Paure di massa

A quindici anni, escludendo i libri imposti dagli insegnanti, le mie letture si limitavano ai fumetti e qualche articolo di cronaca sportiva. Quando decisi di leggere “L’ombra dello scorpione” di S.King , più per far colpo su una ragazzina appassionata dello scrittore del Maine che per un mio desiderio, non ero molto ottimista sul raggiungimento dell’obiettivo. La versione economica acquistata era un “mattone” di oltre 1000 pagine scritte in caratteri piccoli. Il libro racconta di un virus letale creato in laboratorio, con un indice di contagio pari al 99% e sfuggito al controllo. Ricorda qualcosa (?). La storia mi prese fin dalle prime pagine e contro ogni previsione la terminai in un paio di settimane. Presi lo stesso un “2 di picche”, ma almeno fui contagiato .. dal piacere di leggere. Pur essendo un opera fantasy ho sempre considerato plausibile l’incipit. Senza nominarlo, per fortuna il “cv” non è nemmeno lontanamente paragonabile all’ influenza immaginata da King. Giuro, volevo evitare di parlarne, però è difficile non farlo. Non si tratta della prima epidemia di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni, ne della più pericolosa, ma per certi aspetti ha creato una situazione senza precedenti. All’inizio, con i primi casi in Cina, il virus è stato oggetto di conversazioni soft con il proliferare di teorie, dalle più realistiche alle più fantasiose. Ho sentito parlare di prove generali per “risolvere” il problema della sovrappopolazione mondiale, di attacco mirato degli Stati Uniti per fermare l’ascesa economica cinese o di una strategia pianificata dalle aziende farmaceutiche (un classico) per immettere sul mercato il vaccino e guadagnare miliardi di dollari. Adesso che il contagio è sbarcato nel nostro paese è diventato l’argomento principe, dai media alle persone in strada. I dati (a differenza delle opinioni) sono concordi nello stabilire un pericolo “basso”. I decessi sono intorno al 3% dei contagiati e gli individui a rischio sono persone non giovanissime e con patologie pregresse. Non significa che le loro vite valgano meno, tuttavia anche le “normali” influenze causano ogni anno migliaia di morti tra questi soggetti. La differenza sta nella maggiore infettività. Potenzialmente il virus potrebbe colpire una quantità tale della popolazione da paralizzare il sistema sanitario nazionale. È evidente come la situazione non debba essere sottovalutata e vadano applicate delle misure di prevenzione. Resto un po’ più scettico sulla quantità di questi provvedimenti. Non ho paura di contrarre la malattia; sono più inquietato da alcune reazioni dei cittadini. Le farmacie prese d’assalto per acquistare mascherine e fare scorte di disinfettanti (immagino cosa accadrebbe se venisse messo in vendita un vaccino) , i supermercati svuotati come se ci preparassimo ad affrontare una guerra ed una psicosi dilagante. Anche alcuni provvedimenti del Governo sembrano più la risposta politica al bisogno di interventismo delle masse, rispetto ad una reale necessità. I tempi dell’attenzione umana sono brevi e anche le soluzioni devono essere veloci . Inoltre, i sacrifici sono tollerati soltanto se momentanei. Il rapporto del Global Climate Risk Index sostiene come siano riconducibili ai cambiamenti climatici la morte di quasi 500.000 persone negli ultimi venti anni e ingenti danni economici. Numeri destinati a crescere in modo progressivo nei prossimi decenni. Un simile lasso di tempo non attira la stessa attenzione e le contromisure della politica (quando vengono attuate) non sono altrettanto rapide e commisurate al rischio. In questo caso si dovrebbe parlare di modifiche perenni allo stile di vita delle persone. Solo in Italia l’inquinamento dell’aria causa circa 80.000 decessi all’anno. Anche in questo caso nessuno si sogna di fermare i veicoli, spegnere le caldaie o chiudere le fabbriche. Comprendo la preoccupazione per il virus, non il panico. La paura genera paura, autoalimentandosi in un circolo vizioso. Se la situazione dovesse precipitare (per una qualsiasi causa), cosa potrebbe giustificare la paura stessa ? Svuotare i supermercati senza passare dalla cassa o magari calpestare i propri simili caduti a terra nella foga ? Forse è meglio non pensarci. Intanto, mentre (non) ci pensiamo, in Antartide i ghiacci continuano a sciogliersi .. (leggi qui).

L’amore salverà il mondo ?

