Quando si discute sull’aumento della temperatura di un paio gradi o su qualche centimetro in più del livello dell’acqua, sembra che non ci sia niente di catastrofico. Naturalmente è così se ci riferiamo alla vasca da bagno ed alla climatizzazione di una stanza. Il discorso è completamente diverso quando i soggetti in questione sono gli oceani e la temperatura globale. Sul pianeta esistono molte terre emerse (zone costiere o isole) vicine al livello dei mari e pochi centimetri di acqua in più o in meno possono significare la sopravvivenza o la scomparsa di questi luoghi. Alcune sono terre disabitate, ma altre ospitano persone in carne ed ossa che rischiano di vedere letteralmente sparire le proprie case. Si tratta di località turistiche molto frequentate o posti meno conosciuti, non sfruttati commercialmente, che rappresentano gli ultimi paradisi (quasi) incontaminati degli oceani. Entrambi condividono la prospettiva per i propri abitanti di dover abbandonare la loro patria perché il mare, ogni anno, “inghiotte” una parte di costa. Soggette a questo rischio ci sono (tra le tante) : le Maldive, le Fiji, le Seychelles, le isole Marshall e le Salomone. Quest’ultimo arcipelago nel Pacifico è tra i più colpiti dal fenomeno. Qui, negli ultimi 20 anni, si è registrato un aumento del livello del mare di circa 7/10 mm all’anno. Oltre all’ innalzamento delle acque, va considerata la forza del moto ondoso che accresce il potere di erosione. Almeno 5 atolli corallini delle Salomone sono già andati completamente persi e altri 6 sono stati “erosi in modo grave” (leggi qui). A forte rischio è l’isola di Nuatambu, che ospita 25 famiglie e dal 2011 ha perso più della metà della sua superficie abitabile. Le minacce non provengono soltanto dall’erosione delle coste; queste località sono sempre più frequentemente costrette ad affrontare tempeste e cicloni in grado di devastare interi villaggi. Inoltre, nella maggior parte dei casi, le popolazioni colpite sono lasciate in balia degli eventi dai propri Governi e dalla comunità internazionale. Uno Stato simbolo di questa tragedia dei nostri tempi è Kiribati. Composto da 33 atolli che contano circa 100000 abitanti, la metà dei quali risiede nella capitale Tawara, il destino di Kiribati è legato ad un filo. Qui il punto più alto rispetto al mare è di soli due metri ! Molti rappresentanti politici locali si sono battuti (e lo fanno tutt’oggi) per far conoscere al mondo il pericolo che incombe sulle loro terre e convincere i potenti della Terra a porvi rimedio. Il più importante tra questi esponenti è stato Anote Tong, presidente di Kiribati per 12 anni, che ha addirittura progettato una migrazione di massa dei propri connazionali. La sua storia è diventata anche un documentario dal titolo biblico “Anote’s Ark” in cui si racconta quanto i cambiamenti climatici potranno sconvolgere la vita di persone “reali” (il regista ha intrecciato la vita di Tong con il destino di Tiemeri, una giovane madre di 6 figli che cerca di trasferire la propria famiglia in Nuova Zelanda). Tong era presidente al momento della firma dell’ Accordo di Parigi (poi depotenziato da Trump) e ancora oggi, da “pensionato” e nonno, continua ad essere il leader indiscusso di questa battaglia per trovare una soluzione alternativa e dignitosa alle future generazioni di Kiribati verso un destino che appare inevitabile.

Ironia della sorte ha voluto che tra i Paesi più esposti alle conseguenze catastrofiche dei mutamenti climatici ci fossero luoghi isolati (come Kiribati) e con culture completamente diverse rispetto a quelle dominate dal consumismo sfrenato . In tutto ciò non c’è giustizia, ma ricorda che nessuno potrà sentirsi al sicuro, in qualsiasi luogo si trovi.

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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