dell’ Indonesia e dai profitti delle multinazionali (anche italiane). Il tutto a svantaggio dei contadini locali a cui viene espropriata la terra, favorendo lo sfruttamento del lavoro, anche minorile ! Inoltre, in queste piantagioni viene fatto un uso massiccio di fertilizzanti altamente tossici che vanno ad inquinare gli habitat ed i bacini idrici. Conservo seri dubbi sul fatto che esista un olio di palma biosostenibile, come ultimamente l’ agroindustria cerca di sostenere. È stato creato anche un apposito marchio di certificazione, ma ogni giorno qualche ettaro di foresta vergine viene abbattuta (o bruciata) e decine di oranghi fatti fuggire o uccisi, anche a colpi di machete (su Internet si trovano immagini agghiaccinti !! – http://www.nationalgeographic.it/multimedia/2018/02/19/video/in_20_anni_dimezzati_gli_oranghi_del_borneo-3867727/1/?refresh_ce). C’è stato un acceso dibattito sull’ipotesi se l’olio di palma fosse o meno cancerogeno. Di sicuro nuoce gravemente alla salute degli oranghi e delle altre creature dell’ecosistema. Molte aziende non se ne preoccupano e si comportano come se operassero in regime di monopolio, ma sul mercato la scelta non manca. Sui prodotti alimentari c’è l’obbligo di riportare gli ingredienti e se gli acquirenti “bocciassero” i prodotti che non rispettano la sostenibilità, anche le multinazionali sarebbero costrette a modificare le proprie strategie. Quindi, tutti possiamo contribuire a fermare l’inevitabile, anche facendo la spesa, e se non ci sarà una presa di coscienza diffusa, la distruzione degli habitat sarà inarrestabile e catastrofica.  

In continua .. “evoluzione”

La scienza ha dimostrato come la nostra specie si sia evoluta , dall’ Australopiteco, un primate comparso all’incirca 4 milioni di anni fa , all’attuale Homo sapiens. Il sociologo Zygmunt Bauman , però, ha teorizzato un’ulteriore cambiamento umano avvenuto nella nostra epoca. Non si tratta di un’evoluzione biologica, ma comportamentale : l’avvento dell’ Homo consumens. Bauman definisce la società contemporanea come la società dei consumi e ciò che la fa andare avanti non è più la gamma dei bisogni, ma il desiderio. Il “branco” rappresentata il proprio gruppo di riferimento: coloro dalla cui approvazione dipende il successo o il fallimento. E l’essere in anticipo nell’ ostentare i “segnali di appartenenza” è l’unico modo per convincersi del fatto che il branco prescelto ci accetterà. L’idea di anticipare le mode è un’assicurazione verso il rischio della solitudine, considerato che gli emblemi di appartenenza prima o poi andranno fuori mercato, per essere rimpiazzati da nuovi. Per Bauman ciò che contraddistingue la vita del consumatore, è l’essere in continuo movimento e la sola idea che sia “soddisfatto” costituisce una minaccia per la società. Il principio su cui si fonda il “consumismo” è che i bisogni (e i desideri) non devono mai avere fine. Le mode, grazie al supporto della pubblicità sempre più invadente nelle nostre vite, sono un’esortazione a sostituire quelle merci che fino a poco tempo prima venivano esaltate e che adesso vengono definite superate . Bauman rileva come il “populismo di mercato” proclami la politica il principale nemico della democrazia, mentre considera il Mercato stesso come lo strumento democratico più affidabile. In realtà è proprio l’attività di mercato senza freni la prima causa di iniquità sociale. Per il sociologo è emerso un metodo alternativo di manipolazione comportamentale che all’apparenza non è coercitivo e quindi non solleva nessun dissenso o ribellione , ma presenta l’obbligo di scegliere come libertà di scelta e la punizione per la mancata scelta ha le sembianze di un “passo falso”. Secondo Bauman lo “sciame” tende a sostituire il gruppo con i suoi leader e questo si raduna o si disperde a seconda delle occasioni, spinto da cause effimere ed obiettivi mutevoli. All’interno dello sciame si ha l’idea che la direzione sia giusta perché è quella seguita dalla maggioranza delle persone (mica tutti potranno essere stati ingannati ??!!). Lo sciame favorisce il consumo perché il consumo è un’attività solitaria. Bauman conclude il concetto dicendo che la società dei consumi è guidata “dalla non-soddisfazione dei desideri e la fede nell’infinita perfettibilita’ delle merci” . In alternativa, un metodo più subdolo è quello di soddisfare così completamente ogni desiderio da diventare una dipendenza insostituibile. Ne è un esempio il bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l’angoscia. Ogni promessa deve essere falsa o quantomeno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Quindi, oltre ad essere un’economia basata sull’eccesso e sullo spreco, è anche fondata sull’inganno. Questi effetti collaterali probabilmente ci costeranno molto cari in un futuro prossimo in termini di inquinamento, vivibilità del pianeta e di giustizia sociale ; il sistema però non li riconosce come tali, bensì come segni di buona salute, ricchezza e come una promessa per l’avvenire. Così, il miglioramento del tenore di vita di cui credono di beneficiare gli abitanti dei paesi del Nord del mondo e a cui aspirano quelli dei paesi in via di sviluppo, si rivela sempre più un’illusione.

Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza Editore, Bari, 2002. Z.Bauman, Homo consumens, Edizioni Erickson, Gardolo, 2007.