Riscaldarsi consumando (e inquinando) meno

La causa principale di inquinamento atmosferico nelle nostre città, dai gas ad effetto serra alle polveri sottili dannosissime per la salute, è il riscaldamento degli edifici. Stufe e caldaie ne sono responsabili in misura superiore anche rispetto ai veicoli a motore. Quando i livelli diventano insostenibili spesso i comuni adottano il blocco del traffico, ma non si procede mai (per ovvie ragioni) al blocco degli impianti di riscaldamento. A questo proposito domenica scorsa ho avuto modo di fare due chiacchiere con il mio amico Simone Silvestri. Simone è un ingegnere elettronico e di lavoro fa il termotecnico, cioè, si occupa di impianti meccanici di riscaldamento e condizionamento. Mentre le famiglie erano andate a vedere Frozen (giust’appunto) noi, tra le partite ed un caffè, abbiamo parlato del suo lavoro. Ritengo la cosa possa interessare tutti coloro che hanno una casa e non vogliono “morirci” dentro di freddo o di caldo. Anche senza avere una spiccata coscienza ecologica è desiderio diffuso quello di poter risparmiare sulle bollette. Simone mi ha subito spiegato come sia proprio questa la leva su cui far forza (a volte, ahimè, l’unica) per spingere i clienti ad adottare soluzioni più efficienti. Spesso è costretto a “lottare” per poche centinaia di euro in più. Per fortuna di solito le due esigenze coincidono e una volta compreso che le soluzioni ecologiche equivalgono a meno spese, il gioco è fatto. Per le abitazioni di nuova costruzione ci sono norme molto rigide dalle quali non è possibile scostarsi. A seconda della tipologia, della grandezza, della posizione e struttura, il fabbricato deve rientrare in parametri di consumo stabiliti da tabelle e una parte di energia deve provenire da fonti rinnovabili. Ovviamente parliamo di una percentuale irrisoria rispetto agli edifici “vecchi”, una goccia nel mare ! Il vero problema sono quest’ultimi. Simone mi ha illustrato quanto sia fondamentale l’isolamento termico, molto più del riscaldamento stesso. Le tecniche e i materiali attualmente a disposizione sono molto avanzati e possono risolvere la gran parte dei problemi. Apporre dell’isolante sul solaio sotto il tetto può portare ad una diminuzione del consumo della caldaia del 20%. Questo è prodotto in tappeti morbidi (di vario spessore) o rigidi, se si ha una soffitta e si utilizza come magazzino per scatoloni o roba varia (come faccio io) . È una soluzione molto efficace e non troppo costosa. Restiamo intorno ai 20/30 euro al metro quadro. Altro mezzo per lo scopo è il montaggio di pannelli sopra ai muri esterni, soprattutto per le strutture più datate. Questo è meno economico (circa 60 euro al metro quadro) anche per la necessità di intonacare e imbiancare, ma il risultato è sorprendente. Un ulteriore importante intervento è quello sugli infissi, dai quali si disperde molto calore. Però, una volta isolato, l’immobile avrà poca necessità di essere riscaldato. Naturalmente l’utilizzo di pannelli solari termici per scaldare l’acqua (almeno 8 mesi l’anno) e/o di quelli fotovoltaici, andranno a migliorare ulteriormente l’efficienza energetica. Anche se Simone, su quest’ultimi, mi ha espresso alcune riserve in merito al loro smaltimento. Infatti non se ne conosce esattamente il ciclo vitale – siamo intorno al ventennio per i primi installati – e stiamo parlando di circuiti elettronici (non di pezzi di vetro). Tutti gli interventi menzionati (e gli altri allo stesso scopo) godono di incentivi statali : una detrazione del 50% sulla dichiarazione dei redditi da spalmare in 10 anni. Simone, infine,  mi ha citato una scuola materna che ha progettato e di cui va (giustamente) molto fiero. Si tratta di uno stabile di 1100 metri quadrati che ospita circa 150 bambini, costruita in legno e materiale isolante . L’asilo ha affrontato tutta la stagione scolastica con una spesa energetica intorno ai 700 euro ! Mi ha poi raccontato un simpatico aneddoto al riguardo. Lo scorso dicembre è stato chiamato da un’insegnante perché alcuni bambini si lamentavano di soffrire il freddo in aula. Pur avendo terminato il proprio lavoro, sentendosi responsabile, si è precipitato sul posto. Una volta arrivato ha registrato una temperature di 18 gradi (non certo il Polo), ma guardando il pannello di controllo si è accorto che non era stato acceso il riscaldamento dall’estate e nessuno se n’era accorto fino a quel momento. Concludendo, come ripete spesso il mio amico, prima di preoccuparsi tanto della provenienza dell’energia consumata, sarebbe saggio fare in modo di consumarne meno.

