(Di Gabriele Franchini)

Riparto dal primo articolo scritto da me (Povero ed affollato pianeta Terra) per fare qualche riflessione ulteriore sul problema di quella che io ormai chiamo una vera e propria  distruzione della foresta amazzonica. Mi rendo conto che qua da noi, a 10.000 km di distanza, può sembrare un tema non dominante né urgente, ma invece lo è. Il motivo è molto semplice : l’Amazzonia è il polmone del nostro pianeta e la sua scomparsa, oltre che portare alla progressiva estinzione di specie animali, piante e di comunità indigene (già di per sé è riprovevole che si proceda ancora con  la distruzione di quello che la natura ha fatto in milioni di anni), porterà ad un  collasso ambientale globale. E’ vero, il tutto non avverrà nei prossimi 5 anni, ma in un trend di qualche decennio. La strada è comunque ormai segnata. Vi spiego perchè ed invito ognuno di noi a fare un salto di qualità nell’attenzione ai problemi ambientali. L’Amazzonia è grande all’incirca quanto l’Europa (esclusa la Russia) , intorno ai 5 milioni di chilometri quadrati. Ad oggi un quarto , 1, 2 milioni di km2, è stato letteralmente raso al suolo e convertito in pascoli (il Brasile conta circa 210 milioni di abitanti e , con 220 milioni di bovini, è il più grosso fornitore di carne mondiale) o usato per l’agricoltura estensiva (in primis enormi distese di soia). Pensate quindi che, nel silenzio generale, mentre noi pensavamo all’inflazione , alla crescita del PIL o al campionato di calcio, negli ultimi trent’anni un area grande 4 volte l’Italia è stata convertita da foresta tropicale ad aridi pascoli solcati da mucche ed infiniti campi di soia trattati a pesticidi sparsi con aerei. Nella parte più meridionale, lo stato di Rondonia ed il Mato Grosso, grandi ognuno due volte l’Italia, se visti dal satellite sono ormai distese di campi, mentre la foresta è rimasta solo come piccoli pezzettini di un grande puzzle di distruzione. Ovviamente il tutto con enorme orgoglio del mondo economico (vedasi i siti internet del governo brasiliano) per la crescita del Pil ed i ruoli di primo esportatore mondiale di soia e carne. Tutto questo con l’Europa che rafforza i trattati di libero scambio, la Cina che investe in Amazzonia per aumentare la dotazioni di porti, ferrovie ed autostrade e le multinazionali pronte ad accaparrarsi nuove aree da sfruttare. Cosa succederà agli altri 3/4 di Amazzonia non ancora cancellati ?? Anche la parte più centrale e quella settentrionale, pur non distrutte mortalmente, sono sempre maggiormente  attraversate da nuove strade a cui sta seguendo un disboscamento a “lisca di pesce”,  dove la foresta “inizia a perdere colpi” (ben si vede guardando dal satellite lo stato del Parà, uno dei più grossi del Brasile). Lungo le nuove autostrade si stanno distruggendo porzioni enormi di foresta intatta. Intersecando i dati con le cartografie delle aree protette , si può notare come si stia disboscando anche nei parchi naturali. Insomma, in Amazzonia vige la legge del più forte, del business spinto e dello sfruttamento a danno di tutti e tutto (ed a vantaggio di pochi). Concludo con un ulteriore allarme. Anche nel cuore più interno, che comprende lo stato brasiliano dell’ Amazonas (dove la foresta è più preservata, in un area grande due volte l’Italia) si stanno costruendo nuove autostrade, in particolare il prolungamento della famosa Rodovia Transamazzonica . L’autostrada taglierà il cuore della foresta per connettersi con le città amazzoniche del Perù, dando il via a ulteriori step di disboscamento selvaggio. A proposito di questo, nei piani economici  del Brasile c’è il raddoppio della produzione di soia da qui a 10 anni. Ciò vuol dire che abbiamo un sistema politico/finanziario ormai impostato al mero risultato economico e per il quale l’Amazzonia è solo “carne da macello”. Pur apprezzando Greta (Thunberg) ed i movimenti ambientalisti, ci vuole un salto di qualità. È bene criticare l’uso eccessivo di sacchetti in  plastica, delle automobili, le troppe emissioni di CO2, o risparmiare sulla luce di casa, ma in realtà il cuore forte dell’ecologismo è prima di tutto nella salvaguardia dei polmoni del pianeta. Faccio un appello per concentrare gli sforzi contro la deforestazione dilagante attraverso forti pressioni (in primis economiche e politiche) per provare a raggiungere qualche risultato. Solo se capiamo che più Pil di Brasile, India e Cina (ma ovviamente anche Europa e Usa) equivale a più distruzione di foreste ed estinzioni di animali , possiamo realmente capire i motori geopolitici del nostro pianeta e la fine che ci attenderà. Ognuno di noi dovrebbe attivarsi in questo senso : piantando un albero in più, firmando appelli ai governanti, informandosi sulla distruzione delle foreste,  sostenendo chi lotta contro tale “progresso” e riducendo i propri consumi. In una parola, soffrendo come soffro io a pensare che probabilmente anche oggi sono stati distrutti ettari di foreste e forse anche un’altra specie di essere vivente si è estinta per sempre.

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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