Vivere “minimal” per vivere meglio

Con il termine minimalismo, usato nell’arte, nella letteratura o nel design, si intende “togliere il superfluo”. Lo stesso concetto può essere applicato alla nostra vita. Negli ultimi mesi ho letto diversi articoli su questo argomento. Alcune abitudini le stavo già adottando, senza dar loro un nome preciso, ad altre, invece, non avevo mai pensato o le ho viste sotto una nuova luce. Togliere non significa “rinunciare a” inteso come privazione forzata, bensì  semplificare per vivere meglio. Nel nostro tempo la locuzione latina “carpe diem” viene spesso (fra)intesa nel senso di vivere a 1000 all’ora con tutti i suoi eccessi. In realtà, quello di Orazio era un invito a vivere il presente apprezzando a pieno ciò che ci circonda. Questa ricerca forzata del piacere porta ad avere sempre un obiettivo futuro (la prossima vacanza,  la prossima auto, il prossimo I-phone, …) che, una volta raggiunto, non colma il senso di insoddisfazione, donando una gioia effimera. La domanda che sorge spontanea subito dopo è : adesso cosa voglio ? È un meccanismo contorto che ci fa scorrere il tempo sotto al naso nell’ illusione di essere immortali. Tutte queste aspirazioni materiali servono a creare un’ immagine vincente di noi stessi verso gli altri, ma portano con se anche nuove ansie. Le persone sono costantemente preoccupate di cose come i graffi sulla macchina o di tenere al sicuro i gioielli. Anche il bisogno di occupare ogni singolo minuto della giornata, prendendo innumerevoli impegni, ci complica ulteriormente la vita. Sono convinto che, come esseri umani, non siamo stati progettati per vivere in modo frenetico. Il tanto celebrato multi-tasking può essere causa di stress e dei disagi psicologici che ne derivano. Fare poche attività, ma svolgerle al meglio, può essere un buon modo per diminuire lo stress ed aumentare la soddisfazione. Un altro segno distintivo moderno del proprio successo, è la quantità di “amici” che si hanno. Grazie ai social il loro numero è aumentato in modo esponenziale, nell’ ordine delle migliaia. Ovviamente la parola “amici” assume un valore diverso rispetto al significato reale. Sono solo numeri. Tempo fa lessi un articolo in cui si sosteneva che il cervello umano è in grado di mantenere delle relazioni approfondite con, al massimo, una ventina di persone. Facendo due conti ho verificato, almeno nel mio caso, la veridicità della teoria. Convivere con i propri limiti è un buon inizio per godere appieno di ciò che si ha. Ma cosa si deve fare per essere minimalisti nella vita ? Non esiste una risposta a questa domanda che possa andare bene per chiunque. È soggettivo. Il concetto di base è che ognuno dovrebbe capire cos’è che lo rende felice. Trovare il proprio essenziale. Il nostro bene più prezioso è il Tempo ed il Tempo non è mai sprecato quando si sta bene. Possiamo usarlo per dedicarci alla famiglia, ai nostri hobby o ad un progetto mai realizzato. Possiamo anche semplicemente oziare guardando le foglie che cadono (ottimo in lockdown). Alcuni suggerimenti potrebbero essere : svuotare l’armadio dai vestiti che non usiamo mai (magari donando in beneficenza ciò che non ci serve); non essere ossessionati dal proprio aspetto fisico; disinstallare tutte quelle App superflue che ci prendono tempo inutilmente; limitare le ore di connessione durante la giornata. È difficile concentrarsi su ciò che stiamo facendo (e sui nostri pensieri) con i continui suoni delle notifiche in arrivo. Sommando tutti i “momenti” in cui prendiamo il cellulare “solo” per leggere un messaggio o una mail, vengono fuori delle ore. Scorrere veloci sullo schermo o scrivere furiosamente con le dita (i pollici per i giovani, l’indice per i più “stagionati”) è il nuovo zapping per riempire il tempo; più veloce della TV e meno impegnativo di una rivista. Un consiglio che mi ha colpito è quello di organizzare il proprio materiale digitale. Da ragazzo facevo stampare i rullini delle mie foto e poi le mettevo negli album che sfoglio ancora oggi. Adesso, scatto (e mi arrivano) centinaia di foto ogni settimana e quando la memoria è piena le riverso nel PC. Risultato: non ci capisco più niente e non le guardo mai ! Insomma, il minimalismo può essere applicato in ogni ambito della nostra vita. La cosa importante è darsi un obiettivo alla volta e, facendo piccoli passi, raggiungerlo.

La perfezione si ottiene non quando non c’è nient’altro da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere.  Antoine de Saint-Exupéry

È una questione di … soldi !