Passato e futuro radioattivi

Il 6 agosto del 1945 l’umanità scoprì la potenza distruttiva della bomba atomica. La seconda guerra mondiale terminò, ma negli anni a seguire iniziò il periodo della guerra fredda con la corsa agli armamenti nucleari da parte delle due superpotenze, USA e URSS. L’ipotesi di un nuovo conflitto globale era tutt’altro che remota e le ripercussioni (con l’utilizzo di simili armi) terribili. Le rappresentazioni di possibili scenari post apocalittici hanno sempre avuto tratti comuni. Terre aride, scarsità d’acqua e di cibo e soprattutto un’ondata di violenza dilagante fra i sopravvissuti. Come nella serie cinematografica Mad Max o nel manga giapponese Ken il guerriero degli anni ’80, in assenza di Istituzioni sono i più forti ad esercitare il potere. Questa eventualità è stata uno spauracchio per molti anni poi, con la caduta del muro di Berlino, la paura si è progressivamente attenuata. In realtà, la presenza di testate nucleari in stati con governi poco “gestibili” come Corea del Nord, Pakistan e (in futuro) Iran non è tranquillizzante. Nell’ avvenire potrebbe essere la scarsità di risorse la causa scatenante di un conflitto. Comunque la fissione nucleare non è stata utilizzata solo per scopi bellici . Dalla metà del XX secolo è iniziata la costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia. È una fonte più economica, peccato ci siano effetti collaterali difficilmente controllabili. Nessun ciclo combustibile nucleare può operare senza qualche rilascio di sostanze radioattive e spesso, nei luoghi adiacenti ad una centrale, si registrano incrementi nei casi di Cancro. A volte, però, va anche peggio. Nei giorni scorsi ho visto la serie TV Chernobyl sul disastro avvenuto nella città ucraina e mi ha fatto tornare alla mente molti ricordi. Il 26 aprile 1986 (giorno dell’incidente) ero ancora un bambino e non leggevo i giornali, ma ricordo bene l’agitazione generale. Ne parlarono gli insegnanti a scuola e il parroco durante l’ omelia domenicale. Mia madre non comprò il latte per un po’ e smettemmo di mangiare le verdure (anche quelle dell’ orto di mio nonno). Guardando la ricostruzione degli eventi nel film, balzano agli occhi la superficialità e l’ incompetenza con cui vennero affrontate le criticità. Oltre all’ angoscia, sapendo che non si tratta solo di fiction, la storia suscita rabbia per come la burocrazia dello stato sovietico non agevolò gli interventi e la propaganda si preoccupò, in primis, di insabbiare le responsabilità agli occhi del popolo e del resto del mondo. Ho avuto una sensazione di déjà vu vedendo una scienziata (un fisico nucleare) derisa da un alto dirigente del partito comunista che si vantava di poterla comandare nonostante prima di quel ruolo avesse lavorato in una fabbrica di scarpe. Mi sono venuti in mente alcuni commenti sarcastici di politici sulle conseguenze del riscaldamento globale teorizzate dai climatologi. Chernobyl, che prima del disastro doveva essere un bel posto (immerso nelle foreste), tutt’oggi ne subisce le conseguenze. Anche nel 2011, quando ormai si dava per scontata la sicurezza delle centrali di ultima generazione, è avvenuto un incidente a Fukushima in Giappone, uno dei paesi tecnologicamente più avanzati. Questo ha riacceso l’incertezza sulla credibilità di poter tenere sempre ben chiuso un simile “vaso di Pandora”, ma ogni volta che si attenua l’emotività del momento, il dibattito si riapre. Con la crescente “fame” di energia della nostra società, c’è chi sostiene che l’unico modo per uscire dalla dipendenza dei combustibili fossili e diminuire le emissioni di gas ad effetto serra sia il nucleare. Tuttavia, oltre ai possibili incidenti, c’è ancora da risolvere il problema delle scorie. Siamo passati dalle fosse oceaniche a siti di stoccaggio ritenuti geologicamente stabili. In ogni caso i tempi di dimezzamento dei materiali radioattivi possono essere nell’ordine delle decine di migliaia di anni e nessun luogo può definirsi sicuro in eterno. Rischiamo di lasciare in dote ai futuri archeologi, al posto di preziose opere d’arte, delle bombe nascoste. Naturalmente io non ho le competenze per indicare le soluzioni alla crisi energetica globale, ma (da cittadino del mondo) il nucleare mi fa molta paura.

Carnivori per natura o per scelta ?

