Rapa Nui : tra storia e leggenda

Molti studiosi ipotizzano che la scomparsa “improvvisa” di antiche civiltà come i Maya sia dovuta a fluttuazioni climatiche spontanee. Questo fa riflettere sul destino a cui potremmo andare incontro in un futuro prossimo. Un esempio che costituisce un paradigma ecologico per gli ambientalisti è l’ Isola di Pasqua. Questa, essendo la terra più isolata del pianeta, può essere considerata un micromodello autonomo . Situata in mezzo al Pacifico, qui l’uomo si è dovuto integrare con l’ambiente. Si pensa che i primi colonizzatori dell’isola furono alcuni navigatori di origine polinesiana nel X secolo D.C. Questi abbatterono i primi alberi (l’isola era coperta di foreste) per soddisfare i propri bisogni, ma in seguito all’incremento demografico vi fu un uso irrazionale delle risorse e si accesero forti rivalità fra i diversi clan . Sembra che per molto tempo questa competizione si sia concentrata nella realizzazione delle celebri statue di tufo, i Moai. Per trasportare queste enormi sculture in luoghi distanti dalle miniere in cui venivano realizzate, si servivano dei tronchi degli alberi come rulli di scorrimento, ma la corsa al legname presto si trasformò in corsa agli armamenti. Nel periodo di massimo sviluppo Rapa Nui , così veniva chiamata l’isola dagli autoctoni, pare contasse circa 30.000 abitanti. Gli europei vi approdarono per la prima volta nel giorno di Pasqua del 1722 (da qui il suo attuale nome) e vi trovarono non più di 2.000 indigeni. La prima cosa che notarono fu la completa assenza di grandi alberi sul territorio, ma sparsi vi erano centinaia di Moai. La teoria che ne scaturì fu quella dell’ ingordigia umana, ma qui si entra nel campo delle ipotesi. Gli isolani utilizzarono  tutti gli alberi disponibili preferendo la costruzione dei Moai all’equilibrio dell’ecosistema. Gli idoli dovevano compiacere le divinità e si privilegiarono gli dèi alla Natura, sperando che i primi provvedessero ai bisogni degli uomini. Lo sfruttamento portò alla desertificazione del suolo e la scarsità di risorse innescò una guerra civile che decimò la popolazione. Alcuni racconti parlano di caccia ai ratti per la sopravvivenza e addirittura di cannibalismo. Questa è solo una teoria in quanto l’antica scrittura locale non è stata decifrata e non si conosce un granché di ciò che accadde prima dell’arrivo degli europei. Il processo, però, deve essere stato rapido come testimoniano i moltissimi Moai incompleti lasciati nelle miniere. Tuttavia, recenti studi archeologici hanno messo in dubbio la teoria dell’autodistruzione da parte della popolazione locale. L’unico fatto accertato è il massiccio calo demografico. Nel 1877 si potevano contare soltanto 111 sopravvissuti appartenenti all’antica civiltà polinesiana. E la ragione di questo calo potrebbero ricercarsi proprio nell’arrivo degli europei. I primi esploratori portarono malattie sconosciute ai locali come tifo e colera che misero a dura prova gli abitanti. Ma soprattutto, nel XIX secolo, vi fu l’avvento degli schiavisti che deportarono in quantità massicce gli indigeni (leggi). Anche se l’ipotesi dell’autodistruzione fosse solo una “storia” , di certo non sarebbe “originale”. Spesso i miti dell’antichità hanno una morale e qualcosa da insegnarci. Lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e le tensioni tra i popoli  derivate dal loro accaparramento sono temi più attuali che mai . La povertà genera conflitti e viceversa in un circolo vizioso. In ogni caso l’Isola di Pasqua rimane uno dei luoghi più misteriosi della Terra e non ci sarebbe da essere più sereni se la sua civiltà fosse stata distrutta dall’avvento dei colonizzatori. Pur con la scomparsa della schiavitù , esistono forme di sfruttamento più “sottili”, ma molto efficaci.