L’argomento “soldi”, in tutte le sue sfaccettature, è probabilmente il più discusso dalle persone. Il denaro non rappresenta soltanto uno strumento di pagamento utilizzato per eseguire degli scambi commerciali (invenzione geniale), ma è ciò che determina il nostro stile di vita. Dalla prima moneta, che la tradizione vuole coniata da Creso re di Lidia (in Turchia) nel VII secolo a.c, questo mezzo ha fatto molta strada; ha cambiato forma, fino a  diventare “virtuale”, ma ha sempre aumentato il proprio peso nella società. Pensando a quante volte in una giornata parliamo di soldi (nostri, altrui, guadagnati, risparmiati, rubati, vinti, da spendere, da pagare in tasse, ecc. ecc.), il numero è veramente elevato. Basta ascoltare le notizie per accorgersi come (quasi) tutto sia riconducibile all’ aspetto economico. Non a caso la principale discussione politica attuale, in merito alla pandemia, può essere sintetizzata nella questione se deve essere privilegiata la salute dei cittadini o l’economia dei Paesi. La risposta sembrerebbe scontata, ma non lo è affatto. Uno degli slogan dei “Gilet gialli” in Francia, riferendosi all’aumento delle accise sulla benzina, recitava : “l’elite ha paura della fine del mondo, noi abbiamo paura della fine del mese“. Non ho particolarmente apprezzato questo movimento, soprattutto per le modalità di protesta adottate, però il concetto non fa una piega. È difficile preoccuparsi dei grandi temi  mondiali se si è costretti a combattere contro le difficoltà giornaliere. Sono convinto che dovremmo rivedere il nostro modo di vivere, ma non può essere un lusso a beneficio dei più abbienti. Tutti siamo dentro ad un “frullatore” nel quale giriamo insieme al denaro e dal quale è difficile uscire senza essere visti come una specie di eremita sociale. Non è possibile rifiutare tutto, a prescindere dalla disponibilità economica. Anche chi è più agiato si trova all’interno del sistema e non è completamente libero nelle proprie scelte. Conosco professionisti affermati i quali mi ripetono che lavorare 12/13 ore al giorno è un’esigenza NON dovuta all’ avidità, ma alla sopravvivenza professionale. Rallentare non è concesso. Rinunciare a qualcosa equivale ad essere buttati fuori dal Mercato e dover rinunciare a tutto. In molti cercano di dare un senso spendendo i propri soldi per accumulare oggetti superflui o per prendere un aereo ogniqualvolta si trovano ad avere qualche giorno libero. In questo modo si alimenta un pericoloso circolo vizioso. Anche l’inquinamento, se si vuole ricondurre tutto ad un discorso economico, ha un costo molto salato ed è in continua crescita. Greenpeace, in un recente rapporto, ha stimato i danni economici legati all’ uso dei combustibili fossili in 2900 miliardi di dollari (il 3,3% del PIL mondiale). Ogni giorno vengono “bruciati” 8 miliardi ed i Paesi che pagano il prezzo più alto sono la Cina, l’India e gli USA. Anche l’Italia non è messa bene : secondo i dati raccolti dalla ONG Epha ( Alleanza europea per la salute pubblica ) nel suo ultimo rapporto, tra le 10 città europee dove l’inquinamento atmosferico ha il costo pro capite più elevato, sono ben 5 quelle della penisola (Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino). In questa poco invidiabile classifica, il primato nazionale spetta al capoluogo lombardo che, nel resto d’Europa, è preceduto soltanto da Bucarest. Facendo una media, l’inquinamento atmosferico costa agli italiani 1535 euro a testa ogni anno. Questo costo è dovuto alle morti premature, alle cure mediche, alle giornate lavorative perse ed alle altre spese sanitarie causate dagli agenti inquinanti (leggi qui). Un classico luogo comune dice che il “progresso” non può fermarsi perché gli interessi economici in gioco sono troppo alti. I dati citati vanno proprio ad incidere sul benessere economico (oltre che fisico) delle persone e sarebbe opportuno che qualcuno cominciasse a preoccuparsi di tutelare questo benessere facendo procedere il “progresso” in modo diverso.  Naturalmente per le necessità di TUTTI gli esseri umani e non, come spesso accade, per quelle di pochi individui … sempre gli stessi. 

Il denaro spesso costa troppo. R.W. Emerson

L’ insostenibile leggerezza delle mode

Il settore dell’ abbigliamento è in continua crescita, tanto da risultare un grosso problema per l’ambiente in tutta la sua filiera. Si calcola che questa incida per l’ 8% nelle emissioni globali di gas ad effetto serra, alle quali vanno aggiunte altre forme di inquinamento (leggi qui). Un italiano acquista, in media, 14 kg di vestiti nuovi ogni anno ed in altri paesi (in USA ed in Gran Bretagna) la quantità raddoppia ! Se fino a due decenni fa le mode erano dettate dagli stilisti nelle classiche collezioni stagionali, adesso sono le migliaia di influencer, che spopolano sul Web, a cambiare le tendenze nella nuova fast fashion. Una grossa fetta del mercato è mossa da giovani e giovanissimi che sono i più attivi in rete, ma rappresentano anche le generazioni più sensibili alle problematiche ecologiche, come dimostra il movimento Friday for Future. Dai sondaggi emerge che una larga fetta di ragazzi è favorevole a premiare le aziende più sostenibili in ambito ambientale. Il principale ostacolo ad una piena trasparenza del settore è dovuto, a differenza di quello alimentare, alla segretezza adottata dalle Case di moda per battere la concorrenza. Gli abiti vengono principalmente realizzati con fibre sintetiche, derivate dal petrolio, o dal cotone, il quale viene erroneamente considerato un materiale eco-friendly. Le piantagioni richiedono un ampio sfruttamento del suolo ed un uso di enormi quantità di acqua e di pesticidi. Per le fibre sintetiche, invece, si possono utilizzare anche i materiali plastici riciclati. Il problema più grosso di quest’ultime, però, è il rilascio di microplastiche negli scarichi durante i lavaggi in lavatrice. Di solito le grandi coltivazioni di cotone si trovano nei paesi poveri o in via di sviluppo (insieme alla produzione degli indumenti) proprio dove la transazione energetica è ancora troppo costosa e la quasi totalità dell’energia utilizzata deriva da combustibili fossili. A questo vanno aggiunti l’uso dei macchinari agricoli e quello dei mezzi di trasporto (principalmente aerei) per recapitare la merce nel Primo mondo. Ad inquinare sono anche le diverse sostanze chimiche tossiche usate nel processo produttivo, in particolare per la colorazione, che poi vengono smaltite nelle acque senza sistemi di depurazione. Infine, come spesso accade, la necessità di mantenere bassi i prezzi finali (per aumentare i consumi) si basa sullo sfruttamento della forza lavoro locale e sull’assenza di rigidi parametri di sicurezza (in Bangladesh nel crollo del Rana Plaza hanno perso la vita 1129 persone – leggi qui ). Alla fine del loro percorso, tra le migliaia di tonnellate di vestiario prodotte, soltanto una parte viene venduta, mentre le rimanenze dovranno essere scontate ed immesse in circuiti secondari. Una pratica diffusa tra le aziende più importanti è quella di bruciare le scorte piuttosto che svenderle, in modo da non svalorizzare il proprio marchio. Gli abiti hanno un ciclo di vita breve (circa 3 anni); un po’ è da attribuire alla scarsa qualità dei materiali, ma una parte della “colpa” per questo invecchiamento precoce è dovuto alle mode. Solo una percentuale minima dei “vecchi” capi di abbigliamento viene riciclata per confezionare nuovi vestiti, mentre una larga fetta si trasforma in rifiuti indifferenziati. Il resto entra nel circuito dell’ usato. In giro, di solito vicino a chiese o scuole, ci sono i bidoni gialli per la raccolta, ma in pochi si domandano che fine fanno gli indumenti. La merce deve passare da 3 fasi: lo stoccaggio, la selezione e l’igenizzazione. I Comuni, titolari del servizio, lo appaltano a società che possono subappaltarlo ad altre, favorendo così la poca chiarezza del percorso. Dall’ inchiesta “Mafia Capitale” è emersa la presenza di traffici illeciti, legati a questa merce, per milioni di euro. I capi, acquistati per pochi centesimi al pezzo, vengono portati all’estero (in paesi più poveri) e rivenduti a prezzi centuplicati (leggi qui). I cittadini dovrebbero vigilare affinché il servizio di raccolta venga affidato a società virtuose. Ci sono onlus, come la Humana People to People, che si occupano di raccogliere gli abiti usati per rivenderli a prezzi accessibili o regalarli a chi ne ha effettivamente bisogno. Gli introiti sono comunque riutilizzati per progetti sociali ed ambientali. Alla fine, gli acquirenti hanno il potere di contribuire alla sostenibilità del settore in vari modi : comprando abiti usati; rivolgendosi a piccoli artigiani locali; informandosi sugli impegni presi dalle aziende per una maggiore sostenibilità; cercando fibre naturali alternative (ad esempio la canapa ha una resa migliore del cotone ed un impatto sull’ambiente minore); ma soprattutto acquistando meno e senza essere schiavi delle mode. Tra il verde bottiglia ed il verde smeraldo, è meglio scegliere il verde “speranza“.

