( di Gabriele Franchini )

50 milioni di ettari di foresta distrutti tra il 2010 e 2020 per fare spazio alla produzione industriale di materie prime agricole. Circa l’ 80% di deforestazione globale causata dall’agricoltura industriale per produrre soia, carne e olio di palma, ma il peggio deve ancora venire. Entro il 2050 la produzione di quest’ultimo potrebbe aumentare del 60%, quella di soia del 45%, la produzione e il consumo globale di carne potrebbe avere un incremento del 76%. Sono numeri impressionanti , che dovrebbero far riflettere chiunque quando la sera va a letto e pensa al futuro dei propri figli. Prendendo ad esempio  l’ Indonesia, la produzione di olio di palma ha trasformato il Borneo e Sumatra (2 isole grandi ognuna più dell’ Italia) in enormi piantagioni di palme, sostituendone la foresta primaria. Parliamo della distruzione dell”80% di foresta a Sumatra e del 60% nel Borneo. Foresta tropicale che ospitava una biodiversità enorme  ( in gran parte così estinta ) tra cui il famoso orango la cui popolazione si è ridotta drasticamente in pochi decenni. Provo vergogna nel sapere che la razza umana, a cui appartengo, ha sterminato 200 mila oranghi negli ultimi 20 anni sostituendo il loro habitat di foreste lussureggianti con  aride piantagioni, avvicinandoli ogni giorno che passa all’estinzione. Più che l’opera di esseri intelligenti e civilizzati, sembra il disegno di un serial killer. Ma forse, nemmeno Jack lo squartatore avrebbe potuto eguagliare un simile risultato. La stessa sorte è toccata a molte specie e ciò che la natura ha generato nel corso dei millenni, l’uomo l’ha cancellato in un paio di decenni. E questo avviene mentre i telegiornali parlano di tutt’altro. Lo schema è lo stesso usato nella deforestazione dell’Amazzonia: i maggiori bisogni spinti dal consumismo sfrenato dei paesi più ricchi, la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo economico dei paesi emergenti. Questi fattori creano sempre maggiore richiesta di prodotti agricoli ed alimentari e le foreste tropicali  sono il primo bacino a cui attingere per trovare nuovi terreni da convertire ad agricoltura intensiva. Semplicemente utilizzando il programma Google maps, ognuno di noi può vedere dal proprio cellulare lo stato dei territori nel Borneo o a Sumatra. E’ tristissimo osservare come le foreste originali si contrappongano alle ordinate piantagioni di palme e quest’ultime siano ormai predominanti (oltre a strade ed urbanizzazione selvaggia). L’olio di palma è sempre più utilizzato nell’ industria alimentare, ma anche nella cosmesi e nella produzione di biocombustibili . È più economico rispetto a prodotti analoghi e facilmente reperibile in grandi quantità. Alla luce di ciò sappiamo meglio cosa contengono alcuni famosi barattoli di “cioccolata”, merendine e numerosi altri prodotti “da banco”. Dentro c’è più di un olio vegetale, ma  una distruzione immane, nascosta dalla crescita del PIl dell’ Indonesia e dai profitti delle multinazionali (anche italiane). Il tutto a svantaggio dei contadini locali a cui viene espropriata la terra, favorendo lo sfruttamento del lavoro, anche minorile ! Inoltre, in queste piantagioni viene fatto un uso massiccio di fertilizzanti altamente tossici che vanno ad inquinare gli habitat ed i bacini idrici. Conservo seri dubbi sul fatto che esista un olio di palma biosostenibile, come ultimamente l’ agroindustria cerca di sostenere. È stato creato anche un apposito marchio di certificazione, ma ogni giorno qualche ettaro di foresta vergine viene abbattuta (o bruciata) e decine di oranghi fatti fuggire o uccisi, anche a colpi di machete (su Internet si trovano immagini agghiaccinti !!). C’è stato un acceso dibattito sull’ipotesi se l’olio di palma fosse o meno cancerogeno. Di sicuro nuoce gravemente alla salute degli oranghi e delle altre creature dell’ecosistema. Molte aziende non se ne preoccupano e si comportano come se operassero in regime di monopolio, ma sul mercato la scelta non manca. Sui prodotti alimentari c’è l’obbligo di riportare gli ingredienti e se gli acquirenti “bocciassero” i prodotti che non rispettano la sostenibilità, anche le multinazionali sarebbero costrette a modificare le proprie strategie. Quindi, tutti possiamo contribuire a fermare l’inevitabile, anche facendo la spesa, e se non ci sarà una presa di coscienza diffusa, la distruzione degli habitat sarà inarrestabile e catastrofica.  

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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