Non cadiamo in .. contraddizione

Con il cibo prodotto ogni anno si potrebbe sfamare tutta l’umanità, ma nel mondo ci sono 840 milioni di persone (dati Fao) denutrite. Più del 30% degli alimenti vengono persi o sprecati prima del consumo. E il paradosso è che questa realtà coesiste con i fenomeni di malnutrizione da sovrabbondanza presenti nei paesi più ricchi. In questi la cultura del cibo si è modificata e non è un caso che in TV fioriscano i programmi di cucina. Sono diventati dei veri e propri show e gli chef protagonisti, delle star. Si è perso di vista lo scopo principale dell’alimentazione che è quello di garantire il fabbisogno energetico dell’organismo. In quest’ottica spesso cadiamo in contraddizione per soddisfare le nostre voglie o capricci, altre volte agiamo semplicemente senza pensare, seguendo delle consuetudini ritenute “normali”. La grande distribuzione ci ha abituati ad avere una tale scelta da non farci riflettere sulla provenienza dei prodotti ed il costo ecologico che comporta. È ovvio che, se siamo golosi di ananas, mango o papaya, non possiamo credere provengano dal campo sotto casa. Privilegiando i cosiddetti alimenti a “km 0” dobbiamo per forza escludere tutti quelli esotici o tropicali, ma a volte non è così intuitivo. Rischiamo di essere come quei bambini che alla domanda “da dove provengono le uova” hanno risposto “dal supermercato”. Ad esempio, uno dei frutti più presenti nella nostra dieta è la banana, ma non può certo definirsi “locale”. La banana è uno dei prodotti agricoli più diffusi nel mondo e prima di arrivare sulle nostre tavole compie viaggi di migliaia di chilometri. In più, il suo export è controllato da poche multinazionali che ne traggono ricavi esorbitanti lasciando solo le briciole ai produttori locali. Il tutto mentre i lavoratori nelle piantagioni operano in scarsa sicurezza e percepiscono bassi salari. Ho sempre praticato sport fin da bambino ed ho sempre sofferto di crampi. Tutti, allenatori, compagni, fisioterapisti e amatori, mi hanno sempre ripetuto : “hai carenza di potassio, mangiati delle banane”. Ed in effetti nella mia vita da atleta (??) credo di averne ingerite più di uno scimpanzé. Ma mai avrei pensato di contribuire all’inquinamento e all’ingiustizia sociale, per poi scoprire che fagioli borlotti, patate ed asparagi ne contengono di più .. (oltre al danno la beffa). Ancora più subdolo è il caso di quegli alimenti che vengono prodotti localmente (o almeno nazionalmente), ma in commercio si trovano accostati a quelli stranieri. In genere la prima discriminante di acquisto è il prezzo. Beh, quello può riservare delle sorprese. Mi è capitato, nel negozio di frutta e verdura del mio paese, di essere ingolosito da due grandi sacchi pieni di noci ed averne chieste un po’. La signora al banco mi ha domandato quale preferissi e mi ha spiegato che le prime (le più grandi) provenivano dalla California, mentre le altre erano toscane. Al quel punto non l’ho fatta neppure terminare e le ho detto che avrei preso le seconde. Ero certo di aver fatto la scelta eticamente più giusta, ma anche (perché no) di spendere un po’ meno. Peccato che le più economiche fossero quelle californiane. Ma come cavolo arrivano, col teletrasporto ?! Leggendo su Internet ho scoperto che spesso le aziende americane sfruttano il lavoro sottopagato degli immigrati (messicani) e così riescono a mantenere i prezzi bassi. Questo è soltanto uno delle centinaia di cibi provenienti dalle più svariate località estere. Tra quelli più diffusi e con il maggior impatto ambientale ci sono anche : le ciliegie del Cile; i mirtilli dell’Argentina; gli asparagi del Perù; le more del Messico; i melograni di Israele; i fagiolini dell’Egitto e molti altri ancora. Sono tutti facilmente reperibili da coltivazioni nostrane; basta avere un po’ di pazienza ed aspettare la stagione giusta. Restano giustificate soltanto le donne in dolce attesa con improvvise voglie .. . Anche a livello nazionale le incoerenze non mancano. È assurdo imbottigliare l’acqua nella plastica (inquinante) alle pendici delle Alpi, metterla su di un camion (inquinante) in strada per oltre 1000 Km e trovarla in vendita in Calabria. Nel frattempo ci saranno aziende concorrenti che faranno fare al loro “marchio” il percorso inverso. Questo non è benessere, ma pura follia. O, come recitava lo slogan creato da J.Carville per la corsa alla Casa Bianca di Bill Clinton nel 1992, “it’s the economy, stupid !”

Orango, deforestazione e senso di colpa

( di Gabriele Franchini )