“La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore”. Milan Kundera

Fino al “tetto”

Il turismo è una delle principali “aziende” del pianeta, ma quando diventa di massa può trasformarsi in un grosso problema dal punto di vista ambientale ed i vantaggi economici svaniscono con i danni arrecati. Col  termine “overtourism” si indica l’eccesso di turisti che devastano gli ecosistemi fragili. Tra le principali fonti di inquinamento dovute alla  esagerata presenza umana, vi è lo scarico di acque reflue direttamente nell’ oceano da parte di imbarcazioni, navi da crociera e alberghi. Anche le sostanze chimiche presenti nelle creme solari danneggiano gravemente i coralli; per non parlare della plastica  che finisce in mare. In molte isole del Pacifico il rapido aumento del turismo è dovuto all’espansione delle classi medie di alcuni paesi, in particolare la Cina. Un esempio è Phi Phi Island, prima sconosciuta,  diventata una meta turistica molto ambita dopo l’uscita, nel 2000, del film “The Beach” con Leonardo Di Caprio. Così, nel 2018, la Thailandia è stata costretta a chiudere la spiaggia di Maya Bay (set del film) a tempo indeterminato, per permettere alle risorse naturali di rigenerarsi. In paesi come l’India, le Filippine e il Vietnam, le mangrovie vengono sistematicamente eliminate per far posto ad hotel, resort e spiagge di sabbia bianca, tanto desiderate dai visitatori stranieri. Eppure si tratta di piante essenziali per gli ecosistemi costieri, perché proteggono le spiagge dall’erosione e forniscono terreno fertile alle specie animali. L’ inciviltà ed il vandalismo mettono a rischio anche luoghi di interesse storico-archeologico come il Machu Picchu in Perù, il Teotihuacan in Messico, la Grande Muraglia cinese o le pietre di   Stonehenge (leggi qui). Non è difficile accorgersi del passaggio dell’ uomo:  danni alle strutture, graffiti, assenza di rispetto per la vegetazione e soprattutto una montagna di rifiuti restano a testimoniarlo. La spazzatura in giro è un vero e proprio marchio di fabbrica. Tra i luoghi maggiormente rovinati dalla massiccia presenza umana, figura perfino il monte Everest. Quello che viene definito “il tetto del mondo” con i suoi 8848 metri, la cui vetta è rimasta inesplorata fino al 1953, oggi è diventato un’ importante meta turistica. Ogni anno migliaia di scalatori amatoriali vengono scortati da guide in gite organizzate sul punto più alto del mondo e ogni anno vengono raccolte tonnellate di immondizia. Le squadre di volontari, formate per questo scopo, non riescono a ripulire la montagna per la velocità con cui i rifiuti si accumulano. Nelle vicinanze dei 4 campi base, il più alto dei quali è situato oltre gli 8000 metri, la montagna si è trasformata in una gigantesca latrina all’aperto. Tutto ciò avviene per permettere ad un sacco di gente di farsi una foto e vantarsi dell’ impresa con gli amici al bar. Il film “Everest” del 2015, basato su una storia vera, racconta bene come questa “impresa” sia stata commercializzata e resa alla portata di molti. Vengono messe in luce le contraddizioni che questo comporta e le conseguenze tragiche che ne susseguono. Ci sono, però, anche scene quasi comiche, come la fila che gli scalatori devono fare per superare un crepaccio in cordata. È chiaro che serve comunque un’adeguata preparazione fisica e tecnica, ma più visitatori significa più soldi e cercare di portarne un numero sempre maggiore fa aumentare i guadagni. Capisco bene quello che scatta nella testa di chi si avventura in certi progetti. Nel mio piccolo, da podista amatoriale, per anni ho cullato il sogno di correre una 100 km nel deserto del Sahara. Quando si fanno sport di fatica, si diventa fisicamente dipendenti dalle endorfine e psicologicamente si rischia di diventarlo dai risultati. Da 20 km si passa a 40 e poi a 100, per alzare sempre di più l’asticella. Ragionandoci sopra ci si rende conto che non c’è nulla di eccezionale in questi traguardi e ci si deve porre un limite. Altrimenti c’è il rischio di trasformare  un’attività salutare in qualcosa di usurante o addirittura pericoloso. Poi, perché andare a turbare la quiete (ed è inevitabile) di un luogo “vergine” come il deserto ? Se ti piace correre, non serve viaggiare così lontano o avere degli obiettivi importanti. D’altronde, tra i partenti di una maratona, c’è chi è nato per vincere, chi per correre in 3 ore e 30′ e chi, semplicemente, per arrivare al traguardo. Questa è una verità che nello sport, come nella vita, va accettata. A mio parere, bisogna anche accettare l’idea che certi luoghi (e certe avventure) siano accessibili soltanto ad un manipolo di atleti con doti fuori dal comune. È sempre possibile vederli sui media ed accontentarsi delle proprie piccole (ma GRANDI) sfide quotidiane.

