Una decina di anni fa, leggendo un articolo, ho sentito nominare per la prima volta Serge Latouche e con lui la parola decrescita. Si tratta di una corrente di pensiero economica e filosofica che si contrappone allo sviluppo capitalistico. Fin dall’inizio mi ha subito incuriosito ed ho letto diversi libri dell’economista francese (Latouche, appunto) . Tutti diamo per scontato il nostro modello economico e gli indicatori che lo definiscono. Ad oggi qualsiasi persona, perfino la meno informata, si sente più serena quando le previsioni sul PIL sono positive, la Borsa sale e lo spread scende. Anche senza conoscerne le dinamiche sappiamo che sono dati positivi per la comunità. Se aumenta la ricchezza in circolazione nel Paese tutti ne beneficeranno. E se non fosse così ? Questa è la domanda che sorge spontanea leggendo e la decrescita rappresenta una risposta alternativa. È bene subito specificare che non si tratta di una “crescita negativa”. Quest’ultima, anche secondo l’autore, è il peggiore dei mali per una società come la nostra basata interamente sulla crescita economica. Diminuire i consumi significherebbe far chiudere le fabbriche, le attività e portare ad un aumento della disoccupazione e della povertà con le conseguenze nefaste di cui sono pieni i notiziari. Ma la decrescita è tutt’altro. Non a caso è accompagnata dall’aggettivo “felice” su cui diversi politici ironizzano, a mio avviso, con molta superficialità. Non si tratta soltanto di economia, ma di riconsiderare il nostro modo di vivere. Stiamo parlando di un cambiamento culturale in cui si utilizzino altri criteri per misurare il benessere delle persone. Ad esempio la qualità dell’aria che respiriamo, la quantità di aree verdi nelle nostre città o il maggior tempo libero da passare con i propri affetti rispetto a quello nei posti di lavoro. Senza considerare la criminalità, spesso portata dall’incremento del numero degli “esclusi”. Il tutto in un modello dove la collaborazione prevalga sulla competizione e si favorisca la solidarietà tra le persone. Questo non determinerebbe il tornare all’età della pietra, ma semplicemente il passaggio da consumatori ad acquirenti. Significa comprare soltanto quello di cui abbiamo necessità, evitando l’obsolescenza programmata dalle aziende per immettere sempre nuovi prodotti sul mercato. Ma anche vivere in case riscaldate in modo più efficiente (con un miglior isolamento termico) o essere meno dipendenti dalle autovetture private negli spostamenti . Latouche ritiene che il livello di produzione a cui dovremmo ritornare è all’incirca quello degli anni ’60 e la strategia per raggiungerlo si basa sulle “8R” ( Rivalutare ; Riconcettualizzare ; Ristrutturare ; Ridistribuire ; Rilocalizzare ; Ridurre ; Riusare ; Riciclare ). Nei suoi testi si addentra anche nello specifico su come operare la transizione convertendo alcune delle attuali industrie (ad esempio quella automobilistica) senza creare traumi sociali. È semplice intuire quanto lo spreco quotidiano di cibo, il consumo di carburante nelle code autostradali o l’uso smodato di farmaci non vadano ad aumentare il nostro benessere pur muovendo l’economia. Un caso che mi è piaciuto molto è quello dell’incidente in auto. Quando avviene concorre all’aumento del PIL , ma nessuno (tranne il carrozziere ..) ne risulta più felice. La vignetta in alto è spiritosa , però diverse persone cominciano ad affacciarsi allo sportello di destra, quantomeno per avere delle delucidazioni.

“Madre Natura è sufficientemente generosa per provvedere al bisogno di tutti, ma non all’avidità di pochi” Mahatma Gandhi

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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6 commenti

  1. Si può comunque andare avanti con criteri ben precisi per avere un mondo migliore. Modificare, ovviamente, migliorando tutto ciò che è stato inserito nella nostra società, nella nostra vita quotidiana. Deve essere il nostro scopo, l’obbiettivo da raggiungere di tutti noi.
    Ci vuole tanta riflessione, tante domande e tante risposte e soprattutto la soluzione.
    E mi dimenticavo….. Ci vuole tanta speranza!!

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  2. Ottimo articolo, fortunatamente sempre più persone si interessano a questa visione, non ne ridono più e se ne interessano . È un cambiamento culturale che avrà bisogno di anni per essere effettuato, ma è compito di chi ha capito e ci crede di portare avanti l’idea, anche con articoli come questo. Bravo!

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  3. Purtroppo questa società iperconnessa è come un immenso macchinario con un’inerzia spaventosa e ognuno di noi è un piccolo ingranaggio che deve girare nel verso “giusto”.
    Alcuni contribuiscono al movimento totale tirando o spingendo con più o meno fatica, altri (non pochi) seguono comodamente il flusso, tutti però devono girare nel verso “giusto”.
    Far cambiare verso alla macchina è impossibile e ogni tentativo fatto da un singolo ingranaggio ne determina lo sbriciolamento.
    In questa paradossale organizzazione noi siamo al tempo stesso vittime e carnefici, solo apparentemente liberi e non credo ci siano speranze di miglioramento.
    E come topi in una gabbia con la porta aperta, possiamo uscire quando vogliamo, ma in quella gabbia ogni giorno qualcuno porta un pezzo di formaggio e allora ci vuole troppo coraggio per andarsene.

    Fantasticare di andarmene è diventata la mia occupazione preferita: devo aspettare il momento buono per abbandonare tutto e ripensare una vita nuova, come singolo o come famiglia, ma lontano dalla società.
    Aspettare di avere più soldi, aspettare che i figli siano più grandi, aspettare sempre un evento che, so, non accadrà mai.
    E Vasco (che andrebbe insegnato nelle scuole!), canta per me: “[…]intanto tu continui ad invecchiare, sempre convinto che gli anni migliori debbano ancora venire[…]” mentre il coro finale urla: SCEMO, SCEMO, SCEMO…

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    1. Analisi disillusa, ma ineccepibile. Lo stesso Latouche definisce il sistema la “Megamacchina” . Però uno spiraglio di speranza la conserva .. perché non dovresti farlo tu ? Se non conosci un modo per andare su un altro pianeta , temo non ci siano posti dove scappare da tutto . Dovremo per forza cercare di cambiare le cose , almeno per i nostri figli. Ps grazie per la citazione di Vasco : mi hai fatto ricordare gli anni migliori , quelli veri .. 😁

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