In una trasmissione televisiva di Bonolis dove personaggi famosi venivano intervistati da bambini, una sera come ospite fu presentato un antropologo. La prima domanda posta da uno dei piccoli giornalisti fu se avesse o meno ragione la sua mamma nell’insistere a fargli mangiare la carne per poter “crescere meglio”. Lo scienziato gli rispose semplicemente che non siamo stati creati carnivori in quanto non abbiamo alcune delle caratteristiche peculiari, prima fra tutte la presenza di canini sviluppati. La spiegazione mi incuriosì molto e quel giorno cominciai a pensare di ridurre drasticamente il consumo di carne. In effetti l’essere umano viene generalmente considerato onnivoro (cioè in grado di cibarsi di diversi alimenti), mentre molti studiosi, analizzando la nostra anatomia, ritengono sia più giusta la definizione di frugivori, ossia mangiatori di semi, frutti, radici e con assunzioni limitate di foglie verdi e insetti. Questa è la natura dei Primati, i nostri diretti antenati. Di sicuro l’essere umano nei millenni ha dimostrato una grande capacità di adattamento anche in campo nutrizionale e la prova è l’esistenza di comunità più carnivore o più erbivore a seconda delle necessità. Nella nostra società, dove esiste un’ampia scelta, l’alimentazione non è più soltanto una questione personale, ma una problematica globale. Gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di produzione di gas a effetto serra, dopo i riscaldamenti e prima dei trasporti ! Oltre ai motivi “indiretti” , primo fra tutti la deforestazione del pianeta per far spazio agli allevamenti ed alle coltivazioni da cui si ricavano i mangimi, il bestiame produce metano semplicemente defecando e scorreggiando. Sembra una battutaccia di Pierino , ma è la realtà. Fortunatamente per noi la piramide alimentare , con le proporzioni di cibo raccomandate (dalla frutta e verdura alla base fino alla carne rossa sulla punta), è esattamente inversa rispetto a quella che rappresenta l’impatto ambientale. Gli alimenti più sani sono anche i più sostenibili e viceversa. Quindi, una dieta realmente salutare diffusa creerebbe equilibrio ecologico e sociale. Purtroppo la tendenza generale va nella direzione opposta ed il consumo di proteine animali, soprattutto di carne bovina, è in costante ascesa. Oltre agli storici consumatori nell’Occidente, la richiesta di carne negli ultimi decenni si è impennata nei paesi in via di sviluppo modificando radicalmente la loro dieta tradizionale. Viene da chiedersi se questo non sia più il frutto del raggiungimento di uno status sociale più che di una reale esigenza. L’Uomo ha da sempre dichiarato la propria superiorità sulle altre creature ed il fatto di essersi posizionato all’apice della catena alimentare ne è diventata la dimostrazione. A conferma di questa tesi si potrebbe citare l’ostinazione di alcuni Stati nel cacciare animali in via di estinzione come le balene o la pesca degli squali solo per cucinarne le pinne. In natura non esistono animali di serie A e di serie B, ma è generalmente accettato il destino di quelli da allevamento. La filosofa Florence Burgat sostiene che “gli animali vogliono vivere, possono essere felici ed apprezzare l’esistenza” e la sua tesi centrale è che gli esseri umani non uccidano per mangiare carne, ma mangino carne per uccidere. Senza essere per forza intransigenti, basterebbe ridurre il consumo di carne (soprattutto rossa) che è anche il cibo meno salutare. In tempo di guerra la diffusione del Cancro era circa di un caso ogni 40 individui, oggi siamo intorno ad uno su tre. È evidente che i nostri nonni e bisnonni avevano altri problemi, ma il dato fa riflettere. È più “figo” andare a mangiare una bistecca in compagnia piuttosto che una farinata di ceci (un po’ triste, lo ammetto..) , ma per il nostro organismo ne potrebbero bastare un paio al mese. L’importante è avere sempre un’alimentazione bilanciata e il più possibile “erbivora”. Non risolveremo tutti i problemi del nostro pianeta mangiando (come suggerisce il libro di J.S Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena”), ma di sicuro sarebbe un bell’aiutino.

https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://m.youtube.com/watch%3Fv%3DHpdjbarNMoE&ved=2ahUKEwiT0N2khYvmAhW1WxUIHfssCUIQwqsBMAF6BAgGEAc&usg=AOvVaw1VKw0J1cno5Vo65pFGMINw

Rapa Nui : tra storia e leggenda

Molti studiosi ipotizzano che la scomparsa “improvvisa” di antiche civiltà come i Maya sia dovuta a fluttuazioni climatiche spontanee. Questo fa riflettere sul destino a cui potremmo andare incontro in un futuro prossimo. Un esempio che costituisce un paradigma ecologico per gli ambientalisti è l’ Isola di Pasqua. Questa, essendo la terra più isolata del pianeta, può essere considerata un micromodello autonomo . Situata in mezzo al Pacifico, qui l’uomo si è dovuto integrare con l’ambiente. Si pensa che i primi colonizzatori dell’isola furono alcuni navigatori di origine polinesiana nel X secolo D.C. Questi abbatterono i primi alberi (l’isola era coperta di foreste) per soddisfare i propri bisogni, ma in seguito all’incremento demografico vi fu un uso irrazionale delle risorse e si accesero forti rivalità fra i diversi clan . Sembra che per molto tempo questa competizione si sia concentrata nella realizzazione delle celebri statue di tufo, i Moai. Per trasportare queste enormi sculture in luoghi distanti dalle miniere in cui venivano realizzate, si servivano dei tronchi degli alberi come rulli di scorrimento, ma la corsa al legname presto si trasformò in corsa agli armamenti. Nel periodo di massimo sviluppo Rapa Nui , così veniva chiamata l’isola dagli autoctoni, pare contasse circa 30.000 abitanti. Gli europei vi approdarono per la prima volta nel giorno di Pasqua del 1722 (da qui il suo attuale nome) e vi trovarono non più di 2.000 indigeni. La prima cosa che notarono fu la completa assenza di grandi alberi sul territorio, ma sparsi vi erano centinaia di Moai. La teoria che ne scaturì fu quella dell’ ingordigia umana, ma qui si entra nel campo delle ipotesi. Gli isolani utilizzarono  tutti gli alberi disponibili preferendo la costruzione dei Moai all’equilibrio dell’ecosistema. Gli idoli dovevano compiacere le divinità e si privilegiarono gli dèi alla Natura, sperando che i primi provvedessero ai bisogni degli uomini. Lo sfruttamento portò alla desertificazione del suolo e la scarsità di risorse innescò una guerra civile che decimò la popolazione. Alcuni racconti parlano di caccia ai ratti per la sopravvivenza e addirittura di cannibalismo. Questa è solo una teoria in quanto l’antica scrittura locale non è stata decifrata e non si conosce un granché di ciò che accadde prima dell’arrivo degli europei. Il processo, però, deve essere stato rapido come testimoniano i moltissimi Moai incompleti lasciati nelle miniere. Tuttavia, recenti studi archeologici hanno messo in dubbio la teoria dell’autodistruzione da parte della popolazione locale. L’unico fatto accertato è il massiccio calo demografico. Nel 1877 si potevano contare soltanto 111 sopravvissuti appartenenti all’antica civiltà polinesiana. E la ragione di questo calo potrebbero ricercarsi proprio nell’arrivo degli europei. I primi esploratori portarono malattie sconosciute ai locali come tifo e colera che misero a dura prova gli abitanti. Ma soprattutto, nel XIX secolo, vi fu l’avvento degli schiavisti che deportarono in quantità massicce gli indigeni (https://www.focus.it/amp/cultura/storia/isola-di-pasqua-il-punto-sulla-fine-di-rapa-nui). Anche se l’ipotesi dell’autodistruzione fosse solo una “storia” , di certo non sarebbe “originale”. Spesso i miti dell’antichità hanno una morale e qualcosa da insegnarci. Lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e le tensioni tra i popoli  derivate dal loro accaparramento sono temi più attuali che mai . La povertà genera conflitti e viceversa in un circolo vizioso. In ogni caso l’Isola di Pasqua rimane uno dei luoghi più misteriosi della Terra e non ci sarebbe da essere più sereni se la sua civiltà fosse stata distrutta dall’avvento dei colonizzatori. Pur con la scomparsa della schiavitù , esistono forme di sfruttamento più “sottili”, ma molto efficaci.