Quando corro tutti i pensieri volano via.

Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti.

(Confucio)

Finalmente a scuola

Dallo scorso Marzo sono passati dei mesi difficili, soprattutto per i bambini e i ragazzi che hanno visto il mondo cambiare sotto i loro occhi. Per fortuna in estate è tornata una quasi normalità e con essa le vecchie abitudini così bambini e ragazzi, com’è giusto che sia, hanno ricominciato a frequentarsi. L’ unico comparto della società che sembra non essersene  accorto è la Scuola. Come genitore ho aspettato con ansia il momento della riapertura delle scuole e l’ho salutato con gioia. Devo ammettere, però, di essere rimasto un po’ perplesso leggendo il protocollo di ripartenza. Comprendo la prudenza, ma probabilmente chi l’ha scritto pensa che i figli vengano tenuti dentro teche di vetro sterili e liberati soltanto per andare a scuola. I banchi sono distanziati; le classi ridotte di numero; la mascherina va tenuta al collo e indossata ogni volta che ci si alza (e fin qui …). Gli alunni non possono passarsi nulla; gli abiti non possono essere appesi; le matite vanno appuntate al banchino dentro  un sacchetto; non si fanno laboratori; nessun lavoro di gruppo; niente recite o musica; niente ginnastica; nessuna gita; niente mensa. Per la ricreazione (se non si può uscire all’aperto) si resta in classe, … e numerose altre restrizioni. I genitori non possono accompagnare i propri figli alla porta (per non creare assembramenti), allora si fermano prima creando assembramenti al cancello e con gli ingressi scaglionati chi ne ha 2 deve aspettare il turno successivo. Tutto questo cozza con quanto avviene al di fuori. Passando accanto al campetto parrocchiale, mi è capitato di vedere una cinquantina di ragazzi di varie età che giocavano a calcio e si abbracciavano ad ogni gol. Inoltre, in caso di un qualsiasi sintomo, come tosse o raffreddore, i bambini dovranno restare a casa e (se si chiama il pediatra) è obbligatorio fare il tampone con un tempo di attesa medio di 15 giorni. Tra un mese inizierà il freddo e non credo siano scomparsi i classici mali di stagione. Non è difficile prevedere molte classi decimate per il periodo invernale. L’aspetto triste è che, come spesso accade, a pagarne le peggiori conseguenze saranno i più “deboli”. In classe di mia figlia c’è una bambina con la sindrome di Down e nella loro aula esisteva uno spazio ribattezzato “l’angolo morbido” dove la bimba poteva giocare (a turno) con i suoi compagni . È inutile dire come questa parte sia fondamentale per i suoi progressi, al pari delle altre attività didattiche. Interagire con gli altri bambini è stato importantissimo anche per questi ultimi che hanno imparato a conoscere la diversità senza timori o preconcetti. Quest’anno “l’angolo morbido” è stato spostato in un’altra stanza dove la bambina potrà andare solo con la maestra di sostegno. Le prime a subire questa rigidità sono proprio le maestre e sottolineo quanto siano in gamba quelle di mia figlia. Non si può mai generalizzare e nelle singole realtà le persone possono fare la differenza, in positivo o in negativo. Mi è capitato di sentire in TV un’ insegnante dire (sotto alla mascherina) che molti suoi colleghi faranno ricorso al certificato medico per non rientrare al lavoro perché “non vale la pena rischiare la vita per 1300 euro“. A parte la quantificazione in denaro (se fossero 6300 ne varrebbe la pena ??), anche sul concetto di rischiare la vita ci sarebbe da obiettare. Ogni anno, in Italia, muoiono oltre 3000 persone in incidenti stradali, ma nessuno mette in discussione il guidare l’auto per andare al lavoro. Anche alla luce delle nuove direttive, non mi sembra che le scuole siano posti di lavoro meno sicuri di altri aperti al pubblico; al contrario. Nel mondo, purtroppo, esistono ancora luoghi dove il rischio è quello che scoppi una bomba nelle vicinanze. Qui le persone devono continuare ad andare a lavorare ed a scuola. Devono continuare a vivere. Dopo la grande paura, adesso è il momento della convivenza col virus. Sono davvero convinto che aiutare le giovani menti a crescere sia qualcosa di più di un semplice lavoro. Bisognerebbe evitare di farne sempre e solo una valutazione economica. Detto questo, non ho niente in contrario all’ aumentare lo stipendio degli insegnanti, specie quelli bravi. Il primo giorno di scuola ho cercato di rasserenare mia figlia e comportarmi come sempre. Le ho detto : “le regole vanno rispettate, ma non smettere mai di pensare con la tua testa”. Mi ha guardato un po’ perplessa, non so se ha compreso quello che volevo comunicarle. In futuro avrò certamente altre occasioni per ribadirlo. 