50 milioni di ettari di foresta distrutti tra il 2010 e 2020 per fare spazio alla produzione industriale di materie prime agricole. Circa l’ 80% di deforestazione globale causata dall’agricoltura industriale per produrre soia, carne e olio di palma, ma il peggio deve ancora venire. Entro il 2050 la produzione di quest’ultimo potrebbe aumentare del 60%, quella di soia del 45%, la produzione e il consumo globale di carne potrebbe avere un incremento del 76%. Sono numeri impressionanti , che dovrebbero far riflettere chiunque quando la sera va a letto e pensa al futuro dei propri figli. Prendendo ad esempio  l’ Indonesia, la produzione di olio di palma ha trasformato il Borneo e Sumatra (2 isole grandi ognuna più dell’ Italia) in enormi piantagioni di palme, sostituendone la foresta primaria. Parliamo della distruzione dell”80% di foresta a Sumatra e del 60% nel Borneo. Foresta tropicale che ospitava una biodiversità enorme  ( in gran parte così estinta ) tra cui il famoso orango la cui popolazione si è ridotta drasticamente in pochi decenni. Provo vergogna nel sapere che la razza umana, a cui appartengo, ha sterminato 200 mila oranghi negli ultimi 20 anni sostituendo il loro habitat di foreste lussureggianti con  aride piantagioni, avvicinandoli ogni giorno che passa all’estinzione. Più che l’opera di esseri intelligenti e civilizzati, sembra il disegno di un serial killer. Ma forse, nemmeno Jack lo squartatore avrebbe potuto eguagliare un simile risultato. La stessa sorte è toccata a molte specie e ciò che la natura ha generato nel corso dei millenni, l’uomo l’ha cancellato in un paio di decenni. E questo avviene mentre i telegiornali parlano di tutt’altro. Lo schema è lo stesso usato nella deforestazione dell’Amazzonia: i maggiori bisogni spinti dal consumismo sfrenato dei paesi più ricchi, la crescita della popolazione mondiale, lo sviluppo economico dei paesi emergenti. Questi fattori creano sempre maggiore richiesta di prodotti agricoli ed alimentari e le foreste tropicali  sono il primo bacino a cui attingere per trovare nuovi terreni da convertire ad agricoltura intensiva. Semplicemente utilizzando il programma Google maps, ognuno di noi può vedere dal proprio cellulare lo stato dei territori nel Borneo o a Sumatra. E’ tristissimo osservare come le foreste originali si contrappongano alle ordinate piantagioni di palme e quest’ultime siano ormai predominanti (oltre a strade ed urbanizzazione selvaggia). L’olio di palma è sempre più utilizzato nell’ industria alimentare, ma anche nella cosmesi e nella produzione di biocombustibili . È più economico rispetto a prodotti analoghi e facilmente reperibile in grandi quantità. Alla luce di ciò sappiamo meglio cosa contengono alcuni famosi barattoli di “cioccolata”, merendine e numerosi altri prodotti “da banco”. Dentro c’è più di un olio vegetale, ma  una distruzione immane, nascosta dalla crescita del PIl dell’ Indonesia e dai profitti delle multinazionali (anche italiane). Il tutto a svantaggio dei contadini locali a cui viene espropriata la terra, favorendo lo sfruttamento del lavoro, anche minorile ! Inoltre, in queste piantagioni viene fatto un uso massiccio di fertilizzanti altamente tossici che vanno ad inquinare gli habitat ed i bacini idrici. Conservo seri dubbi sul fatto che esista un olio di palma biosostenibile, come ultimamente l’ agroindustria cerca di sostenere. È stato creato anche un apposito marchio di certificazione, ma ogni giorno qualche ettaro di foresta vergine viene abbattuta (o bruciata) e decine di oranghi fatti fuggire o uccisi, anche a colpi di machete (su Internet si trovano immagini agghiaccinti !!). C’è stato un acceso dibattito sull’ipotesi se l’olio di palma fosse o meno cancerogeno. Di sicuro nuoce gravemente alla salute degli oranghi e delle altre creature dell’ecosistema. Molte aziende non se ne preoccupano e si comportano come se operassero in regime di monopolio, ma sul mercato la scelta non manca. Sui prodotti alimentari c’è l’obbligo di riportare gli ingredienti e se gli acquirenti “bocciassero” i prodotti che non rispettano la sostenibilità, anche le multinazionali sarebbero costrette a modificare le proprie strategie. Quindi, tutti possiamo contribuire a fermare l’inevitabile, anche facendo la spesa, e se non ci sarà una presa di coscienza diffusa, la distruzione degli habitat sarà inarrestabile e catastrofica.  

In continua .. “evoluzione”

La scienza ha dimostrato come la nostra specie si sia evoluta , dall’ Australopiteco, un primate comparso all’incirca 4 milioni di anni fa , all’attuale Homo sapiens. Il sociologo Zygmunt Bauman , però, ha teorizzato un’ulteriore cambiamento umano avvenuto nella nostra epoca. Non si tratta di un’evoluzione biologica, ma comportamentale : l’avvento dell’ Homo consumens. Bauman definisce la società contemporanea come la società dei consumi e ciò che la fa andare avanti non è più la gamma dei bisogni, ma il desiderio. Il “branco” rappresentata il proprio gruppo di riferimento: coloro dalla cui approvazione dipende il successo o il fallimento. E l’essere in anticipo nell’ ostentare i “segnali di appartenenza” è l’unico modo per convincersi del fatto che il branco prescelto ci accetterà. L’idea di anticipare le mode è un’assicurazione verso il rischio della solitudine, considerato che gli emblemi di appartenenza prima o poi andranno fuori mercato, per essere rimpiazzati da nuovi. Per Bauman ciò che contraddistingue la vita del consumatore, è l’essere in continuo movimento e la sola idea che sia “soddisfatto” costituisce una minaccia per la società. Il principio su cui si fonda il “consumismo” è che i bisogni (e i desideri) non devono mai avere fine. Le mode, grazie al supporto della pubblicità sempre più invadente nelle nostre vite, sono un’esortazione a sostituire quelle merci che fino a poco tempo prima venivano esaltate e che adesso vengono definite superate . Bauman rileva come il “populismo di mercato” proclami la politica il principale nemico della democrazia, mentre considera il Mercato stesso come lo strumento democratico più affidabile. In realtà è proprio l’attività di mercato senza freni la prima causa di iniquità sociale. Per il sociologo è emerso un metodo alternativo di manipolazione comportamentale che all’apparenza non è coercitivo e quindi non solleva nessun dissenso o ribellione , ma presenta l’obbligo di scegliere come libertà di scelta e la punizione per la mancata scelta ha le sembianze di un “passo falso”. Secondo Bauman lo “sciame” tende a sostituire il gruppo con i suoi leader e questo si raduna o si disperde a seconda delle occasioni, spinto da cause effimere ed obiettivi mutevoli. All’interno dello sciame si ha l’idea che la direzione sia giusta perché è quella seguita dalla maggioranza delle persone (mica tutti potranno essere stati ingannati ??!!). Lo sciame favorisce il consumo perché il consumo è un’attività solitaria. Bauman conclude il concetto dicendo che la società dei consumi è guidata “dalla non-soddisfazione dei desideri e la fede nell’infinita perfettibilita’ delle merci” . In alternativa, un metodo più subdolo è quello di soddisfare così completamente ogni desiderio da diventare una dipendenza insostituibile. Ne è un esempio il bisogno di fare shopping per trovare sollievo contro l’angoscia. Ogni promessa deve essere falsa o quantomeno esagerata, altrimenti il desiderio rischia di affievolirsi. Quindi, oltre ad essere un’economia basata sull’eccesso e sullo spreco, è anche fondata sull’inganno. Questi effetti collaterali probabilmente ci costeranno molto cari in un futuro prossimo in termini di inquinamento, vivibilità del pianeta e di giustizia sociale ; il sistema però non li riconosce come tali, bensì come segni di buona salute, ricchezza e come una promessa per l’avvenire. Così, il miglioramento del tenore di vita di cui credono di beneficiare gli abitanti dei paesi del Nord del mondo e a cui aspirano quelli dei paesi in via di sviluppo, si rivela sempre più un’illusione.

Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza Editore, Bari, 2002. Z.Bauman, Homo consumens, Edizioni Erickson, Gardolo, 2007.

La forza del singolo

Generalmente la schiera dei preoccupati per il futuro del Pianeta si divide in due gruppi : chi sostiene la tesi che ognuno debba impegnarsi con i piccoli gesti quotidiani e chi, invece, pensa sia tutto inutile senza norme vincolanti. Personalmente ritengo valide entrambe le posizioni, anzi strettamente legate tra loro. È ovvio che in assenza di regole ci sia chi continuerà a tenere comportamenti dannosi per l’ambiente, ma serve la volontà di recepire i cambiamenti. Negli anni ’90 , dopo una serata in discoteca, i vestiti mi puzzavano come una ciminiera. Sembrava impossibile impedire di fumare nei locali chiusi e il pensiero comune era “figuriamoci se una legge potrà cambiare le cose in Italia”. In realtà è avvenuto l’esatto contrario e il senso civico ha prevalso. La classe politica altro non è che lo specchio della società. Se “un politico guarda alle prossime elezioni, mentre lo statista alle generazioni future” , la sensazione è che siamo circondati da politici . Nonostante il ricambio generazionale ed i proclami, continuano ad agire (tutti) per le successive elezioni senza avere programmi a lungo termine. In fondo tutti ci lamentiamo, ma pensiamo sia molto scaltro chi ottiene vantaggi personali dalla posizione occupata. Dunque, è difficile credere che i nostri rappresentanti non temano di perdere voti adottando provvedimenti impopolari (anche se giusti). Nessuno vuole rinunciare a privilegi acquisiti o “pagare di tasca propria” e chi è costretto a farlo voterà per lo schieramento all’opposizione. Nella logica dell’alternanza (perno della democrazia) è raro che una coalizione resti in carica per un lasso di tempo sufficientemente lungo (in Italia, di solito, non si arriva nemmeno al termine naturale della legislatura). E tutto rientra nella lotta politica. Non esistono temi trasversali come ambiente, salute, istruzione su cui si possa trovare un largo consenso e diventa impossibile programmare. In teoria sarebbe più semplice apportare grandi cambiamenti in una dittatura. Ma a quale prezzo ? La storia insegna che non esistono leader “illuminati”. Quindi, non c’è nessuna possibilità di modificare le cose ? Io sono convinto del contrario. Basterebbe far comprendere che il vantaggio per la comunità alla lunga è auspicabile per tutti , anche se qualcuno ci dovrà rimettere (come nel caso del fumo nei locali). A lanciare simili messaggi ci sono individui che non hanno maschere, mantelli o identità segrete, ma sono comunque degli eroi. Uno di questi è Afroz Shah. Per me era un completo sconosciuto , poi mi sono imbattuto in alcuni video che lo riguardano su YouTube . Shah è un avvocato di Mumbai (India) , ma da sempre innamorato della natura e del mare in particolare. Nel 2015 ha acquistato una casa sulla spiaggia di Versova , anche se sarebbe più corretto definirla “discarica” considerato che era invasa da oltre 5.000 tonnellate di rifiuti su 2,5 Km. Vista l’impossibilità di avere ascolto da parte delle autorità locali, ha iniziato a ripulire la spiaggia da solo. Ha continuato così per settimane andando a bussare ad ogni porta. La sua dedizione ha convinto altre persone ad aiutarlo e i pochi volenterosi sono diventati decine e poi centinaia. Nel 2016 anche l’Onu si è accorto di Shah assegnandogli il titolo “Champions of the Earth” per il suo straordinario impegno. A quel punto anche la politica locale non ha più potuto ignorarlo ed ha messo a disposizione i mezzi per completare l’impresa. Il miracolo (è così che è stato giustamente definito) si è compiuto 127 settimane più tardi (nel 2018) quando, con la spiaggia completamente ripulita, sono ricomparse le tartarughe !! Dopo circa vent’anni un’ottantina di esemplari hanno camminato sulla sabbia per giungere al mare sotto gli occhi lucidi di coloro che lo hanno reso possibile. Shah ha dichiarato di ispirarsi alle parole di Ghandi “sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo” e non c’è dubbio che abbia davvero cambiato (in meglio) la sua città. Ma adesso non vuole fermarsi ed ha deciso di lanciare altri movimenti di pulizia in India, ad esempio nelle foreste di mangrovie. È così che si comportano gli eroi, anche se non sono .. “super” (guarda).