Non cadiamo in .. contraddizione

Con il cibo prodotto ogni anno si potrebbe sfamare tutta l’umanità, ma nel mondo ci sono 840 milioni di persone (dati Fao) denutrite. Più del 30% degli alimenti vengono persi o sprecati prima del consumo. E il paradosso è che questa realtà coesiste con i fenomeni di malnutrizione da sovrabbondanza presenti nei paesi più ricchi. In questi la cultura del cibo si è modificata e non è un caso che in TV fioriscano i programmi di cucina. Sono diventati dei veri e propri show e gli chef protagonisti, delle star. Si è perso di vista lo scopo principale dell’alimentazione che è quello di garantire il fabbisogno energetico dell’organismo. In quest’ottica spesso cadiamo in contraddizione per soddisfare le nostre voglie o capricci, altre volte agiamo semplicemente senza pensare, seguendo delle consuetudini ritenute “normali”. La grande distribuzione ci ha abituati ad avere una tale scelta da non farci riflettere sulla provenienza dei prodotti ed il costo ecologico che comporta. È ovvio che, se siamo golosi di ananas, mango o papaya, non possiamo credere provengano dal campo sotto casa. Privilegiando i cosiddetti alimenti a “km 0” dobbiamo per forza escludere tutti quelli esotici o tropicali, ma a volte non è così intuitivo. Rischiamo di essere come quei bambini che alla domanda “da dove provengono le uova” hanno risposto “dal supermercato”. Ad esempio, uno dei frutti più presenti nella nostra dieta è la banana, ma non può certo definirsi “locale”. La banana è uno dei prodotti agricoli più diffusi nel mondo e prima di arrivare sulle nostre tavole compie viaggi di migliaia di chilometri. In più, il suo export è controllato da poche multinazionali che ne traggono ricavi esorbitanti lasciando solo le briciole ai produttori locali. Il tutto mentre i lavoratori nelle piantagioni operano in scarsa sicurezza e percepiscono bassi salari. Ho sempre praticato sport fin da bambino ed ho sempre sofferto di crampi. Tutti, allenatori, compagni, fisioterapisti e amatori, mi hanno sempre ripetuto : “hai carenza di potassio, mangiati delle banane”. Ed in effetti nella mia vita da atleta (??) credo di averne ingerite più di uno scimpanzé. Ma mai avrei pensato di contribuire all’inquinamento e all’ingiustizia sociale, per poi scoprire che fagioli borlotti, patate ed asparagi ne contengono di più .. (oltre al danno la beffa). Ancora più subdolo è il caso di quegli alimenti che vengono prodotti localmente (o almeno nazionalmente), ma in commercio si trovano accostati a quelli stranieri. In genere la prima discriminante di acquisto è il prezzo. Beh, quello può riservare delle sorprese. Mi è capitato, nel negozio di frutta e verdura del mio paese, di essere ingolosito da due grandi sacchi pieni di noci ed averne chieste un po’. La signora al banco mi ha domandato quale preferissi e mi ha spiegato che le prime (le più grandi) provenivano dalla California, mentre le altre erano toscane. Al quel punto non l’ho fatta neppure terminare e le ho detto che avrei preso le seconde. Ero certo di aver fatto la scelta eticamente più giusta, ma anche (perché no) di spendere un po’ meno. Peccato che le più economiche fossero quelle californiane. Ma come cavolo arrivano, col teletrasporto ?! Leggendo su Internet ho scoperto che spesso le aziende americane sfruttano il lavoro sottopagato degli immigrati (messicani) e così riescono a mantenere i prezzi bassi. Questo è soltanto uno delle centinaia di cibi provenienti dalle più svariate località estere. Tra quelli più diffusi e con il maggior impatto ambientale ci sono anche : le ciliegie del Cile; i mirtilli dell’Argentina; gli asparagi del Perù; le more del Messico; i melograni di Israele; i fagiolini dell’Egitto e molti altri ancora. Sono tutti facilmente reperibili da coltivazioni nostrane; basta avere un po’ di pazienza ed aspettare la stagione giusta. Restano giustificate soltanto le donne in dolce attesa con improvvise voglie .. . Anche a livello nazionale le incoerenze non mancano. È assurdo imbottigliare l’acqua nella plastica (inquinante) alle pendici delle Alpi, metterla su di un camion (inquinante) in strada per oltre 1000 Km e trovarla in vendita in Calabria. Nel frattempo ci saranno aziende concorrenti che faranno fare al loro “marchio” il percorso inverso. Questo non è benessere, ma pura follia. O, come recitava lo slogan creato da J.Carville per la corsa alla Casa Bianca di Bill Clinton nel 1992, “it’s the economy, stupid !”