Immancabile nota ecologista : Pinocchio aveva un solo libro (l’abbecedario); io, negli anni ’80, forse 2 . Nel 2020 ho scoperto che per fare la QUARTA ELEMENTARE ne “servono” 23 ! (IN FOTO SOTTO).

Apprendisti stregoni

Nel mondo immaginato da Philip K. Dick nel “l’uomo nell’alto castello”, la seconda guerra mondiale è stata vinta dalle forze dell’ Asse ed i nazisti hanno prosciugato il Mediterraneo per ricavarne terreni coltivabili. Naturalmente la Storia è andata in modo diverso, ma l’idea di strappare terre al mar Mediterraneo non è inventata. Il progetto Atlantropa fu pianificato dall’architetto tedesco Herman Sörgel nel 1927 proprio a questo scopo. La sua idea centrale era di costruire una gigantesca diga sullo stretto di Gibilterra (oltre a numerose altre dighe fluviali per impedire l’afflusso di acqua) in modo da ottenere un abbassamento del mare di 100/200 metri. Questo processo, della durata di 150 anni, avrebbe portato alla quasi sparizione dell’ Adriatico e all’ allungamento delle coste fino ad unire l’ Europa all’ Africa. Sörgel era un pacifista che, sconvolto dalle conseguenze della prima guerra mondiale, vedeva nel suo progetto la soluzione al pericolo di conflitti futuri e la fine della povertà. Simili opere avrebbero richiesto una forza lavoro senza precedenti e una diga come quella a Gibilterra sarebbe stata in grado di generare immense quantità di energia elettrica. Insieme a tutte le altre, il fabbisogno energetico di Europa ed Africa, unite in un solo grande continente (Atlantropa, appunto), sarebbe stato ampiamente soddisfatto. Era l’ idea di un visionario, ma negli ambienti intellettuali europei ebbe una grande risonanza. Fu proprio il Nazismo (a differenza del romanzo di Dick) a bloccare il sogno di Sörgel. La nuova Germania non aveva interesse a favorire la collaborazione tra gli Stati ed i suoi piani erano tutt’altro che pacifici. Anche se mosso da nobili ideali, il progetto non teneva conto delle conseguenze ambientali. Le terre emerse non sarebbero state fertili, ma deserti salini come è accaduto al lago di Aral, ormai completamente prosciugato a seguito dello sfruttamento intensivo dei suoi affluenti. Inoltre, l’abbassamento del livello, secondo gli esperti, avrebbe aumentato la salinità delle acque uccidendo ogni forma di vita marina (come nel mar Morto). Insomma, poteva diventare la più grande distruzione di un ecosistema nella storia umana. È una fortuna che questo non sia avvenuto, però l’ aspirazione dell’ Uomo di sostituirsi a Dio (o alla Natura) non è morta. È presente e si rafforza con il passare degli anni. Alla fine della seconda guerra mondiale il progetto Atlantropa è definitivamente naufragato per motivi finanziari e non per spirito ecologista.

Nel 2012 l’ imprenditore americano Russ George, considerato un “cavallo pazzo” della geoingegneria, ha fatto scaricare nel Pacifico circa 100 tonnellate di limatura di ferro con l’ obiettivo di “fertilizzare” l’oceano e creare una fioritura di alghe per sequestrare anidride carbonica. Tutto ciò è valido solo in teoria e non si conoscono i danni e le mutazioni negli ecosistemi derivanti dall’ utilizzo di una simile tecnica su larga scala. Secondo molti scienziati alcuni effetti possibili potrebbero essere la riduzione dell’ ossigeno nelle acque o l’ aumento della loro acidificazione (leggi qui). Anche il fondatore di Microsoft, Bill Gates, ha stanziato milioni di dollari nelle ricerche geoingegneristiche. Uno degli esperimenti più ambiziosi (e più controversi) da lui finanziati, è quello dell’Università di Harvard (lo SCoPEx) che consiste nel rilascio di aerosol riflettenti nell’ atmosfera per far rimbalzare una parte delle radiazioni solari destinate sulla Terra (leggi qui). Una sorta di sbiancamento artificiale (e perenne) del cielo … un disastro per i meteoropatici come me !! A parte l’effetto estetico, il rischio sarebbe quello di indurre ulteriori fenomeni atmosferici estremi in alcune regioni e siccità in altre, oltre alle numerose conseguenze imprevedibili su flora e fauna. Sono sempre un po’ scettico su questi filantropi “illuminati” (e multimiliardari). Senza scomodare i Vangeli, vedo molto complicata la convivenza tra il bene dell’ umanità e l’incremento degli affari. La fiducia cieca nella tecnologia e in queste soluzioni miracolose, che spostano l’attenzione da auspicabili politiche sostenibili, è preoccupante. In fondo, non sarebbe più semplice cambiare alcuni nostri comportamenti dannosi, come l’ uso dei combustibili fossili, piuttosto che “giocare” con i cicli naturali del pianeta ?

Atlantropa . Una follia d’altri tempi

Il male minore (?)