Il giorno di S.Valentino sono uscito per fare una passeggiata in una (a)normale tiepida mattinata . La settimana precedente era stata quella delle temperature record registrate in Antartide. Si sono toccate punte oltre i 20 gradi C. ! Roba da jeans e maglietta . L’anomalia stagionale ha riguardato anche il nostro paese. Da dicembre ad oggi saranno state un paio le settimane in cui ci siamo avvicinati allo zero. Non possiamo dire di essere in inverno, se non consultando il calendario. Ascoltando i commenti in proposito ho notato una certa soddisfazione, del tipo “che belle giornate”, “perfetto per stare all’aperto”, “non serve nemmeno la giacca” (..). Peccato questo “benessere”‘ momentaneo porti ad altre conseguenze : dallo scioglimento di tonnellate di ghiaccio, a tutte le reazioni a catena ormai ben note. Alcune terre saranno sommerse dall’innalzamento dei mari e molte persone costrette ad abbandonare le proprie case. Le tempeste si abbatteranno con più frequenza e maggiore forza e le correnti oceaniche (che influenzano il clima) potrebbero essere modificate. Insomma, nulla di cui rallegrarsi . Sembra non riesca più a regolare le stagioni nemmeno il nostro Mediterraneo, con le conseguenze già riscontrate in Australia : le quattro stagioni ridotte ad un lungo autunno ed una lunga estate. Pensando a queste cose, mentre camminavo sul percorso del parco fluviale del Serchio, mi è tornato alla mente un (brutto) episodio al quale ho assistito qualche anno prima in quello stesso posto. Quel giorno ero con mia moglie e all’improvviso la nostra attenzione fu attirata da alcune grida provenienti dall’argine opposto. Impiegammo qualche secondo a capire cosa stesse accadendo, poi la situazione fu chiara. Un cane, forse attratto da un oggetto trascinato dalla corrente del fiume, si era tuffato dentro. Nelle settimane precedenti aveva piovuto copiosamente ed il livello dell’acqua era molto alto. Inoltre, in quel punto vi è un “salto” artificiale che ne accelera il corso. Le urla disperate erano del padrone che chiamava l’animale, ma questo, pur lottando contro la corrente, non riusciva a riguadagnare la riva. Il ragazzo per prima cosa provò ad allungare un bastone, ma una volta constatato che il cane non riusciva ad afferrarlo, entrò coraggiosamente in acqua. Noi guardavamo quella macabra scena impotenti, divisi dagli sfortunati protagonisti da migliaia di litri d’acqua. Faticosamente il ragazzo si avvicinò al punto dove si era formato un mulinello e il cane si inabissava e riemergeva di continuo. L’evolversi degli eventi sembrò interminabile, in realtà non passarono più di dieci minuti. Nel frattempo dalla nostra parte i passanti si fermavano, prima incuriositi, poi, capendo la situazione, emotivamente coinvolti. Si formò un piccolo drappello di sconosciuti con un obiettivo comune : la speranza che un altro sconosciuto salvasse il proprio cane. A mente fredda qualcuno potrebbe obiettare su quanto fosse sciocco rischiare la propria vita per un animale. Ma io non lo pensavo e non credo lo facesse nessuno. Non mi considero un “cuor di leone”, tuttavia sono certo che non avrei esitato in una simile circostanza. Un animale domestico diventa un membro della famiglia e l’amore non è un’ esclusiva tra un uomo ed una donna. Alla fine il ragazzo arrivò vicino al suo amico, ma non riusciva a tirarlo fuori. Era un cane di grossa taglia e, probabilmente in preda al panico, doveva essere pesantissimo. Quando finalmente lo prese in braccio e lo sdraiò sulla riva, era ormai un “oggetto” immobile. Evidentemente l’animale era morto. Dopo qualche secondo di silenzio gli spettatori casuali si dispersero, ognuno tornando alle proprie vite. Per quanto mi riguarda me ne andai con il groppo in gola ed un senso di nausea. È facile commuoversi per una situazione del genere, fa parte delle nostre caratteristiche “umane”. Altrettanto semplice è dimenticare tutto. Sarebbe bello ritrovare quell’umanità e quella solidarietà per affrontare i problemi del pianeta. Avere a cuore il destino di tutte le sue creature e non interessarsi soltanto al proprio “recinto”. A differenza di quell’episodio, però, non dobbiamo considerarci spettatori impotenti, ma protagonisti del nostro futuro. Ognuno può portare un mattoncino per costruire il ponte di cui abbiamo bisogno per arrivare sull’altra sponda e più siamo, più in fretta ci riusciremo. Forse è solo una fantasia, o forse non lo è affatto …

Se pochi ragazzi riescono a finire in prima pagina in tutto il mondo semplicemente non andando a scuola per qualche settimana, immaginate cosa potremmo fare insieme se volessimo. Ogni singolo individuo conta.” G. Thunberg