Orango, deforestazione e senso di colpa

( di Gabriele Franchini )

50 milioni di ettari di foresta distrutti tra il 2010 e 2020 per fare spazio alla produzione industriale di materie prime agricole. Circa l’ 80% di deforestazione globale causata dall’agricoltura industriale per produrre soia, carne e olio di palma, ma il peggio deve ancora venire. Entro il 2050 la produzione di quest’ultimo potrebbe aumentare del 60%, quella di soia del 45%, la produzione e il consumo globale di carne potrebbe avere un incremento del 76%. Sono numeri impressionanti , che dovrebbero far riflettere chiunque quando la sera va a letto e pensa al futuro dei propri figli. Prendendo ad esempio  l’ Indonesia, la produzione di olio di palma ha trasformato il Borneo e Sumatra (2 isole grandi ognuna più dell’ Italia) in enormi piantagioni di palme, sostituendone la foresta primaria. Parliamo della distruzione dell”80% di foresta a Sumatra e del 60% nel Borneo. Foresta tropicale che ospitava una biodiversità enorme  ( in gran parte così estinta ) tra cui il famoso orango la cui popolazione si è ridotta drasticamente in pochi decenni. Provo vergogna nel sapere che la razza umana, a cui appartengo, ha sterminato 200 mila oranghi negli ultimi 20 anni sostituendo il loro habitat di foreste lussureggianti con  aride piantagioni, avvicinandoli ogni giorno che passa all’estinzione. Più che l’opera di esseri intelligenti e civilizzati, sembra il disegno di un serial killer. Ma forse, nemmeno Jack lo squartatore avrebbe potuto eguagliare un simile risultato. La stessa sorte è toccata a molte specie e ciò che la natura ha generato nel corso dei millenni, l’uomo l’ha cancellato in un paio di decenni. E questo avviene mentre i telegiornali parlano di tutt’altro. Lo schema è lo stesso usato nella deforestazione dell’Amazzonia: i maggiori bisogni spinti dal consumismo sfrenato dei paesi più ricchi, la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo economico dei paesi emergenti. Questi fattori creano sempre maggiore richiesta di prodotti agricoli ed alimentari e le foreste tropicali  sono il primo bacino a cui attingere per trovare nuovi terreni da convertire ad agricoltura intensiva. Semplicemente utilizzando il programma Google maps, ognuno di noi può vedere dal proprio cellulare lo stato dei territori nel Borneo o a Sumatra. E’ tristissimo osservare come le foreste originali si contrappongano alle ordinate piantagioni di palme e quest’ultime siano ormai predominanti (oltre a strade ed urbanizzazione selvaggia). L’olio di palma è sempre più utilizzato nell’ industria alimentare, ma anche nella cosmesi e nella produzione di biocombustibili . È più economico rispetto a prodotti analoghi e facilmente reperibile in grandi quantità. Alla luce di ciò sappiamo meglio cosa contengono alcuni famosi barattoli di “cioccolata”, merendine e numerosi altri prodotti “da banco”. Dentro c’è più di un olio vegetale, ma  una distruzione immane, nascosta dalla crescita del PIl dell’ Indonesia e dai profitti delle multinazionali (anche italiane). Il tutto a svantaggio dei contadini locali a cui viene espropriata la terra, favorendo lo sfruttamento del lavoro, anche minorile ! Inoltre, in queste piantagioni viene fatto un uso massiccio di fertilizzanti altamente tossici che vanno ad inquinare gli habitat ed i bacini idrici. Conservo seri dubbi sul fatto che esista un olio di palma biosostenibile, come ultimamente l’ agroindustria cerca di sostenere. È stato creato anche un apposito marchio di certificazione, ma ogni giorno qualche ettaro di foresta vergine viene abbattuta (o bruciata) e decine di oranghi fatti fuggire o uccisi, anche a colpi di machete (su Internet si trovano immagini agghiaccinti !! – http://www.nationalgeographic.it/multimedia/2018/02/19/video/in_20_anni_dimezzati_gli_oranghi_del_borneo-3867727/1/?refresh_ce). C’è stato un acceso dibattito sull’ipotesi se l’olio di palma fosse o meno cancerogeno. Di sicuro nuoce gravemente alla salute degli oranghi e delle altre creature dell’ecosistema. Molte aziende non se ne preoccupano e si comportano come se operassero in regime di monopolio, ma sul mercato la scelta non manca. Sui prodotti alimentari c’è l’obbligo di riportare gli ingredienti e se gli acquirenti “bocciassero” i prodotti che non rispettano la sostenibilità, anche le multinazionali sarebbero costrette a modificare le proprie strategie. Quindi, tutti possiamo contribuire a fermare l’inevitabile, anche facendo la spesa, e se non ci sarà una presa di coscienza diffusa, la distruzione degli habitat sarà inarrestabile e catastrofica.  