Mission (im)possible : cambiare .. (seconda parte)

Nel precedente articolo ho parlato di Lautoche come principale esponente della decrescita, ma non è l’unico. Il movimento si sta espandendo (anche se la parola è sempre considerata “sacrilega” dai più) e in Italia Maurizio Pallante ne è stato il fondatore nel 2007. Comunque, ancora prima che gli venisse attribuito un nome, il concetto apparteneva già alla coscienza umana. Nel lontano 1968, Bob Kennedy (non un eversivo o un comunista) pronunciava un famoso discorso nel quale sosteneva come il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” (guarda) . Non mi sorprende che sia stato assassinato pochi mesi dopo .. Quando pesco dai miei ricordi più felici, non trovo mai il possesso di beni e oggetti . Possono dare soddisfazione sul momento, poi rientrano nella quotidianità fino al successivo acquisto. La crescita infinita è soltanto un mito. Anche un bambino di 5 anni si rende conto che non può continuare a mettere nuovi giocattoli nel suo baule. E il nostro pianeta, sfortunatamente per noi, è “limitato” come quel contenitore (e quasi saturo). Le imprese per generare profitti sostengono costi economici, ma i costi ecologici che ne derivano restano a carico della comunità. Anche a quest’ultimi dovrebbe essere assegnato un “prezzo”. È emblematico il caso dell’ Ilva a Taranto dove le persone sembrano dover scegliere tra lavoro o salute e nella nostra società viene privilegiato il primo ! Ma in un sistema economico sostenibile, nel quale si produrrà meno, non necessariamente ci dovranno essere meno servizi , meno benessere o meno lavoro. Abbandonando le logiche “usa e getta” si potranno creare e riscoprire figure professionali. Ad esempio nell’edilizia, uno dei settori più in crisi, in alternativa alla cementificazione dei terreni si potrebbe contrapporre la ristrutturazione dei vecchi edifici, rigenerando il tessuto urbano nel rispetto del paesaggio. O, tornando a riparare i nostri oggetti (soprattutto in ambito tecnologico), ci saranno nuove prospettive di lavoro. Il centro del progetto dovrà essere la circolarità (come avviene in Natura). Anche i trasporti pubblici dovranno essere potenziati a discapito dei veicoli privati. Dovrà calare il flusso delle merci che percorrono grandi distanze, favorendo i prodotti locali. Infine, dovranno diminuire i voli superflui, a partire da quelli turistici. Non possiamo chiedere all’economia di misurare la nostra felicità, ma dobbiamo fare in modo che sia più equa. In fondo dovrebbe essere un mezzo al nostro servizio e non il contrario. Probabilmente in molti classificheranno queste riflessioni come utopie o favole. “Il mondo è questo e non si può cambiare”. Anche io ritengo sia difficile, al limite dell’impossibile. Tuttavia, se potessi viaggiare indietro nel tempo di qualche secolo e parlassi in pubblico di eguaglianza delle persone, di parità tra i sessi, di unioni civili o di diritti dei lavoratori : cosa mi accadrebbe ? Nel migliore dei casi sarei considerato un pazzo, nel peggiore .. un criminale. Oggi sono concetti largamente diffusi. Allora perché non posso immaginare (o sognare come disse M.L King) qualcosa di diverso ? Magari non avrò il tempo per vedere simili cambiamenti, ma adesso siamo a bordo di un veicolo lanciato a 300 Km/h verso un muro. Non è possibile frenare di colpo né auspicabile (sarebbe come lo schianto stesso) , ma è necessario rallentare. Subito.

“Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché .. Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.” R.F Kennedy, citando G.B Shaw

Mission (im)possible : cambiare .. (prima parte)