Volere volare

Fin dall’antichità uno dei sogni degli esseri umani è stato quello di poter volare, come testimonia il mito di Dedalo e Icaro. Leonardo da Vinci aveva già teorizzato questa possibilità nel 1500 con i suoi progetti di macchine volanti. Lui non poté mettere in pratica le proprie idee per mancanza di risorse e materiali adeguati, ma non so se, con tutto il suo genio, avesse immaginato il futuro dei nostri giorni. Ogni anno nel mondo decollano circa 15 milioni di aerei i quali trasportano 1,2 miliardi di passeggeri. Ogni 2 secondi un aereo prende il volo. In questo conteggio sono presi in considerazione solo quelli ad uso civile, dai più piccoli fino ai giganteschi Boeing. Ci sono “bestioni” che arrivano a pesare oltre 400 tonnellate e volano in quota fino a 15000 metri. Naturalmente questo traffico non è benefico per il pianeta. Senza scomodare le “mitiche” scie chimiche tanto care ai complottisti, volare produce in media 285 grammi di CO2 per ogni passeggero al Km. Facendo un paragone, un auto ne emette circa 42 grammi (leggi qui). Per fortuna non tutte le famiglie possiedono un proprio mezzo volante privato, ma il traffico aereo è in forte ascesa. Queste sono le ragioni che hanno favorito la nascita del movimento “no fly” 9in Svezia, portato alla ribalta dalla giovane attivista Greta Thunberg. Fortemente simbolico è stato il suo viaggio dello scorso agosto in barca a vela, partendo dalla Gran Bretagna alla volta di New York per poter partecipare al vertice sul clima ed al Cop25. La traversata è durata 15 giorni ed ha dato grande risalto al movimento. Si tratta di una lotta ancora di nicchia, ma da un report realizzato dal WWF in Svezia, uno svedese su quattro nel 2019 ha scelto di non volare. Questa nuova corrente inizia a fare proseliti in diversi paesi europei e non comprende soltanto giovani, ma anche businessman che preferiscono gli spostamenti in treno anche se meno rapidi. Perfino molti europarlamentari cominciano a modificare le proprie abitudini rendendole pubbliche sui social. Potrebbe essere una mossa per far tendenza (e prendere voti) , ma chi se ne importa .. sempre meglio di chi si vanta di non fare nulla. Come sempre non si tratta di estremizzare o di chiudere gli aeroporti domani mattina. La domanda giusta è : quanti voli giornalieri sono necessari e non sostituibili ? Esiste una parte di utenti che utilizzano questo mezzo di trasporto per motivi professionali e chi, invece, per fare vacanze. Nel primo caso la soluzione potrebbe essere l’alta velocità su rotaie (in ambito continentale), nel secondo, soprattutto per mete esotiche, cercare di dare un limite. A tutti piace viaggiare. È un bel modo per conoscere altre culture ed aprire la propria mente, sempre nel rispetto dei luoghi visitati. Personalmente ho fatto il conto delle volte in cui ho viaggiato con l’aereo ed il risultato è otto. Non sono moltissime, tuttavia è stato più il frutto delle circostanze (o delle poche disponibilità economiche) che di una coscienza ecologica. Almeno fino a qualche anno fa. Semplicemente non ci ho mai pensato. Le occasioni in cui ho volato sono tutte legate a ricordi molto belli della mia vita. In particolare, nel mio (unico) viaggio intercontinentale in Africa per la “luna di miele”. Venti giorni di vacanza in Namibia, per chi ama la natura, sono un paradiso. Tornato in Italia sarei ripartito la settimana successiva. In realtà partirei anche domani. Tuttavia, se mi fermo a riflettere su cosa sia più importante tra vedere di persona quei luoghi meravigliosi o cercare di preservarli, scelgo la seconda. Questo pensiero, se non si vuole rinunciare ad un bel viaggio, potrebbe essere uno stimolo ad adottare una serie di comportamenti quotidiani per compensare quel tipo di impatto ambientale. Non punto il dito su chi utilizza gli aerei, ma non condivido il loro abuso (come per qualsiasi altra cosa). Spesso le alternative ci sono. Una realtà che non concepisco sono i cosiddetti voli low cost. Viviamo in una società abituata a ragionare esclusivamente in termini economici, di conseguenza tutto ciò che ha effetti negativi sull’ambiente (e quindi un costo sociale) dovrebbe avere un prezzo proporzionale al danno arrecato. Non è possibile che un volo abbia un costo inferiore rispetto ad un viaggio in treno nella stessa località. Il sistema adottato dalle compagnie economiche ha prodotto un turismo aereo spropositato. Ci dovrebbe essere una “tassa” per ogni grammo di CO2 aggiuntiva e allo stesso tempo, incentivato l’uso dei trasporti a minor emissioni. Questo significherebbe lasciare la possibilità di volare solo alle persone più abbienti ? Di sicuro sarebbe un freno al turismo di massa. Per quanto concerne la questione “morale” sulla suddivisione della ricchezza o su quanto sia giusto fare qualcosa soltanto perché ce lo possiamo permettere, come dice la voce narrante concludendo il film de La storia infinita, “.. questa è un’altra storia ..” .