In continua .. “evoluzione”

La scienza ha dimostrato come la nostra specie si sia evoluta , dall’ Australopiteco, un primate comparso all’incirca 4 milioni di anni fa , all’attuale Homo sapiens. Il sociologo Zygmunt Bauman , però, ha teorizzato un’ulteriore cambiamento umano avvenuto nella nostra epoca. Non si tratta di un’evoluzione biologica, ma comportamentale : l’avvento dell’ Homo consumens. Bauman definisce la società contemporanea come la società dei consumi e ciò che la fa andare avanti non è più la gamma dei bisogni, ma il desiderio. Il “branco” rappresentata il proprio gruppo di riferimento: coloro dalla cui approvazione dipende il successo o il fallimento. E l’essere in anticipo nell’ ostentare i “segnali di appartenenza” è l’unico modo per convincersi del fatto che il branco prescelto ci accetterà. L’idea di anticipare le mode è un’assicurazione verso il rischio della solitudine, considerato che gli emblemi di appartenenza prima o poi andranno fuori mercato, per essere rimpiazzati da nuovi. Per Bauman ciò che contraddistingue la vita del consumatore, è l’essere in continuo movimento e la sola idea che sia “soddisfatto” costituisce una minaccia per la società. Il principio su cui si fonda il “consumismo” è che i bisogni (e i desideri) non devono mai avere fine. Le mode, grazie al supporto della pubblicità sempre più invadente nelle nostre vite, sono un’esortazione a sostituire quelle merci che fino a poco tempo prima venivano esaltate e che adesso vengono definite superate . Bauman rileva come il “populismo di mercato” proclami la politica il principale nemico della democrazia, mentre considera il Mercato stesso come lo strumento democratico più affidabile. In realtà è proprio l’attività di mercato senza freni la prima causa di iniquità sociale. Per il sociologo è emerso un metodo alternativo di manipolazione comportamentale che all’apparenza non è coercitivo e quindi non solleva nessun dissenso o ribellione , ma presenta l’obbligo di scegliere come libertà di scelta e la punizione per la mancata scelta ha le sembianze di un “passo falso”. Secondo Bauman lo “sciame” tende a sostituire il gruppo con i suoi leader e questo si raduna o si disperde a seconda delle occasioni, spinto da cause effimere ed obiettivi mutevoli. All’interno dello sciame si ha l’idea che la direzione sia giusta perché è quella seguita dalla maggioranza delle persone (mica tutti potranno essere stati ingannati ??!!). Lo sciame favorisce il consumo perché il consumo è un’attività solitaria. Bauman conclude il concetto dicendo che la società dei consumi è guidata “dalla non-soddisfazione dei desideri e la fede nell’infinita perfettibilita’ delle merci” . In alternativa, un metodo più subdolo è quello di soddisfare così completamente ogni desiderio da diventare una dipendenza insostituibile. Ne è un esempio il bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l’angoscia. Ogni promessa deve essere falsa o quantomeno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Quindi, oltre ad essere un’economia basata sull’eccesso e sullo spreco, è anche fondata sull’inganno. Questi effetti collaterali probabilmente ci costeranno molto cari in un futuro prossimo in termini di inquinamento, vivibilità del pianeta e di giustizia sociale ; il sistema però non li riconosce come tali, bensì come segni di buona salute, ricchezza e come una promessa per l’avvenire. Così, il miglioramento del tenore di vita di cui credono di beneficiare gli abitanti dei paesi del Nord del mondo e a cui aspirano quelli dei paesi in via di sviluppo, si rivela sempre più un’illusione.

Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza Editore, Bari, 2002. Z.Bauman, Homo consumens, Edizioni Erickson, Gardolo, 2007.

