Ad una cena di classe dei bambini, parlando con i vari genitori, mi sono accorto che in pochi erano a conoscenza di un continente galleggiante in mezzo al Pacifico. Non che io abbia una cultura più ampia ; solo il mio interesse per l’argomento e la lettura di un libro mi hanno fatto scoprire il Pacific Trash Vortex o più semplicemente, Isola di plastica. Non è il genere di notizia a cui si dà risalto sui media, ma è un problema reale e non di dimensioni ridotte. Parliamo di un ammasso di rifiuti che si estende su una superficie 4 volte quella dell’Italia e profonda 30 metri, ma non è facile stabilirlo con precisione. Consiste in una poltiglia melmosa, a Nord delle isole Hawaii, creatasi dal disfacimento degli oggetti plastici sotto le azioni del sole e dell’acqua marina. È stata formata dalle correnti oceaniche che in quell’area si muovono a spirale. Si ipotizza che l’ammasso informe abbia avuto origine alla fine degli anni ’50, ma è stato individuato ufficialmente soltanto nel 1997 perché non visibile dai satelliti e collocato fuori dalle rotte di navigazione. Questa è la più grande, ma ne esistono altre 5 di enormi dimensioni dislocate nei differenti oceani (leggi qui). Il pericolo maggiore è che la plastica non si degrada praticamente mai (servono diverse centinaia di anni), ma si scompone in parti sempre più piccole fino a renderne impossibile un qualsiasi tipo di recupero. Le microplastiche vengono scambiate per plancton dalle creature marine contaminando la catena alimentare. Significa che entrano a tutti gli effetti sulle nostre tavole e non importa dove vengano pescati i pesci perché il grande mangia il piccolo e non rimane nel proprio “orticello”. Tra l’altro, isole simili di dimensioni ridotte sono state avvistate ovunque, anche nei nostri mari. Si calcola che oltre 1/3 della plastica prodotta ogni anno finisca negli ecosistemi. Faremmo meglio a raccogliere le bottigliette (o altro) che galleggiano insieme a noi mentre facciamo il bagno. Altrimenti c’è il forte rischio di ritrovarle nel menu del ristorantino in cui ci piace cenare, sotto altra forma .. . Ho letto un articolo dove si sostiene che quasi il 90% dei rifiuti scaricati negli oceani provengono dai 10 maggiori fiumi mondiali (8 asiatici e 2 africani) . Attualmente può essere plausibile, anche se non esiste un “pallottoliere” per l’immondizia. Probabilmente nei paesi in via di sviluppo c’è una minore attenzione allo smaltimento degli scarti. Comunque, questa teoria non giustifica la presenza delle varie isole di plastica per le quali sono servite diverse decine di anni. E non può trasformarsi in un alibi per gli altri continenti. Sarà capitato a tutti di uscire da una delle nostre spiagge, apparentemente pulita, e dietro una duna trovare .. di tutto ! Direi che quella roba non può essere stata trasportata dal Nilo o dal Gange . Ancora oggi ho un ricordo vivido di un episodio della mia infanzia. Alle scuole medie , durante un compito in classe di matematica, la professoressa mi becco’ mentre usavo una calcolatrice di nascosto. Quando alzai la testa e la vidi davanti a me , provai una grande vergogna. Senza pensare indicai il mio compagno di banco dicendo “ce l’ha anche lui”. Alla fine dell’ora non seppi come giustificarmi col mio amico, ma a distanza di anni l’ho ben chiaro. Sapevo di essere in torto e volevo soltanto spostare l’attenzione da me . Non mi importava chi avessi messo in mezzo. Ormai non è più tempo dei “lo fanno tutti” o “c’è di peggio” . È il momento che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Dai governi, i quali di certo non sono formati da ragazzini (anche se a volte non è chiarissimo), ai singoli cittadini. Tutti noi possiamo fare qualcosa, soprattutto con il buon esempio che resta la miglior forma di educazione.

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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2 commenti

  1. Articolo decisamente puntuale e sacrosanto. La cosa che mi ha colpito di più è la poca diffusione delle informazioni (come alla cena di classe), ma anche a me è capitato in altre occasioni. C’è una diffusa poca consapevolezza, ma non credo (non voglio credere) sia una scelta deliberata. Forse il punto è la vicinanza di questi argomenti alla vita quotidiana, come spiega bene lo scrittore Safran Foer nel suo ultimo libro ‘Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi’.

    Segnalo una piccola esperienza avuta pochi mesi fa (alla faccia dei dieci maggiori fiumi mondiali e delle nazioni emergenti).

    In visita con famiglia e amici all’oasi del Bottaccio ora gestita dal WWF, nel comune di Capannori, ci siamo trovati a passeggiare lungo il corso del torrente Visona (credo) che dai monti pisani si dirige verso est. La guida ci spiegava che avevano provveduto da poche settimane ad una pulizia dell’alveo del torrente (operazione straordinaria perché, spiegano, l’obbiettivo è non toccare/alterare niente). Il torrente non è molto esteso nella parte visitabile del parco, ma ad un certo punto i bambini e noi tutti notiamo delle piccole cartacce, e una confezione di non ricordo cosa, dello sporco insomma, galleggiare fra le erbe e l’acqua. Anche la guida è rimasta sorpresa. Faccio notare che la zona è direi poco popolata e che il torrente, per lungo che sia, scende dalle colline li vicine, passa accanto probabilmente accanto ad un paese, alcune, forse anche molte case a piedi delle colllime, probabilmente vicino a le strade e si inoltra nell’oasi……ma anche in un percorso così corto, in un comune così attento come quello capannorese e in una così civile e avanzata nazione, tanto è bastato perché dei rifiuti arrivassero nel torrente prima e nell’oasi poi, per la gioia delle piante e degli animali prima e dei visitatori del parco!

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