Segni di .. inciviltà

In un giorno come tanti altri sono uscito di casa per fare la mia solita corsetta, ma invece di rilassarmi è accaduto l’opposto . Mi capita spesso di tornare con una bottiglietta o un pacchetto di sigarette vuoto trovato a bordo strada. Una volta ho perfino riportato la custodia di un DVD (porno) “dimenticata” vicino ad una fontana. Era un atto di ribellione per difendere la propria privacy ? Per non dover rivelare i propri gusti cinematografici agli operatori ecologici della raccolta “porta a porta” ? Forse per questo, a volte, è più apprezzato l’anonimato del poggio erboso (??). In genere gli episodi di questo tipo sono isolati, soprattutto perché sono concentrato sul mio allenamento (o i miei pensieri) e non bado molto a ciò che mi circonda. Però, il giorno in questione ho visto la classica busta della spesa vicina ad un piccolo torrente e per evitare che ci finisse dentro l’ho agguantata al volo. Me la sono messa a mo’ di bracciale ed ho continuato il giro. Non abito nella Terra dei Fuochi, ma nella tranquilla periferia capannorese a Lucca. Nonostante ciò, stavo per avere una brutta sorpresa. In una stradina tra i campi con pochissime abitazioni (dove più tardi ho scattato la foto), ho visto le “solite” bottigliette. Avendo il sacchetto mi sono fermato con l’intenzione di fare pulizia. Ho lasciato la strada addentrandomi più all’interno nella vegetazione e lì si è aperto un mondo. C’era spazzatura di ogni genere: plastica, vetro, carte di imballi e decine di Kleenex usati (in vari modi). Persino un paio di mocassini ed una borsetta da donna. Insomma, una mini-discarica a cielo aperto. Ho iniziato a riempire il sacchetto scegliendo i materiali riciclabili e vista la mole di roba, ne ho cercato un altro. L’impresa è stata tutt’altro che complicata infatti, a pochi metri da lì, ne ho trovato uno già per metà riempito (che gentili .. ). Finito il “lavoro” mi sono avviato verso casa e cercando di non freddarmi del tutto, ho ripreso a corricchiare goffamente. Una volta arrivato alla strada più trafficata mi sono reso conto dello spettacolo grottesco che offrivo. Un tizio trotterellante in tenuta da runner con due borse colme di spazzatura penzolanti lungo i fianchi, come una bilancia in equilibrio. Mi mancava giusto un cartello attaccato al collo con su scritto “corriamo a salvare il pianeta” e avrei potuto rappresentare un carro allegorico di carnevale. Questa impressione l’ho dedotta dalle reazioni dei passanti. Quasi tutti quelli che ho incrociato mi hanno squadrato con lo sguardo, ma nessuno mi ha rivolto parola. Probabilmente la mia espressione non comunicava empatia. Ho anche incontrato una mia amica, la quale mi ha detto di essere stata costretta, pochi giorni prima, a chiamare il “Sistema Ambiente” per rimuovere delle batterie auto davanti a casa sua. Si tratta di un rifiuto pericoloso che deve essere portato ad un’ Isola Ecologica per il corretto smaltimento. La cosa non mi ha sorpreso più di tanto. Mi è capitato, lungo una strada collinare, di vedere giù da un pendio scosceso una lavatrice. Se penso alla fatica di caricarla su un auto per poi gettarla a braccia, non si può non definirlo un atto in mala fede. Un reato. È sufficiente portare l’elettrodomestico al negozio nel momento in cui se ne compra uno nuovo o, in alternativa, prendere un appuntamento telefonico con le aziende che gestiscono la raccolta dei rifiuti e posizionare i RAEE ingombranti (così si chiamano) a bordo strada. Poi queste procedono al ritiro. Alla fine il “bottino di guerra” recuperato lo si può vedere in foto sotto la mia amata campagna e descrivendo la scena, mi sale di nuovo l’irritazione. Possiamo continuare a dire come le colpe siano da ricercarsi nei porti (che non vengono chiusi), o nel governo dove “è tutto un magna magna”, oppure nell’Europa che pensa solo alla Germania. In realtà, fino a quando non comprenderemo che siamo noi i custodi del mondo, niente cambierà. Questo mi mette una grande tristezza .. 