La forza del singolo

Generalmente la schiera dei preoccupati per il futuro del Pianeta si divide in due gruppi : chi sostiene la tesi che ognuno debba impegnarsi con i piccoli gesti quotidiani e chi, invece, pensa sia tutto inutile senza norme vincolanti. Personalmente ritengo valide entrambe le posizioni, anzi strettamente legate tra loro. È ovvio che in assenza di regole ci sia chi continuerà a tenere comportamenti dannosi per l’ambiente, ma serve la volontà di recepire i cambiamenti. Negli anni ’90 , dopo una serata in discoteca, i vestiti mi puzzavano come una ciminiera. Sembrava impossibile impedire di fumare nei locali chiusi e il pensiero comune era “figuriamoci se una legge potrà cambiare le cose in Italia”. In realtà è avvenuto l’esatto contrario e il senso civico ha prevalso. La classe politica altro non è che lo specchio della società. Se “un politico guarda alle prossime elezioni, mentre lo statista alle generazioni future” , la sensazione è che siamo circondati da politici . Nonostante il ricambio generazionale ed i proclami, continuano ad agire (tutti) per le successive elezioni senza avere programmi a lungo termine. In fondo tutti ci lamentiamo, ma pensiamo sia molto scaltro chi ottiene vantaggi personali dalla posizione occupata. Dunque, è difficile credere che i nostri rappresentanti non temano di perdere voti adottando provvedimenti impopolari (anche se giusti). Nessuno vuole rinunciare a privilegi acquisiti o “pagare di tasca propria” e chi è costretto a farlo voterà per lo schieramento all’opposizione. Nella logica dell’alternanza (perno della democrazia) è raro che una coalizione resti in carica per un lasso di tempo sufficientemente lungo (in Italia, di solito, non si arriva nemmeno al termine naturale della legislatura). E tutto rientra nella lotta politica. Non esistono temi trasversali come ambiente, salute, istruzione su cui si possa trovare un largo consenso e diventa impossibile programmare. In teoria sarebbe più semplice apportare grandi cambiamenti in una dittatura. Ma a quale prezzo ? La storia insegna che non esistono leader “illuminati”. Quindi, non c’è nessuna possibilità di modificare le cose ? Io sono convinto del contrario. Basterebbe far comprendere che il vantaggio per la comunità alla lunga è auspicabile per tutti , anche se qualcuno ci dovrà rimettere (come nel caso del fumo nei locali). A lanciare simili messaggi ci sono individui che non hanno maschere, mantelli o identità segrete, ma sono comunque degli eroi. Uno di questi è Afroz Shah. Per me era un completo sconosciuto , poi mi sono imbattuto in alcuni video che lo riguardano su YouTube . Shah è un avvocato di Mumbai (India) , ma da sempre innamorato della natura e del mare in particolare. Nel 2015 ha acquistato una casa sulla spiaggia di Versova , anche se sarebbe più corretto definirla “discarica” considerato che era invasa da oltre 5.000 tonnellate di rifiuti su 2,5 Km. Vista l’impossibilità di avere ascolto da parte delle autorità locali, ha iniziato a ripulire la spiaggia da solo. Ha continuato così per settimane andando a bussare ad ogni porta. La sua dedizione ha convinto altre persone ad aiutarlo e i pochi volenterosi sono diventati decine e poi centinaia. Nel 2016 anche l’Onu si è accorto di Shah assegnandogli il titolo “Champions of the Earth” per il suo straordinario impegno. A quel punto anche la politica locale non ha più potuto ignorarlo ed ha messo a disposizione i mezzi per completare l’impresa. Il miracolo (è così che è stato giustamente definito) si è compiuto 127 settimane più tardi (nel 2018) quando, con la spiaggia completamente ripulita, sono ricomparse le tartarughe !! Dopo circa vent’anni un’ottantina di esemplari hanno camminato sulla sabbia per giungere al mare sotto gli occhi lucidi di coloro che lo hanno reso possibile. Shah ha dichiarato di ispirarsi alle parole di Ghandi “sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo” e non c’è dubbio che abbia davvero cambiato (in meglio) la sua città. Ma adesso non vuole fermarsi ed ha deciso di lanciare altri movimenti di pulizia in India, ad esempio nelle foreste di mangrovie. È così che si comportano gli eroi, anche se non sono .. “super”. https://youtu.be/rjqegvXjoFE

Mission (im)possible : cambiare .. (seconda parte)

Nel precedente articolo ho parlato di Lautoche come principale esponente della decrescita, ma non è l’unico. Il movimento si sta espandendo (anche se la parola è sempre considerata “sacrilega” dai più) e in Italia Maurizio Pallante ne è stato il fondatore nel 2007. Comunque, ancora prima che gli venisse attribuito un nome, il concetto apparteneva già alla coscienza umana. Nel lontano 1968, Bob Kennedy (non un eversivo o un comunista) pronunciava un famoso discorso nel quale sosteneva come il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” (https://youtu.be/95yXGNbtrBw) . Non mi sorprende che sia stato assassinato pochi mesi dopo .. Quando pesco dai miei ricordi più felici, non trovo mai il possesso di beni e oggetti . Possono dare soddisfazione sul momento, poi rientrano nella quotidianità fino al successivo acquisto. La crescita infinita è soltanto un mito. Anche un bambino di 5 anni si rende conto che non può continuare a mettere nuovi giocattoli nel suo baule. E il nostro pianeta, sfortunatamente per noi, è “limitato” come quel contenitore (e quasi saturo). Le imprese per generare profitti sostengono costi economici, ma i costi ecologici che ne derivano restano a carico della comunità. Anche a quest’ultimi dovrebbe essere assegnato un “prezzo”. È emblematico il caso dell’ Ilva a Taranto dove le persone sembrano dover scegliere tra lavoro o salute e nella nostra società viene privilegiato il primo ! Ma in un sistema economico sostenibile, nel quale si produrrà meno, non necessariamente ci dovranno essere meno servizi , meno benessere o meno lavoro. Abbandonando le logiche “usa e getta” si potranno creare e riscoprire figure professionali. Ad esempio nell’edilizia, uno dei settori più in crisi, in alternativa alla cementificazione dei terreni si potrebbe contrapporre la ristrutturazione dei vecchi edifici, rigenerando il tessuto urbano nel rispetto del paesaggio. O, tornando a riparare i nostri oggetti (soprattutto in ambito tecnologico), ci saranno nuove prospettive di lavoro. Il centro del progetto dovrà essere la circolarità (come avviene in Natura). Anche i trasporti pubblici dovranno essere potenziati a discapito dei veicoli privati. Dovrà calare il flusso delle merci che percorrono grandi distanze, favorendo i prodotti locali. Infine, dovranno diminuire i voli superflui, a partire da quelli turistici. Non possiamo chiedere all’economia di misurare la nostra felicità, ma dobbiamo fare in modo che sia più equa. In fondo dovrebbe essere un mezzo al nostro servizio e non il contrario. Probabilmente in molti classificheranno queste riflessioni come utopie o favole. “Il mondo è questo e non si può cambiare”. Anche io ritengo sia difficile, al limite dell’impossibile. Tuttavia, se potessi viaggiare indietro nel tempo di qualche secolo e parlassi in pubblico di eguaglianza delle persone, di parità tra i sessi, di unioni civili o di diritti dei lavoratori : cosa mi accadrebbe ? Nel migliore dei casi sarei considerato un pazzo, nel peggiore .. un criminale. Oggi sono concetti largamente diffusi. Allora perché non posso immaginare (o sognare come disse M.L King) qualcosa di diverso ? Magari non avrò il tempo per vedere simili cambiamenti, ma adesso siamo a bordo di un veicolo lanciato a 300 Km/h verso un muro. Non è possibile frenare di colpo né auspicabile (sarebbe come lo schianto stesso) , ma è necessario rallentare. Subito.

“Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché .. Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.” R.F Kennedy, citando G.B Shaw

Mission (im)possible : cambiare .. (prima parte)

Una decina di anni fa, leggendo un articolo, ho sentito nominare per la prima volta Serge Latouche e con lui la parola decrescita. Si tratta di una corrente di pensiero economica e filosofica che si contrappone allo sviluppo capitalistico. Fin dall’inizio mi ha subito incuriosito ed ho letto diversi libri dell’economista francese (Latouche, appunto) . Tutti diamo per scontato il nostro modello economico e gli indicatori che lo definiscono. Ad oggi qualsiasi persona, perfino la meno informata, si sente più serena quando le previsioni sul PIL sono positive, la Borsa sale e lo spread scende. Anche senza conoscerne le dinamiche sappiamo che sono dati positivi per la comunità. Se aumenta la ricchezza in circolazione nel Paese tutti ne beneficeranno. E se non fosse così ? Questa è la domanda che sorge spontanea leggendo e la decrescita rappresenta una risposta alternativa. È bene subito specificare che non si tratta di una “crescita negativa”. Quest’ultima, anche secondo l’autore, è il peggiore dei mali per una società come la nostra basata interamente sulla crescita economica. Diminuire i consumi significherebbe far chiudere le fabbriche, le attività e portare ad un aumento della disoccupazione e della povertà con le conseguenze nefaste di cui sono pieni i notiziari. Ma la decrescita è tutt’altro. Non a caso è accompagnata dall’aggettivo “felice” su cui diversi politici ironizzano, a mio avviso, con molta superficialità. Non si tratta soltanto di economia, ma di riconsiderare il nostro modo di vivere. Stiamo parlando di un cambiamento culturale in cui si utilizzino altri criteri per misurare il benessere delle persone. Ad esempio la qualità dell’aria che respiriamo, la quantità di aree verdi nelle nostre città o il maggior tempo libero da passare con i propri affetti rispetto a quello nei posti di lavoro. Senza considerare la criminalità, spesso portata dall’incremento del numero degli “esclusi”. Il tutto in un modello dove la collaborazione prevalga sulla competizione e si favorisca la solidarietà tra le persone. Questo non determinerebbe il tornare all’età della pietra, ma semplicemente il passaggio da consumatori ad acquirenti. Significa comprare soltanto quello di cui abbiamo necessità, evitando l’obsolescenza programmata dalle aziende per immettere sempre nuovi prodotti sul mercato. Ma anche vivere in case riscaldate in modo più efficiente (con un miglior isolamento termico) o essere meno dipendenti dalle autovetture private negli spostamenti . Latouche ritiene che il livello di produzione a cui dovremmo ritornare è all’incirca quello degli anni ’60 e la strategia per raggiungerlo si basa sulle “8R” ( Rivalutare ; Riconcettualizzare ; Ristrutturare ; Ridistribuire ; Rilocalizzare ; Ridurre ; Riusare ; Riciclare ). Nei suoi testi si addentra anche nello specifico su come operare la transizione convertendo alcune delle attuali industrie (ad esempio quella automobilistica) senza creare traumi sociali. È semplice intuire quanto lo spreco quotidiano di cibo, il consumo di carburante nelle code autostradali o l’uso smodato di farmaci non vadano ad aumentare il nostro benessere pur muovendo l’economia. Un caso che mi è piaciuto molto è quello dell’incidente in auto. Quando avviene concorre all’aumento del PIL , ma nessuno (tranne il carrozziere ..) ne risulta più felice. La vignetta in alto è spiritosa , però diverse persone cominciano ad affacciarsi allo sportello di destra, quantomeno per avere delle delucidazioni.

“Madre Natura è sufficientemente generosa per provvedere al bisogno di tutti, ma non all’avidità di pochi” Mahatma Gandhi