Spesso vorremmo far scomparire qualcosa o qualcuno: gli acciacchi, le bollette, le mogli (o i mariti). Di certo una cosa che tutti cancellerebbero volentieri sono i rifiuti. Le enormi quantità di spazzatura da eliminare sono uno dei principali problemi della nostra epoca. Peccato che la legge della conservazione della massa (*) non ci consenta di disintegrare con un colpo di bacchetta magica questi scarti indesiderati. Quando si dice che l’immondizia viene smaltita nelle discariche, in realtà si intende sotterrata o stoccata in siti individuati allo scopo. Un po’ come la polvere spazzata sotto al tappeto. Questa è la soluzione più veloce, ma anche la peggiore. Infatti, le fuoriuscite di liquami possono inquinare il terreno e le falde acquifere. Inoltre, queste enormi buche non sono pozzi senza fondo (anche qui dobbiamo fare i conti con la natura “limitata” del nostro pianeta) e si riempiono velocemente rendendo necessario scavarne di nuove. Un’ altra ipotesi è quella di bruciare il tutto in appositi impianti. La sensibilità al tema è molto elevata, nessuno vuol vedere i sacchi ammassati vicino ai cassonetti sulle strade, né subirne le seccature (sporcizia, puzza, insetti, topi ecc.). Nei casi estremi l’esasperazione della gente porta a feroci proteste che a volte sfociano in atti criminali come i roghi a cielo aperto. Oltre ad essere un gesto incivile, è una chiara contraddizione. Bruciare la spazzatura a basse temperature crea grandi quantità di diossine (altamente cancerogene) e liberarle nell’aria non è molto furbo. In Italia migliaia di tonnellate di rifiuti sono state spostate da Nord a Sud dove le mafie hanno creato un business molto lucroso e hanno impedito lo sviluppo della raccolta differenziata. Anche quest’ultima, però, non è in grado (da sola) di risolvere il problema. Con una differenziata spinta al massimo si può arrivare a recuperare il 70-80% dei materiali e non tutti vengono poi riciclati. Ogni anno lo Stato è costretto a spendere ingenti somme per trasferire tonnellate di immondizia all’estero. Anche la costruzione di nuovi inceneritori non è ben vista dalla popolazione e suscita l’immediata protesta dei residenti nell’area interessata. Queste reazioni sono condivisibili, ma ognuno dovrebbe avere una visione più ampia. La posizione presa non può limitarsi al “portate il pattume dove vi pare, basta che i cassonetti siano vuoti“. Non ci possono essere Regioni o Stati adibiti a discariche per permettere ad altri (i più ricchi) di restare puliti. Un esempio, considerato da molti virtuoso, è quello dell’ inceneritore di Spittelau a Vienna. Come hanno fatto in Austria (e non solo) a costruire un inceneritore in un centro abitato ? Innanzitutto, essendo un impianto di nuova generazione, le emissioni tossiche sono state notevolmente limitate, in più fornisce calore a migliaia di abitazioni circostanti attraverso il teleriscaldamento. L’ acqua calda prodotta viene incanalata nelle tubazioni ed indirizzata agli edifici per uso domestico. Nonostante ci siano opinioni discordanti sull’ utilizzo dei termovalorizzatori (leggi qui e leggi qui), i vantaggi sono evidenti. Le caldaie sono una delle principali cause di emissioni di polveri sottili e utilizzando questo metodo per riscaldare gli edifici, si riducono (oltre a smaltire i rifiuti in loco). L’edificio di Spittelau fu ridisegnato esternamente dall’ architetto (ecologista) Friedensreich Hundertwasser nel 1987 ed oggi è diventato un polo di attrazione per i turisti. Di sicuro dalle ciminiere non escono petali di rose (e non lo sono nemmeno le ceneri residue), ma il dibattito non dovrebbe limitarsi a quanto incida negativamente sulla salute un impianto del genere. L’ argomento da affrontare con urgenza dovrebbe essere cosa si può fare per ridurre drasticamente i rifiuti. È inutile dire sempre “NO” senza proporre alternative e continuando a produrre montagne di immondizia. Mi fa impressione pensare a quanti sacchi pieni di plastica, nonostante il nostro impegno, mettiamo fuori di casa ogni mese per la raccolta “porta a porta” … e in famiglia siamo solo in 3 ! Delle famose 3R dei rifiuti (Ridurre, Riutilizzare, Riciclare) solo l’ultima si è diffusa nei paesi industrializzati, perché è l’unica che ci permette di mantenere lo stesso stile di vita. Gli oggetti dovrebbero essere costruiti per il loro massimo utilizzo e non per la loro massima vendita. Dovrebbero essere riparabili e riutilizzabili. In questo il Mercato non aiuta; sempre pronto a creare nuove mode al servizio del “Dio PIL”. Forse solo una rivoluzione culturale fondata sulle semplici domande “mi serve sul serio ?” e “è la cosa migliore per salvaguardare l’ambiente ?”, potrebbe modificare la situazione e creare un’economia realmente circolare. Se così non sarà, allora dovremo rassegnarci … al male minore.

(*) “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” Antoine-Laurent de Lavoisier

Ps Circa un anno fa ho scritto un articolo sull’argomento, “Riciclo o riutilizzo ? “. È quello a cui sono più affezionato perché per la prima volta ho raccontato di un’ esperienza personale. E poi, la mia piccola riparazione regge ancora 😊.