Non si può essere profondamente sensibili in questo mondo senza essere molto spesso tristi .” E.Fromm

Donare responsabilmente

Negli ultimi giorni, navigando in rete fra i vari siti, è facile imbattersi nella massiccia campagna lanciata dal WWF per raccogliere i fondi destinati ai soccorsi necessari in Australia. L’evolversi della situazione mi ha profondamente colpito e ho sentito l’esigenza di contribuire in qualche modo. Non faccio benefecienza “regolare” , nel senso di una donazione periodica ad una qualche associazione a cui sono iscritto. Senza considerare le emergenze straordinarie (come questa) , per le quali vengono attivati servizi temporanei come gli SMS o conti correnti , di solito preferisco scegliere di volta in volta a chi destinare le offerte. Questo mi fa sentire più libero. Le priorità personali possono cambiare, inoltre avere un pagamento mensile o trimestrale mi fa pensare più ad una tassa col tempo dimenticata (ma questa è una mia idea). Comunque le richieste sono numerosissime e tutte degne di considerazione, ma a volte ci passano davanti senza che gli rivolgiamo la minima attenzione. Un po’ dipende dalla dalla sensibilità soggettiva ad un determinato problema, un po’ dalla nostra attitudine alla distrazione. È una capacità della mente umana quella di compartimentare. Possiamo passare dal leggere storie terribili (se non ci riguardano direttamente) , a notizie di calciomercato o di gossip nel giro di pochi minuti. È un meccanismo automatico che ci aiuta nel quotidiano. In effetti la scelta è molto ampia e non è facile stilare una classifica di chi abbia più bisogno o sia più meritevole di aiuto. In mezzo a tutto questo non mancano le truffe. Si sentono di continuo storie riguardanti soldi rubati sfruttando la buona fede delle persone. Anche il miraggio del guadagno facile rientra tra le aspirazioni umane. Ai tempi delle elementari i miei, lavorando fino alle 17, dopo la scuola mi lasciavano dai nonni. Loro abitavano nella classica corte di paese insieme ad altre famiglie con diversi bambini di età vicina alla mia. Il maggior contributo era fornito da una in particolare, un po’ sui generis. La madre , oltre ad allevare i figli (alla fine furono 6) non faceva molto altro e non usciva mai di casa. Il padre, soprannominato “lo sceriffo” per l’abitudine di portare un cappello in stile cowboy (non ne ho mai saputo il nome), non aveva un lavoro stabile e si arrangiava. Spesso si era occupato del caso anche il parroco , chiedendo aiuto alla comunità. Un giorno si presentò in corte uno sconosciuto e domandò a mia nonna se conoscesse la famiglia con un bimbo molto malato. Ne rimasi turbato, però, la sera stessa, mia madre mi tranquillizzò con un sorriso , dicendomi che avrei potuto continuare a giocare con tutti gli altri bambini. Adesso il ricordo fa sorridere anche me, ma suppongo che i donatori dell’epoca non fossero della stessa opinione. Nonostante tutto non la ritengo una scusante per chi vuole fare beneficenza sul serio. Basta essere un po’ più attenti ed informarsi bene sul conto di chi raccoglie questi fondi. Allo stesso modo condivido poco le classiche polemiche legate alle catene della solidarietà. Le discussioni riguardano sempre la quantità di denaro donata da personaggi più o meno famosi. C’è sempre chi ritiene che siano insufficienti o vengano messe a disposizione solo per farsi pubblicità. Nel caso di “colossi” i quali utilizzano spiccioli dei propri utili in iniziative benefiche per poi investire capitali enormi in attività dannose per le persone o per l’ambiente, ci sono pochi dubbi. È inutile aiutare la ricerca se poi si liberano veleni nell’acqua o nell’aria. Però, nel caso di individui, faccio fatica a fare i conti in tasca agli altri e non ho la minima idea di quale sia la cifra “giusta” da dare. Esiste una percentuale esatta di ciò che si possiede per sentirsi apposto con la propria coscienza ? Ognuno avrà la sua idea in proposito. Credo che un gesto, per quanto piccolo, debba essere apprezzato, anche se non toglie tutti i “peccati”. Spesso mi interrogo su come potrei fare di più e il mio bonifico al WWF non mi ha fatto sentire meglio .. di certo non farlo avrebbe contribuito al contrario.

“Nessuno ha mai commesso un errore più grande di colui che non ha fatto niente perché poteva fare troppo poco.” E. Burke