Una decina di anni fa, leggendo un articolo, ho sentito nominare per la prima volta Serge Latouche e con lui la parola decrescita. Si tratta di una corrente di pensiero economica e filosofica che si contrappone allo sviluppo capitalistico. Fin dall’inizio mi ha subito incuriosito ed ho letto diversi libri dell’economista francese (Latouche, appunto) . Tutti diamo per scontato il nostro modello economico e gli indicatori che lo definiscono. Ad oggi qualsiasi persona, perfino la meno informata, si sente più serena quando le previsioni sul PIL sono positive, la Borsa sale e lo spread scende. Anche senza conoscerne le dinamiche sappiamo che sono dati positivi per la comunità. Se aumenta la ricchezza in circolazione nel Paese tutti ne beneficeranno. E se non fosse così ? Questa è la domanda che sorge spontanea leggendo e la decrescita rappresenta una risposta alternativa. È bene subito specificare che non si tratta di una “crescita negativa”. Quest’ultima, anche secondo l’autore, è il peggiore dei mali per una società come la nostra basata interamente sulla crescita economica. Diminuire i consumi significherebbe far chiudere le fabbriche, le attività e portare ad un aumento della disoccupazione e della povertà con le conseguenze nefaste di cui sono pieni i notiziari. Ma la decrescita è tutt’altro. Non a caso è accompagnata dall’aggettivo “felice” su cui diversi politici ironizzano, a mio avviso, con molta superficialità. Non si tratta soltanto di economia, ma di riconsiderare il nostro modo di vivere. Stiamo parlando di un cambiamento culturale in cui si utilizzino altri criteri per misurare il benessere delle persone. Ad esempio la qualità dell’aria che respiriamo, la quantità di aree verdi nelle nostre città o il maggior tempo libero da passare con i propri affetti rispetto a quello nei posti di lavoro. Senza considerare la criminalità, spesso portata dall’incremento del numero degli “esclusi”. Il tutto in un modello dove la collaborazione prevalga sulla competizione e si favorisca la solidarietà tra le persone. Questo non determinerebbe il tornare all’età della pietra, ma semplicemente il passaggio da consumatori ad acquirenti. Significa comprare soltanto quello di cui abbiamo necessità, evitando l’obsolescenza programmata dalle aziende per immettere sempre nuovi prodotti sul mercato. Ma anche vivere in case riscaldate in modo più efficiente (con un miglior isolamento termico) o essere meno dipendenti dalle autovetture private negli spostamenti . Latouche ritiene che il livello di produzione a cui dovremmo ritornare è all’incirca quello degli anni ’60 e la strategia per raggiungerlo si basa sulle “8R” ( Rivalutare ; Riconcettualizzare ; Ristrutturare ; Ridistribuire ; Rilocalizzare ; Ridurre ; Riusare ; Riciclare ). Nei suoi testi si addentra anche nello specifico su come operare la transizione convertendo alcune delle attuali industrie (ad esempio quella automobilistica) senza creare traumi sociali. È semplice intuire quanto lo spreco quotidiano di cibo, il consumo di carburante nelle code autostradali o l’uso smodato di farmaci non vadano ad aumentare il nostro benessere pur muovendo l’economia. Un caso che mi è piaciuto molto è quello dell’incidente in auto. Quando avviene concorre all’aumento del PIL , ma nessuno (tranne il carrozziere ..) ne risulta più felice. La vignetta in alto è spiritosa , però diverse persone cominciano ad affacciarsi allo sportello di destra, quantomeno per avere delle delucidazioni.

“Madre Natura è sufficientemente generosa per provvedere al bisogno di tutti, ma non all’avidità di pochi” Mahatma Gandhi

Più informati o più ignoranti ?

Da questa estate mia figlia si è appassionata ai fumetti di “Topolino”. Le storie sono divertenti e si possono imparare molte cose. A volte, però, ci sono citazioni, modi di dire e vocaboli più adatti ad un preadolescente piuttosto che ad una bambina delle elementari. Perciò mi metto sempre accanto a lei durante la lettura e la aiuto in caso di dubbi. Un pomeriggio, mentre mi stavo godendo un’avventura paperopolese sdraiato sul divano, Paperino ha sbottato dicendo di non voler fare una “giaculatoria”. Una già .. cosa ?! Sonia mi ha riletto il termine sillabando . Al che mi sono alzato facendo il vago , ho preso il cellulare e digitato su Google . La prima parola venuta fuori dall’anteprima è stata “preghiera” e gliel’ho detta subito. Lei mi ha guardato un po’ sospettosa , poi mi ha chiesto : “l’hai vista sul telefono ?” . Davanti all’evidenza (con un po’ d’imbarazzo) non ho negato e lei , soddisfatta, ha ripreso a leggere. Io, invece, non ho potuto non farmi delle domande. Penserà che in quell’oggetto si possono trovare tutte le risposte ? Che è inutile affannarsi ad imparare quando basta un touch ? O sono solo mie congetture e lo considera semplicemente uno strumento conosciuto fin dalla nascita ? Mi è capitato di leggere che chiunque possieda uno smartphone ha a disposizione più informazioni di quante ne potesse avere un Presidente degli Stati Uniti negli anni ’80. Sul momento mi è sembrata una provocazione, ma, riflettendoci meglio , l’affermazione non mi è parsa così assurda . Escludendo i documenti top secret , a cui solo un capo di stato può accedere, il numero delle notizie in rete tende all’infinito ed è in continuo aumento. Questo ci ha resi più informati ed acculturati ? Guardandosi intorno la risposta non sembra affermativa. Prendendo ad esempio la mia famiglia mi rendo conto di quanto sia naturale , al minimo dubbio, usare il “telefonino” per fugarlo. La quantità però, va a discapito della qualità . Siamo sommersi di input e spesso trovare notizie interessanti equivale a cercare oggetti utili in una discarica. Inoltre, in questo oceano digitale, ormai pullulano le cosiddette “fake news” che rendono molto complesso distinguere le notizie false da quelle vere e verificate. Sono cresciuto sentendomi ripetere che “l’ha detto la TV” (ipse dixit, come sostenevano i seguaci di Pitagora) . Non vorrei diventare quello che dice : “l’ ha scritto Internet” . Con così tanti stimoli ed un cervello limitato per accoglierli tutti, spesso ci accontentiamo della “superficie” senza andare in profondità. In questo modo non impariamo veramente e nel giro di poco tempo dimentichiamo tutto. A me è capitato di cercare lo stesso argomento più volte perché continuavo a scordarlo. Soltanto dopo aver approfondito sono stato in grado di memorizzarne i contenuti. Significa che meccanicamente ho utilizzato la tecnologia sostituendola alle capacità cerebrali. Questa via è più veloce, meno faticosa e per un pigro (come me) spesso diventa molto attraente. Se penso alle ricerche fatte per la scuola , mi ricordo il tempo ed il lavoro che occorrevano cercando sulle enciclopedie o andando in biblioteca. Adesso si potrebbero realizzare con dei semplici “copia-incolla”. Senza andare sul nostalgico (tipico dell’età) , sono convinto che non esistano mezzi buoni o cattivi, ma è sempre l’uso (o l’abuso) che se ne fa ad esserlo. Internet e la tecnologia sono strumenti potenti e se usati correttamente utilissimi. Potenzialmente potremmo essere le generazioni meglio informate di sempre e quindi le più consapevoli. Dalle minacce al nostro pianeta alle problematiche che affliggono le popolazioni in ogni angolo del globo. Basterebbe non accontentarsi di ciò che ci viene rifilato quotidianamente. Magari evitando di ascoltare le solite fonti, leggere esclusivamente i titoli degli articoli o gli slogan che spopolano sui Social network a mo’ di catena di Sant’Antonio. Semplicemente scavando più a fondo. È più facile far passare qualunque messaggio se dilaga l’ignoranza e al giorno d’oggi non può trattarsi di una condizione accettabile, ma di una colpa .