Eco”balle” ed eco-verità

Digitando su Google la voce “ecoballe”, tra i vari suggerimenti ho trovato un sito dove la parola cercata è il titolo di una sezione nel menu. Qui con il termine “ecoballe” si intendono  le (presunte) bugie dette in ambito ecologico. È un sito in cui si criticano pesantemente gli ambientalisti e si prendono in giro (in modo anche spiritoso) coloro che li ascoltano (leggi qui). Devo dire che le tesi espresse sono argomentate molto bene, soprattutto in merito ai vantaggi sull’ uso di centrali nucleari. L’ autore, un fisico nucleare (credo), parla con cognizione di causa e di certo non posso io smentire le sue conclusioni. Penso sia giusto leggere opinioni diverse su uno stesso argomento e cercare di avere la visione più ampia possibile. In verità non ho cambiato la mia idea sul nucleare, però mi ha fatto riflettere su un altro aspetto. Ormai è molto facile rendere pubbliche le proprie opinioni (come sto facendo io) e in rete si può trovare tutto e il contrario di tutto. Non esiste più la VERITÀ, ma ne esistono milioni e tutte diventano opinabili. Ad esempio è scomparso il “buon governo” semplicemente perché non può esistere un governare che accontenti tutti. Chi non ha ricevuto nessun vantaggio potrà far sentire la propria voce e ci sarà qualcun altro pronto a farsi carico delle proteste in cambio di voti. Allo stesso tempo non esiste nemmeno l’opposto (il cattivo governo) perché qualsiasi dato, statistica o sondaggio potrà sempre essere letto in molteplici modi, evidenziando gli aspetti positivi o meno a seconda degli interessi in gioco. Tutto ciò crea molta confusione ed è complicato prendere una posizione. La cosa strana è che la mia ricerca era partita per cercare un qualcosa di molto concreto. Le ecoballe “vere”, nonostante il prefissoide “eco”, non hanno niente di ecologico e sono assolutamente reali. Si tratta di sacchi contenenti della spazzatura triturata e se non smaltite correttamente, possono rappresentare un grande pericolo per l’ambiente. Lo sanno bene a Follonica dove 56 di questi enormi sacchi (del peso di oltre una tonnellata ciascuno) sono stati dispersi nel golfo da oltre 5 anni. Il 23 luglio del 2015 una nave cargo, battente bandiera delle Isole Cook, è partita dal porto di Piombino con un carico di rifiuti diretto ad un inceneritore in Bulgaria. Poco dopo l’uscita dal porto, le 56 ecoballe sono cadute in mare senza che nessuno lo abbia segnalato alle autorità competenti. L’allarme è stato lanciato soltanto quando il carico ha raggiunto la destinazione finale e i responsabili dell’inceneritore si sono accorti della mancanza di merce. Da allora una serie di cavilli burocratici, con i consueti rimbalzi di responsabilità, hanno fatto sì che quella che oggi viene definita “una bomba ecologica pronta ad esplodere” sia rimasta indisturbata per anni a 50 metri di profondità in uno dei tratti di mare più belli della Toscana. La zona che da Follonica arriva all’ Isola d’Elba è situata nel bel mezzo del cosiddetto santuario dei cetacei. Qui, infatti, non è raro vedere emergere dalle acque delfini, balene e anche orche. Oltre alla burocrazia, le operazioni di recupero sono state bloccate dagli alti costi dell’ impresa. Il peggio è che la nave (Ivy) era assicurata con una fideiussione di 2 milioni di euro a garanzia degli eventuali danni causati dal carico, ma nessuno l’ha mai attivata e adesso è scaduta. Alcune balle sono emerse e si sono spiaggiate, altre sono state agganciate per caso dai pescherecci locali, ma nella maggior parte dei casi, quando capita, i pescatori (per evitare lungaggini amministrative non rimborsate) preferiscono ributtarle giù nel mare. A luglio, in un’area di 20 kmq, se ne contavano ancora 40 quando (finalmente !) il Governo ha votato lo stato di emergenza per salvare l’ecosistema marino. I sacchi cominciano a presentare segni di usura con fuoriuscite di microplastiche nocive per tutta la fauna ittica. Questa è una vittoria da attribuirsi alla caparbietà della Giunta di Piombino, di Legambiente, delle altre associazioni ambientaliste, ma non solo. La nostra è ormai una società fondata sui media e spesso sono più temute le trasmissioni televisive (che stimolano i giudizi popolari) rispetto ai tribunali. Sarà un caso, ma il 9 giugno a “Le Iene” è stato trasmesso in TV il servizio sulle ecoballe di Follonica (guarda il video) e a distanza di due mesi la situazione si è sbloccata. Dal 5 agosto è cominciata l’opera di rimozione (attualmente ne sono state ripescate 6) che dovrebbe concludersi nel giro di pochi mesi. Questa è una bella notizia per TUTTI … o forse no. Cercando bene sul Web non mi sorprenderei se trovassi qualcuno che sostiene il contrario. Magari c’è anche chi ritiene che spargere plastica in mare è un buon modo per nutrire i pesci (??).

Il concetto stesso di verità oggettiva sta scomparendo dal nostro mondo. Le bugie passeranno alla storia”         George Orwell