Andare veloci senza sapere dove

Tra le moltissime forme di inquinamento, forse la più sottovalutata è quella derivante dai campi elettromagnetici. L’elettrosmog si diffonde attraverso le antenne radio, il Wi-Fi, i cellulari/tablet, i microonde, ma anche (a bassa frequenza) dagli elettrodomestici in genere, i cavi elettrici e le semplici lampadine. Insomma, o ci “nascondiamo” in un angolo recondito e sperduto o ne siamo circondati. Basta guardarsi intorno in casa propria per accorgersi che è così. Con lo sviluppo tecnologico e la diffusione di Internet, i livelli di radiazioni da onde radio sono saliti in modo esponenziale, ma non è aumentata la preoccupazione. Le radiazioni a radiofrequenze sono catalogate dall’ AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) come “possibili cancerogene” e per un numero crescente di medici dovrebbero essere inserite tra le “probabili cancerogene”. Anche i limiti attuali di legge (vecchi di 15 anni) , tengono conto soltanto dell’azione di riscaldamento dei tessuti, ignorando gli altri effetti biologici già riscontrati sui topi in laboratorio. Siamo tutti molto sereni nell’utilizzo dei telefonini per conversazioni fiume o nel navigare in Internet col Wi-Fi. Il rischio aumenta se si svolgono tali pratiche all’interno di spazi piccoli e chiusi come un auto o nei vagoni dei treni dove possono esserci centinaia di dispositivi contemporaneamente accesi . Ancora peggio è far usare in modo smodato questi apparecchi ai ragazzi in età di sviluppo o ai bambini, magari per farli stare calmi e silenziosi. Loro sono gli individui più fragili ai possibili (o probabili ?) effetti collaterali dovuti all’elettromagnetismo. Il pericolo esiste ed è reale, ma con la giusta attenzione può essere, se non evitato, almeno limitato. Il problema è che tra qualche anno la prudenza potrebbe non essere più sufficiente. Con la nuova tecnologia 5G si utilizzeranno bande di frequenza molto più alte delle attuali e vi sarà l’installazione di milioni di antenne per una copertura capillare del territorio in modo da collegare alla rete qualsiasi elettrodomestico. I livelli di inquinamento elettromagnetico saranno decuplicati e non ci sarà la possibilità di scegliere se utilizzare o meno i vari “aggeggi intelligenti”, tutti saremo irradiati 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno ! Le frequenze delle onde radio in natura non sono presenti, quindi nessun organismo terrestre (compresi noi) è strutturato per assorbirne in quantità elevate e potrebbero creare diversi problemi. Nell’eventualità non ne farebbero le spese solo gli esseri umani, ma ogni singola creatura viva, animale o vegetale. In Italia, recependo le direttive dell’Unione europea, si è provveduto nell’ottobre 2018 alla vendita all’asta delle frequenze e in 120 comuni pilota partirà la sperimentazione entro il 2022, senza che ne fossero avvertite le amministrazioni locali e senza aver chiesto il parere sanitario delle agenzie di salute pubblica. L’obiettivo dichiarato è la copertura quasi totale del territorio nazionale nel 2023. È curioso come in diversi comuni siano state presentate mozioni per fermare il progetto e chiedere maggiori controlli ( in particolar modo da consiglieri “5 stelle” ) mentre il bando pubblico è stato voluto fortemente dal ministro Di Maio. Ma forse non lo è così tanto. Quando ci sono di mezzo enormi interessi economici , tutti diventano europeisti convinti . Lo stesso nome “sperimentazione” fa venire la pelle d’oca. Cosa sono diventate le persone, delle cavie ? Non ho le competenze  per stabilire se il 5G sia dannoso o meno alla salute (per questo allego un interessante articolo) , tuttavia da cittadino mi chiedo :  non dovrebbe essere utilizzato un principio precauzionale ? Non sarebbe più saggio immettere sul mercato un prodotto quando viene stabilita, oltre ogni ragionevole dubbio, la sua innocuità piuttosto che ritirarlo una volta accertato il contrario (come nel caso dell’amianto) ? Vedendole scritte, mi rendo conto di quanto siano ingenue  queste domande. Naturalmente il motore del mondo non è il benessere della gente, bensì soldi e potere. Non si tratta di fare una caccia alle streghe ed essere contrari a prescindere allo sviluppo tecnologico, ma di tutelare la salute pubblica. Concludo con una notizia che mi ha fatto sorridere amaramente. Pare che per una migliore ricezione del segnale potrebbero essere tagliati numerosi alberi in punti strategici. Dopo tutto quello che è successo in Amazzonia, in Siberia e adesso in Australia, sembra che i nostri unici alleati siano diventati un “nemico pubblico”. Non mi sorprenderebbe se , come nel film di Shyamalan (E venne il giorno), le piante si ribellassero spargendo nell’aria una neurotossina capace di indurre gli umani al suicidio (leggi qui).

