Con il cibo prodotto ogni anno si potrebbe sfamare tutta l’umanità, ma nel mondo ci sono 840 milioni di persone (dati Fao) denutrite. Più del 30% degli alimenti vengono persi o sprecati prima del consumo. E il paradosso è che questa realtà coesiste con i fenomeni di malnutrizione da sovrabbondanza presenti nei paesi più ricchi. In questi la cultura del cibo si è modificata e non è un caso che in TV fioriscano i programmi di cucina. Sono diventati dei veri e propri show e gli chef protagonisti, delle star. Si è perso di vista lo scopo principale dell’alimentazione che è quello di garantire il fabbisogno energetico dell’organismo. In quest’ottica spesso cadiamo in contraddizione per soddisfare le nostre voglie o capricci, altre volte agiamo semplicemente senza pensare, seguendo delle consuetudini ritenute “normali”. La grande distribuzione ci ha abituati ad avere una tale scelta da non farci riflettere sulla provenienza dei prodotti ed il costo ecologico che comporta. È ovvio che, se siamo golosi di ananas, mango o papaya, non possiamo credere provengano dal campo sotto casa. Privilegiando i cosiddetti alimenti a “km 0” dobbiamo per forza escludere tutti quelli esotici o tropicali, ma a volte non è così intuitivo. Rischiamo di essere come quei bambini che alla domanda “da dove provengono le uova” hanno risposto “dal supermercato”. Ad esempio, uno dei frutti più presenti nella nostra dieta è la banana, ma non può certo definirsi “locale”. La banana è uno dei prodotti agricoli più diffusi nel mondo e prima di arrivare sulle nostre tavole compie viaggi di migliaia di chilometri. In più, il suo export è controllato da poche multinazionali che ne traggono ricavi esorbitanti lasciando solo le briciole ai produttori locali. Il tutto mentre i lavoratori nelle piantagioni operano in scarsa sicurezza e percepiscono bassi salari. Ho sempre praticato sport fin da bambino ed ho sempre sofferto di crampi. Tutti, allenatori, compagni, fisioterapisti e amatori, mi hanno sempre ripetuto : “hai carenza di potassio, mangiati delle banane”. Ed in effetti nella mia vita da atleta (??) credo di averne ingerite più di uno scimpanzé. Ma mai avrei pensato di contribuire all’inquinamento e all’ingiustizia sociale, per poi scoprire che fagioli borlotti, patate ed asparagi ne contengono di più .. (oltre al danno la beffa). Ancora più subdolo è il caso di quegli alimenti che vengono prodotti localmente (o almeno nazionalmente), ma in commercio si trovano accostati a quelli stranieri. In genere la prima discriminante di acquisto è il prezzo. Beh, quello può riservare delle sorprese. Mi è capitato, nel negozio di frutta e verdura del mio paese, di essere ingolosito da due grandi sacchi pieni di noci ed averne chieste un po’. La signora al banco mi ha domandato quale preferissi e mi ha spiegato che le prime (le più grandi) provenivano dalla California, mentre le altre erano toscane. Al quel punto non l’ho fatta neppure terminare e le ho detto che avrei preso le seconde. Ero certo di aver fatto la scelta eticamente più giusta, ma anche (perché no) di spendere un po’ meno. Peccato che le più economiche fossero quelle californiane. Ma come cavolo arrivano, col teletrasporto ?! Leggendo su Internet ho scoperto che spesso le aziende americane sfruttano il lavoro sottopagato degli immigrati (messicani) e così riescono a mantenere i prezzi bassi. Questo è soltanto uno delle centinaia di cibi provenienti dalle più svariate località estere. Tra quelli più diffusi e con il maggior impatto ambientale ci sono anche : le ciliegie del Cile; i mirtilli dell’Argentina; gli asparagi del Perù; le more del Messico; i melograni di Israele; i fagiolini dell’Egitto e molti altri ancora. Sono tutti facilmente reperibili da coltivazioni nostrane; basta avere un po’ di pazienza ed aspettare la stagione giusta. Restano giustificate soltanto le donne in dolce attesa con improvvise voglie .. . Anche a livello nazionale le incoerenze non mancano. È assurdo imbottigliare l’acqua nella plastica (inquinante) alle pendici delle Alpi, metterla su di un camion (inquinante) in strada per oltre 1000 Km e trovarla in vendita in Calabria. Nel frattempo ci saranno aziende concorrenti che faranno fare al loro “marchio” il percorso inverso. Questo non è benessere, ma pura follia. O, come recitava lo slogan creato da J.Carville per la corsa alla Casa Bianca di Bill Clinton nel 1992, “it’s the economy, stupid !”

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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