Terre sommerse

Quando si discute sull’aumento della temperatura di un paio gradi o su qualche centimetro in più del livello dell’acqua, sembra che non ci sia niente di catastrofico. Naturalmente è così se ci riferiamo alla vasca da bagno ed alla climatizzazione di una stanza. Il discorso è completamente diverso quando i soggetti in questione sono gli oceani e la temperatura globale. Sul pianeta esistono molte terre emerse (zone costiere o isole) vicine al livello dei mari e pochi centimetri di acqua in più o in meno possono significare la sopravvivenza o la scomparsa di questi luoghi. Alcune sono terre disabitate, ma altre ospitano persone in carne ed ossa che rischiano di vedere letteralmente sparire le proprie case. Si tratta di località turistiche molto frequentate o posti meno conosciuti, non sfruttati commercialmente, che rappresentano gli ultimi paradisi (quasi) incontaminati degli oceani. Entrambi condividono la prospettiva per i propri abitanti di dover abbandonare la loro patria perché il mare, ogni anno, “inghiotte” una parte di costa. Soggette a questo rischio ci sono (tra le tante) : le Maldive, le Fiji, le Seychelles, le isole Marshall e le Salomone. Quest’ultimo arcipelago nel Pacifico è tra i più colpiti dal fenomeno. Qui, negli ultimi 20 anni, si è registrato un aumento del livello del mare di circa 7/10 mm all’anno. Oltre all’ innalzamento delle acque, va considerata la forza del moto ondoso che accresce il potere di erosione. Almeno 5 atolli corallini delle Salomone sono già andati completamente persi e altri 6 sono stati “erosi in modo grave” (leggi qui). A forte rischio è l’isola di Nuatambu, che ospita 25 famiglie e dal 2011 ha perso più della metà della sua superficie abitabile. Le minacce non provengono soltanto dall’erosione delle coste; queste località sono sempre più frequentemente costrette ad affrontare tempeste e cicloni in grado di devastare interi villaggi. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le popolazioni colpite sono lasciate in balia degli eventi dai propri Governi e dalla comunità internazionale. Uno Stato simbolo di questa tragedia dei nostri tempi è Kiribati. Composto da 33 atolli che contano circa 100000 abitanti, la metà dei quali risiede nella capitale Tawara, il destino di Kiribati è legato ad un filo. Qui il punto più alto rispetto al mare è di soli due metri ! Molti rappresentanti politici locali si sono battuti (e lo fanno tutt’oggi) per far conoscere al mondo il pericolo che incombe sulle loro terre e convincere i potenti della Terra a porvi rimedio. Il più importante tra questi esponenti è stato Anote Tong, presidente di Kiribati per 12 anni, che ha addirittura progettato una migrazione di massa dei propri connazionali. La sua storia è diventata anche un documentario dal titolo biblico “Anote’s Ark” in cui si racconta quanto i cambiamenti climatici potranno sconvolgere la vita di persone “reali” (il regista ha intrecciato la vita di Tong con il destino di Tiemeri, una giovane madre di 6 figli che cerca di trasferire la propria famiglia in Nuova Zelanda). Tong era presidente al momento della firma dell’ Accordo di Parigi (poi depotenziato da Trump) e ancora oggi, da “pensionato” e nonno, continua ad essere il leader indiscusso di questa battaglia per trovare una soluzione alternativa e dignitosa alle future generazioni di Kiribati verso un destino che appare inevitabile.

Ironia della sorte ha voluto che tra i Paesi più esposti alle conseguenze catastrofiche dei mutamenti climatici ci fossero luoghi isolati (come Kiribati) e con culture completamente diverse rispetto a quelle dominate dal consumismo sfrenato . In tutto ciò non c’è giustizia, ma ricorda che nessuno potrà sentirsi al sicuro, in qualsiasi luogo si trovi.

Effetto farfalla

La farfalla monarca è uno degli insetti più conosciuti e fotografati al mondo, soprattutto in nord America. È una farfalla dai colori molto belli ed è la protagonista di una delle più stupefacenti migrazioni nel regno animale. Ogni anno, infatti, centinaia di milioni di individui percorrono fino a 5000 km per approdare negli Usa e nel Canada meridionale partendo dal Messico, per poi farvi ritorno. Ciò che rende unico questo viaggio, oltre ai Km percorsi, è il fatto che il tragitto sarà coperto da 4 generazioni, passandosi l’un l’altra il testimone in una lunghissima staffetta. Vedere intere foreste trasformate in paesaggi “dorati” grazie alle migliaia di ali aperte verso il sole è uno spettacolo impareggiabile. Questo evento, unico nel suo genere, lo si può ammirare nella riserva messicana della Monarch Butterfly Biosphere inserita, dal 2008, nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’ UNESCO. Nello stato di Michoacán un taglialegna, Homero Gómez Gonzaléz, aveva smesso da anni di tagliare gli alberi per dedicarsi alla protezione dell’ habitat di questi animali e ha fondato il santuario per farfalle monarca di El Rosario. Lo scorso 29 gennaio il corpo dell’uomo senza vita è stato rinvenuto dentro ad un pozzo. Non è difficile immaginare come questo assassinio sia legato alla lotta di Homero contro il disboscamento illegale, attività in cui sono coinvolte le numerose bande criminali della zona sempre alla ricerca di terreni per coltivare i papaveri da oppio. La distruzione delle foreste del Michoacán unita ai cambiamenti climatici (sempre presenti !) mettono a rischio la sopravvivenza di questo splendido animale. Gómez, come diversi altri ambientalisti, aveva già ricevuto numerose minacce di morte. Il Messico si conferma un Paese decisamente pericoloso per chi decide di difendere  l’ambiente e i diritti umani (come accade in altri stati del centro e sud America).  Ad esempio Julián Carrillo Martínez, leader della comunità degli indios tarahumara e difensore delle foreste della Sierra Madre settentrionale, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco nel 2018 sulle montagne che tanto amava. Stessa sorte è toccata, nel 2019, a Samir Flores Soberanes il quale si batteva contro la realizzazione di un gasdotto. Il denominatore comune di questi efferati delitti sono, oltre agli impegni sociali ed ambientali delle vittime, l’assenza di protezione a questi individui da parte del Governo e la mancanza di volontà nel dare giustizia alle loro famiglie. La lista dei martiri ambientali è molto lunga e ogni anno si accresce. In Paesi come il Brasile, il Nicaragua, la Colombia e l’ Honduras (oltre allo stesso Messico) ogni anno si registrano decine di omicidi che nella maggior parte dei casi restano impuniti. Nonostante questo, come si legge in un rapporto della ong Global Witness, “i difensori dell’ambiente non muoiono, si moltiplicano” (leggi qui).

In matematica e in fisica con “effetto farfalla” si intende la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali. Cioè, quanto una piccola variazione possa nel tempo produrre dei grandi mutamenti all’interno di un sistema. È poetico immaginare una farfalla che con il battito delle proprie ali riesca a produrre un tornado a migliaia di Km di distanza, ma è un simbolo che ricorda la vita di questi eroi. Il sacrificio di Homero, “il Signore delle farfalle” morto per far si che gli insetti di cui era innamorato continuassero a battere le loro ali per sempre, non verrà cancellato e seguiterà ad essere di esempio per milioni di persone in tutto il mondo.

“Può, il battito d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas ?”                Edward Lorenz