L’inferno non finisce mai

Ormai la befana è passata, ma il carbone continua ad arrivare e non necessariamente a chi è stato cattivo. Dopo gli incendi epocali della scorsa estate in Siberia e in Amazzonia, il nuovo anno ha portato un altro durissimo “messaggio” all’umanità. In Australia una superficie pari a quella dell’Austria è stata ridotta in cenere e nell’inferno hanno perso la vita 28 persone, oltre a più di 100 mila sfollati. Secondo alcune stime, considerate “prudenti”, sarebbero già morti quasi mezzo miliardo di animali . Inoltre, sono state sprigionate nell’atmosfera enormi quantità di CO2, pari alle emissioni di quel paese nell’arco di un anno. Questi sono numeri da far accapponare la pelle. Già lo scorso anno era stato lanciato l’allarme sul rischio estinzione dei Koala. Dopo questa catastrofe, con un terzo degli esemplari rimasti uccisi nelle fiamme (numero destinato ad aumentare) , il loro destino sembra ormai segnato. Intanto altre specie meno iconiche, ma altrettanto importanti, potrebbero fin da ora essere sparite dal pianeta. La speranza dell’inizio di una nuova era con il 2020, rischia di andare in fumo (triste ironia) proprio in partenza. I roghi, per la verità, sono iniziati da settembre, però solo nelle ultime settimane la situazione è precipitata. Il bush , caratterizzato da vegetazione prevalentemente bassa, è fatto per bruciare nella stagione estiva per poi rigenerarsi. Tuttavia, in questo caso, il fenomeno ha riguardato anche le foreste normalmente umide e raramente colpite dalle fiamme. Le cause sono sempre le stesse : temperature record (a Sidney si sono registrati picchi vicino ai 50 gradi !), siccità estrema e magari qualche deficiente che “dà una mano ad Zeus”. Già, in Italia siamo abituati a combattere contro i piromani e la quasi totalità degli incendi è di origine dolosa. Nel caso australiano, invece, l’intervento umano non è l’origine principale. Almeno non direttamente. Come sempre, purtroppo, l’impatto antropico ha avuto un ruolo determinante. Le alte temperature e la siccità sono le conseguenze del riscaldamento globale. In più, gli incendi generano un tale calore da creare un ecosistema climatico da cui si scatenano nuove tempeste di fulmini, veri inneschi delle fiamme. Naturalmente c’è chi ha sfruttato la notizia dei procedimenti d’accusa (non arresti) contro 183 persone, per diffondere una falsa percezione della realtà e spostare l’attenzione dalla causa principale : i cambiamenti climatici. La domanda giusta da porsi non è quale sia il motivo per cui scoppiano gli incendi, considerati normali in estate, bensì perché non si riesca a circoscriverli . In tutto ciò il governo australiano ha già fatto sapere che non modificherà la propria politica economica fondata sull’estrazione e l’esportazione del carbone, in barba agli accordi di Parigi. Ammetto di avere qualche difficoltà a tenere sotto controllo la rabbia in certe circostanze (un po’ come Greta ..) , tuttavia, quando leggo che il Primo Ministro Morrison è rientrato in ritardo e con riluttanza dalle vacanze natalizie alle Hawaii, ho un turbinio di emozioni che non definirei “amichevoli”. Morrison è lo stesso uomo che nel 2017 si presentò in Parlamento con un pezzo di carbone, dicendo “non dovete avere paura, non vi farà male”. Adesso potrebbe ripeterlo alle famiglie delle vittime o alle carcasse degli animali. Chissà, magari capirebbero (..). L’angoscia più grande è che l’estate non sta affatto finendo. Durerà per tutto febbraio ed il bilancio potrà solo aggravarsi. L’unica (magrissima) consolazione è la speranza che una volta passata la tempesta, questa possa essere di insegnamento per cambiare . Non è “un caso isolato” , non è “la sfortuna”, è il momento di considerare le crisi climatiche per ciò che sono ed affrontarle nel modo corretto (leggi).

Cosa dirò a mia figlia ?

