Molti studiosi ipotizzano che la scomparsa “improvvisa” di antiche civiltà come i Maya sia dovuta a fluttuazioni climatiche spontanee. Questo fa riflettere sul destino a cui potremmo andare incontro in un futuro prossimo. Un esempio che costituisce un paradigma ecologico per gli ambientalisti è l’ Isola di Pasqua. Questa, essendo la terra più isolata del pianeta, può essere considerata un micromodello autonomo . Situata in mezzo al Pacifico, qui l’uomo si è dovuto integrare con l’ambiente. Si pensa che i primi colonizzatori dell’isola furono alcuni navigatori di origine polinesiana nel X secolo D.C. Questi abbatterono i primi alberi (l’isola era coperta di foreste) per soddisfare i propri bisogni, ma in seguito all’incremento demografico vi fu un uso irrazionale delle risorse e si accesero forti rivalità fra i diversi clan . Sembra che per molto tempo questa competizione si sia concentrata nella realizzazione delle celebri statue di tufo, i Moai. Per trasportare queste enormi sculture in luoghi distanti dalle miniere in cui venivano realizzate, si servivano dei tronchi degli alberi come rulli di scorrimento, ma la corsa al legname presto si trasformò in corsa agli armamenti. Nel periodo di massimo sviluppo Rapa Nui , così veniva chiamata l’isola dagli autoctoni, pare contasse circa 30.000 abitanti. Gli europei vi approdarono per la prima volta nel giorno di Pasqua del 1722 (da qui il suo attuale nome) e vi trovarono non più di 2.000 indigeni. La prima cosa che notarono fu la completa assenza di grandi alberi sul territorio, ma sparsi vi erano centinaia di Moai. La teoria che ne scaturì fu quella dell’ ingordigia umana, ma qui si entra nel campo delle ipotesi. Gli isolani utilizzarono  tutti gli alberi disponibili preferendo la costruzione dei Moai all’equilibrio dell’ecosistema. Gli idoli dovevano compiacere le divinità e si privilegiarono gli dèi alla Natura, sperando che i primi provvedessero ai bisogni degli uomini. Lo sfruttamento portò alla desertificazione del suolo e la scarsità di risorse innescò una guerra civile che decimò la popolazione. Alcuni racconti parlano di caccia ai ratti per la sopravvivenza e addirittura di cannibalismo. Questa è solo una teoria in quanto l’antica scrittura locale non è stata decifrata e non si conosce un granché di ciò che accadde prima dell’arrivo degli europei. Il processo, però, deve essere stato rapido come testimoniano i moltissimi Moai incompleti lasciati nelle miniere. Tuttavia, recenti studi archeologici hanno messo in dubbio la teoria dell’autodistruzione da parte della popolazione locale. L’unico fatto accertato è il massiccio calo demografico. Nel 1877 si potevano contare soltanto 111 sopravvissuti appartenenti all’antica civiltà polinesiana. E la ragione di questo calo potrebbero ricercarsi proprio nell’arrivo degli europei. I primi esploratori portarono malattie sconosciute ai locali come tifo e colera che misero a dura prova gli abitanti. Ma soprattutto, nel XIX secolo, vi fu l’avvento degli schiavisti che deportarono in quantità massicce gli indigeni (leggi). Anche se l’ipotesi dell’autodistruzione fosse solo una “storia” , di certo non sarebbe “originale”. Spesso i miti dell’antichità hanno una morale e qualcosa da insegnarci. Lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e le tensioni tra i popoli  derivate dal loro accaparramento sono temi più attuali che mai . La povertà genera conflitti e viceversa in un circolo vizioso. In ogni caso l’Isola di Pasqua rimane uno dei luoghi più misteriosi della Terra e non ci sarebbe da essere più sereni se la sua civiltà fosse stata distrutta dall’avvento dei colonizzatori. Pur con la scomparsa della schiavitù , esistono forme di sfruttamento più “sottili”, ma molto efficaci.

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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