Amazzonia, gioie e dolori

(Di Gabriele Franchini)

Riparto dal primo articolo scritto da me (Povero ed affollato pianeta Terra) per fare qualche riflessione ulteriore sul problema di quella che io ormai chiamo una vera e propria  distruzione della foresta amazzonica. Mi rendo conto che qua da noi, a 10.000 km di distanza, può sembrare un tema non dominante né urgente, ma invece lo è. Il motivo è molto semplice : l’Amazzonia è il polmone del nostro pianeta e la sua scomparsa, oltre che portare alla progressiva estinzione di specie animali, piante e di comunità indigene (già di per sé è riprovevole che si proceda ancora con  la distruzione di quello che la natura ha fatto in milioni di anni), porterà ad un  collasso ambientale globale. E’ vero, il tutto non avverrà nei prossimi 5 anni, ma in un trend di qualche decennio. La strada è comunque ormai segnata. Vi spiego perchè ed invito ognuno di noi a fare un salto di qualità nell’attenzione ai problemi ambientali. L’Amazzonia è grande all’incirca quanto l’Europa (esclusa la Russia) , intorno ai 5 milioni di chilometri quadrati. Ad oggi un quarto , 1, 2 milioni di km2, è stato letteralmente raso al suolo e convertito in pascoli (il Brasile conta circa 210 milioni di abitanti e , con 220 milioni di bovini, è il più grosso fornitore di carne mondiale) o usato per l’agricoltura estensiva (in primis enormi distese di soia). Pensate quindi che, nel silenzio generale, mentre noi pensavamo all’inflazione , alla crescita del PIL o al campionato di calcio, negli ultimi trent’anni un area grande 4 volte l’Italia è stata convertita da foresta tropicale ad aridi pascoli solcati da mucche ed infiniti campi di soia trattati a pesticidi sparsi con aerei. Nella parte più meridionale, lo stato di Rondonia ed il Mato Grosso, grandi ognuno due volte l’Italia, se visti dal satellite sono ormai distese di campi, mentre la foresta è rimasta solo come piccoli pezzettini di un grande puzzle di distruzione. Ovviamente il tutto con enorme orgoglio del mondo economico (vedasi i siti internet del governo brasiliano) per la crescita del Pil ed i ruoli di primo esportatore mondiale di soia e carne. Tutto questo con l’Europa che rafforza i trattati di libero scambio, la Cina che investe in Amazzonia per aumentare la dotazioni di porti, ferrovie ed autostrade e le multinazionali pronte ad accaparrarsi nuove aree da sfruttare. Cosa succederà agli altri 3/4 di Amazzonia non ancora cancellati ?? Anche la parte più centrale e quella settentrionale, pur non distrutte mortalmente, sono sempre maggiormente  attraversate da nuove strade a cui sta seguendo un disboscamento a “lisca di pesce”,  dove la foresta “inizia a perdere colpi” (ben si vede guardando dal satellite lo stato del Parà, uno dei più grossi del Brasile). Lungo le nuove autostrade si stanno distruggendo porzioni enormi di foresta intatta. Intersecando i dati con le cartografie delle aree protette , si può notare come si stia disboscando anche nei parchi naturali. Insomma, in Amazzonia vige la legge del più forte, del business spinto e dello sfruttamento a danno di tutti e tutto (ed a vantaggio di pochi). Concludo con un ulteriore allarme. Anche nel cuore più interno, che comprende lo stato brasiliano dell’ Amazonas (dove la foresta è più preservata, in un area grande due volte l’Italia) si stanno costruendo nuove autostrade, in particolare il prolungamento della famosa Rodovia Transamazzonica . L’autostrada taglierà il cuore della foresta per connettersi con le città amazzoniche del Perù, dando il via a ulteriori step di disboscamento selvaggio. A proposito di questo, nei piani economici  del Brasile c’è il raddoppio della produzione di soia da qui a 10 anni. Ciò vuol dire che abbiamo un sistema politico/finanziario ormai impostato al mero risultato economico e per il quale l’Amazzonia è solo “carne da macello”. Pur apprezzando Greta (Thunberg) ed i movimenti ambientalisti, ci vuole un salto di qualità. È bene criticare l’uso eccessivo di sacchetti in  plastica, delle automobili, le troppe emissioni di CO2, o risparmiare sulla luce di casa, ma in realtà il cuore forte dell’ecologismo è prima di tutto nella salvaguardia dei polmoni del pianeta. Faccio un appello per concentrare gli sforzi contro la deforestazione dilagante attraverso forti pressioni (in primis economiche e politiche) per provare a raggiungere qualche risultato. Solo se capiamo che più Pil di Brasile, India e Cina (ma ovviamente anche Europa e Usa) equivale a più distruzione di foreste ed estinzioni di animali , possiamo realmente capire i motori geopolitici del nostro pianeta e la fine che ci attenderà. Ognuno di noi dovrebbe attivarsi in questo senso : piantando un albero in più, firmando appelli ai governanti, informandosi sulla distruzione delle foreste,  sostenendo chi lotta contro tale “progresso” e riducendo i propri consumi. In una parola, soffrendo come soffro io a pensare che probabilmente anche oggi sono stati distrutti ettari di foreste e forse anche un’altra specie di essere vivente si è estinta per sempre.

