Il turismo è una delle principali “aziende” del pianeta, ma quando diventa di massa può trasformarsi in un grosso problema dal punto di vista ambientale ed i vantaggi economici svaniscono con i danni arrecati. Col  termine “overtourism” si indica l’eccesso di turisti che devastano gli ecosistemi fragili. Tra le principali fonti di inquinamento dovute alla  esagerata presenza umana, vi è lo scarico di acque reflue direttamente nell’ oceano da parte di imbarcazioni, navi da crociera e alberghi. Anche le sostanze chimiche presenti nelle creme solari danneggiano gravemente i coralli; per non parlare della plastica  che finisce in mare. In molte isole del Pacifico il rapido aumento del turismo è dovuto all’espansione delle classi medie di alcuni paesi, in particolare la Cina. Un esempio è Phi Phi Island, prima sconosciuta,  diventata una meta turistica molto ambita dopo l’uscita, nel 2000, del film “The Beach” con Leonardo Di Caprio. Così, nel 2018, la Thailandia è stata costretta a chiudere la spiaggia di Maya Bay (set del film) a tempo indeterminato, per permettere alle risorse naturali di rigenerarsi. In paesi come l’India, le Filippine e il Vietnam, le mangrovie vengono sistematicamente eliminate per far posto ad hotel, resort e spiagge di sabbia bianca, tanto desiderate dai visitatori stranieri. Eppure si tratta di piante essenziali per gli ecosistemi costieri, perché proteggono le spiagge dall’erosione e forniscono terreno fertile alle specie animali. L’ inciviltà ed il vandalismo mettono a rischio anche luoghi di interesse storico-archeologico come il Machu Picchu in Perù, il Teotihuacan in Messico, la Grande Muraglia cinese o le pietre di   Stonehenge (leggi qui). Non è difficile accorgersi del passaggio dell’ uomo:  danni alle strutture, graffiti, assenza di rispetto per la vegetazione e soprattutto una montagna di rifiuti restano a testimoniarlo. La spazzatura in giro è un vero e proprio marchio di fabbrica. Tra i luoghi maggiormente rovinati dalla massiccia presenza umana, figura perfino il monte Everest. Quello che viene definito “il tetto del mondo” con i suoi 8848 metri, la cui vetta è rimasta inesplorata fino al 1953, oggi è diventato un’ importante meta turistica. Ogni anno migliaia di scalatori amatoriali vengono scortati da guide in gite organizzate sul punto più alto del mondo e ogni anno vengono raccolte tonnellate di immondizia. Le squadre di volontari, formate per questo scopo, non riescono a ripulire la montagna per la velocità con cui i rifiuti si accumulano. Nelle vicinanze dei 4 campi base, il più alto dei quali è situato oltre gli 8000 metri, la montagna si è trasformata in una gigantesca latrina all’aperto. Tutto ciò avviene per permettere ad un sacco di gente di farsi una foto e vantarsi dell’ impresa con gli amici al bar. Il film “Everest” del 2015, basato su una storia vera, racconta bene come questa “impresa” sia stata commercializzata e resa alla portata di molti. Vengono messe in luce le contraddizioni che questo comporta e le conseguenze tragiche che ne susseguono. Ci sono, però, anche scene quasi comiche, come la fila che gli scalatori devono fare per superare un crepaccio in cordata. È chiaro che serve comunque un’adeguata preparazione fisica e tecnica, ma più visitatori significa più soldi e cercare di portarne un numero sempre maggiore fa aumentare i guadagni. Capisco bene quello che scatta nella testa di chi si avventura in certi progetti. Nel mio piccolo, da podista amatoriale, per anni ho cullato il sogno di correre una 100 km nel deserto del Sahara. Quando si fanno sport di fatica, si diventa fisicamente dipendenti dalle endorfine e psicologicamente si rischia di diventarlo dai risultati. Da 20 km si passa a 40 e poi a 100, per alzare sempre di più l’asticella. Ragionandoci sopra ci si rende conto che non c’è nulla di eccezionale in questi traguardi e ci si deve porre un limite. Altrimenti c’è il rischio di trasformare  un’attività salutare in qualcosa di usurante o addirittura pericoloso. Poi, perché andare a turbare la quiete (ed è inevitabile) di un luogo “vergine” come il deserto ? Se ti piace correre, non serve viaggiare così lontano o avere degli obiettivi importanti. D’altronde, tra i partenti di una maratona, c’è chi è nato per vincere, chi per correre in 3 ore e 30′ e chi, semplicemente, per arrivare al traguardo. Questa è una verità che nello sport, come nella vita, va accettata. A mio parere, bisogna anche accettare l’idea che certi luoghi (e certe avventure) siano accessibili soltanto ad un manipolo di atleti con doti fuori dal comune. È sempre possibile vederli sui media ed accontentarsi delle proprie piccole (ma GRANDI) sfide quotidiane.

Quando corro tutti i pensieri volano via.

Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti.

(Confucio)

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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