Il settore dell’ abbigliamento è in continua crescita, tanto da risultare un grosso problema per l’ambiente in tutta la sua filiera. Si calcola che questa incida per l’ 8% nelle emissioni globali di gas ad effetto serra, alle quali vanno aggiunte altre forme di inquinamento (leggi qui). Un italiano acquista, in media, 14 kg di vestiti nuovi ogni anno ed in altri paesi (in USA ed in Gran Bretagna) la quantità raddoppia ! Se fino a due decenni fa le mode erano dettate dagli stilisti nelle classiche collezioni stagionali, adesso sono le migliaia di influencer, che spopolano sul Web, a cambiare le tendenze nella nuova fast fashion. Una grossa fetta del mercato è mossa da giovani e giovanissimi che sono i più attivi in rete, ma rappresentano anche le generazioni più sensibili alle problematiche ecologiche, come dimostra il movimento Friday for Future. Dai sondaggi emerge che una larga fetta di ragazzi è favorevole a premiare le aziende più sostenibili in ambito ambientale. Il principale ostacolo ad una piena trasparenza del settore è dovuto, a differenza di quello alimentare, alla segretezza adottata dalle Case di moda per battere la concorrenza. Gli abiti vengono principalmente realizzati con fibre sintetiche, derivate dal petrolio, o dal cotone, il quale viene erroneamente considerato un materiale eco-friendly. Le piantagioni richiedono un ampio sfruttamento del suolo ed un uso di enormi quantità di acqua e di pesticidi. Per le fibre sintetiche, invece, si possono utilizzare anche i materiali plastici riciclati. Il problema più grosso di quest’ultime, però, è il rilascio di microplastiche negli scarichi durante i lavaggi in lavatrice. Di solito le grandi coltivazioni di cotone si trovano nei paesi poveri o in via di sviluppo (insieme alla produzione degli indumenti) proprio dove la transazione energetica è ancora troppo costosa e la quasi totalità dell’energia utilizzata deriva da combustibili fossili. A questo vanno aggiunti l’uso dei macchinari agricoli e quello dei mezzi di trasporto (principalmente aerei) per recapitare la merce nel Primo mondo. Ad inquinare sono anche le diverse sostanze chimiche tossiche usate nel processo produttivo, in particolare per la colorazione, che poi vengono smaltite nelle acque senza sistemi di depurazione. Infine, come spesso accade, la necessità di mantenere bassi i prezzi finali (per aumentare i consumi) si basa sullo sfruttamento della forza lavoro locale e sull’assenza di rigidi parametri di sicurezza (in Bangladesh nel crollo del Rana Plaza hanno perso la vita 1129 persone – leggi qui ). Alla fine del loro percorso, tra le migliaia di tonnellate di vestiario prodotte, soltanto una parte viene venduta, mentre le rimanenze dovranno essere scontate ed immesse in circuiti secondari. Una pratica diffusa tra le aziende più importanti è quella di bruciare le scorte piuttosto che svenderle, in modo da non svalorizzare il proprio marchio. Gli abiti hanno un ciclo di vita breve (circa 3 anni); un po’ è da attribuire alla scarsa qualità dei materiali, ma una parte della “colpa” per questo invecchiamento precoce è dovuto alle mode. Solo una percentuale minima dei “vecchi” capi di abbigliamento viene riciclata per confezionare nuovi vestiti, mentre una larga fetta si trasforma in rifiuti indifferenziati. Il resto entra nel circuito dell’ usato. In giro, di solito vicino a chiese o scuole, ci sono i bidoni gialli per la raccolta, ma in pochi si domandano che fine fanno gli indumenti. La merce deve passare da 3 fasi: lo stoccaggio, la selezione e l’igenizzazione. I Comuni, titolari del servizio, lo appaltano a società che possono subappaltarlo ad altre, favorendo così la poca chiarezza del percorso. Dall’ inchiesta “Mafia Capitale” è emersa la presenza di traffici illeciti, legati a questa merce, per milioni di euro. I capi, acquistati per pochi centesimi al pezzo, vengono portati all’estero (in paesi più poveri) e rivenduti a prezzi centuplicati (leggi qui). I cittadini dovrebbero vigilare affinché il servizio di raccolta venga affidato a società virtuose. Ci sono onlus, come la Humana People to People, che si occupano di raccogliere gli abiti usati per rivenderli a prezzi accessibili o regalarli a chi ne ha effettivamente bisogno. Gli introiti sono comunque riutilizzati per progetti sociali ed ambientali. Alla fine, gli acquirenti hanno il potere di contribuire alla sostenibilità del settore in vari modi : comprando abiti usati; rivolgendosi a piccoli artigiani locali; informandosi sugli impegni presi dalle aziende per una maggiore sostenibilità; cercando fibre naturali alternative (ad esempio la canapa ha una resa migliore del cotone ed un impatto sull’ambiente minore); ma soprattutto acquistando meno e senza essere schiavi delle mode. Tra il verde bottiglia ed il verde smeraldo, è meglio scegliere il verde “speranza“.

“La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore”. Milan Kundera

Pubblicato da paol1

@paoloandreuccetti1973

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