Cronaca dalla piazza

Pisa, 27/09/2019

Lo scorso venerdì mattina sono uscito di casa un po’ preoccupato. La sera precedente avevo deciso di andare alla manifestazione del fridays for future a Pisa (e non Lucca) in quanto città universitaria, pensando fosse più partecipata. Nonostante questo avevo il timore potesse rivelarsi un flop. Per fortuna , arrivato in piazza Guerrazzi alle 9 in punto i miei dubbi sono stati fugati. C’erano già moltissime persone e minuto dopo minuto l’affluenza ha continuato ad aumentare. Le presenze erano variegate. Naturalmente la componente principale era rappresentata dagli studenti, ma non mancavano individui di tutte le età e diversi genitori con bambini appresso. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere alcuni professori accompagnare i propri alunni (cosa che ho dedotto dalle conversazioni). Fin da subito ho percepito un entusiasmo palpabile dal quale anche io, che non mi definirei un ottimista, sono stato coinvolto. Avranno contribuito il sentirsi nuovamente un universitario per un giorno o , col mio block notes e il telefono per scattare foto , un inviato freelance , ma ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto. Ovviamente, specie tra i ragazzi più giovani, ci saranno stati alcuni con il solo obiettivo di saltare la scuola. Non sono un ingenuo, una percentuale di “perditempo” è fisiologica . Resta incoraggiante, però, che dopo anni di silenzio finalmente qualcosa si stia muovendo e simili iniziative ne sono la prova. Ogni evento può essere analizzato da diverse prospettive ed esaltato o criticato allo stesso tempo. A chi sostiene che i giovani dovrebbero soltanto studiare e , se così preoccupati dal riscaldamento globale magari diventare climatologi, risponderei che di certo gli scienziati non mancano, ma restano spesso inascoltati. Non è incoraggiante la prospettiva di lavorare come ricercatori, a volte precari, nelle Università per 1000 euro al mese e con la frustrante eventualità di essere smentiti da qualche politico che ad una Facoltà si è iscritto soltanto per avere lo sconto nei cinema. Probabilmente è più soddisfacente aprire una gelateria. E anche più redditizio se le temperature continueranno a salire e gli inverni saranno più corti .. . Tornando alla giornata, tutto si è svolto nella massima civiltà (per il dispiacere di alcuni detrattori) ed il corteo si è spostato per le vie della città in perfetto ordine. Sono stati lanciati vari slogan (mai violenti) ed esposti centinaia di striscioni e cartelli colorati di ogni dimensione . Questi hanno puntato su diversi aspetti : la lotta allo spreco; la salvaguardia degli ecosistemi; le responsabilità della politica; i diritti umani e molti altri temi. Alcuni erano piuttosto spiritosi. Dalle 50 sfumature di verde, al fumetto del dinosauro che dice, anche io pensavo di avere più tempo. Tutti, però, con un denominatore comune : il futuro. Un particolare che mi ha colpito è stato il numero dei manifesti scritti in inglese. A testimonianza di quanto i ragazzi si sentano cosmopoliti . Questa è la generazione nata con Internet. Alla faccia dei Trump o Bolsonaro che all’ ONU hanno parlato di confini e patriottismo. Come ha detto Greta (Thunberg) , le hanno rubato i sogni, ma non sono ancora riusciti a spegnere la speranza. A proposito di questo, il corteo ha avuto il suo punto di arrivo in piazza dei Cavalieri davanti alla “scuola normale” . Qui, prima del comizio finale, hanno preso la parola i bambini leggendo i loro messaggi per un mondo migliore. Alla fine nemmeno la pioggia improvvisa è riuscita a rovinare l’atmosfera. Anzi, l’ho vista come un segno. Prima di uscire di casa, con la mia consueta prudenza, avevo visitato 2 siti meteo per decidere se portarmi un ombrello. Non avendo avuto riscontri di precipitazioni, ho optato per lasciar perdere. Dopo 3 ore ero bagnato fradicio. Come se il tempo avesse voluto sottolineare che , nonostante i nostri potenti mezzi, non potrà mai essere controllato né previsto con certezza.