E venne il giorno, o per meglio dire venne l’anno. Il 2020 è una di quelle date che, negli anni ’80 , portavano alla mente scenari fantascientifici. Chissà perché in ogni storia di fantascienza che si rispetti, tra i vari elementi non mancano mai le macchine volanti. Nella realtà la microtecnologia ha creato oggetti impensabili , tuttavia le autovetture continuano ad intasare le strade e quel che è peggio, continuano ad inquinare . Adesso il 2020 è arrivato. Non sarà il mondo cupo di Blade Runner , ma neppure tanto meglio. La gran parte degli scienziati sostiene che il punto di non ritorno per risolvere il cambiamento climatico e le crisi ambientali (strettamente legati tra loro) sia il 2030. Quindi c’è ancora un sacco di tempo per scherzare ? Niente affatto. Il momento per operare un’inversione di tendenza è proprio oggi. Se non cominciamo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, a fermare le deforestazioni e dare un freno all’inquinamento , nel prossimo futuro non ci sarà più bisogno di immaginazione per creare un mondo distopico. Le conseguenze non sono certe, ma le premesse non lasciano presagire niente di buono. Il caso vuole che nel 2030 la mia bambina compirà 18 anni ed entrerà ufficialmente nel mondo dei “grandi”. Quindi, la prima cosa a cui ho pensato la notte del primo gennaio è stata : cosa dirò a mia figlia ? A quel punto avrà smesso da tempo di credere a Babbo Natale e alle rassicuranti famiglie dei cartoni animati. Quando mi chiederà come abbiamo fatto a lasciare precipitare le cose senza opporci, cosa le risponderò ? Forse che dovevo tirare avanti o che ero troppo piccolo ed insignificante per contrastare la Megamacchina in movimento. Non so se questo potrà bastare a placare la sua rabbia e delusione. Di certo non servirà per offrirle la possibilità di avere una vita migliore. È per questo che vorrei dirle che, tra le mie contraddizioni, ho provato a fare qualcosa. Cercando di non essere schiavo dei consumi, dell’ automobile o dei viaggi esotici. Di essere stato  rispettoso della natura, attento alla scelta degli alimenti, nella raccolta differenziata e in mille altre “piccole” cose. Insomma, aver contribuito alla creazione di una Società diversa. Tutto questo è abbastanza ? Assolutamente no. Vent’anni fa, quando fui costretto ad affrontare la malattia di mia madre, nonostante i miei sforzi non ci fu niente da fare. La situazione mi fece forzatamente crescere , ma allo stesso tempo continuai a vivere la mia vita con il lavoro, gli amici, le ragazze e lo sport. A distanza di tempo non mi pento certo delle ore passate negli ospedali o a colloquio con i medici, anzi. A volte, però, mi capita di essere assalito all’improvviso dai sensi di colpa per non aver rinunciato ad un sabato sera o ad una partita di calcio. Poi mi ricordo di come fosse lei stessa a spingermi ad uscire. Probabilmente se non mi avesse visto farlo avrebbe sofferto ancora di più. Allo stesso modo io non voglio far rinunciare all’infanzia mia figlia . Non posso spaventarla con le mie preoccupazioni , anche se a volte implica accettare dei compromessi. Allora, questo le dirò : è importante continuare a vivere. Poi starà a lei giudicarmi. Una persona può convincersi di essere un buon padre, ma non vale niente se non lo pensano i diretti interessati. Se avrò adempiuto bene al mio ruolo lo scoprirò tra qualche anno e comunque non spetterà a me dirlo.

Sarà difficile diventar grande 
prima che lo diventi anche tu .
Tu che farai tutte quelle domande 
io fingerò di saperne di più .
Sarà difficile ,
ma sarà come deve essere .
Metterò via i giochi 
proverò a crescere. Sarà difficile chiederti scusa 
per un mondo che è quel che è .
Io nel mio piccolo tento qualcosa, 
ma cambiarlo è difficile .
Sarà difficile 
dire tanti auguri a te,  
a ogni compleanno 
vai un po’ più via da me.
Sarà difficile vederti da dietro 
sulla strada che imboccherai .
Tutti i semafori ,
tutti i divieti 
e le code che eviterai .
Sarà difficile 
mentre piano ti allontanerai 
a cercar da sola 
quella che sarai.
Sarà difficile 
lasciarti al mondo 
e tenere un pezzetto per me. 
E nel bel mezzo del tuo girotondo 
non poterti proteggere .
Sarà difficile,
ma sarà fin troppo semplice .
Mentre tu ti giri 
e continui a ridere. A modo tuo 
andrai a modo tuo .
Camminerai e cadrai, ti alzerai 
sempre a modo tuo. A modo tuo vedrai a modo tuo. Dondolerai, salterai, cambierai sempre a modo tuo. Luciano Ligabue

Che Dio ci aiuti

Anche se non ho un profilo mi sono convinto ad aprire una pagina Facebook per far conoscere il Blog. I social network restano il mezzo più veloce per diffondere foto, pensieri, eventi ed anche i miei post. Quando la pagina “sponsorizza” il sito, l’immagine proposta è il logo con il titolo e lo slogan scelto per spiegarne i contenuti. Non è semplice sintetizzare tutti i concetti che si vogliono esporre in una frase; a volte non ci riesco nemmeno nelle 700 parole circa dei miei articoli. Quella scelta da me, “siamo certi di avere tutto il tempo che vogliamo ? “, non dovrebbe esprimere catastrofismo. Anzi, uno sprone a migliorare. All’inizio sullo sfondo c’era Homer Simpson proprio per “alleggerire” il tutto e dare un tocco di autoironia. Poi mi hanno fatto notare che poteva sembrare una cosa goliardica e l’ho modificata. La figura attuale mi è parsa piena di speranza e di significato : il destino del mondo è nelle nostre mani ! Lo stesso titolo “un futuro per i nostri figli” non si riferisce letteralmente solo ai bambini, ma a tutte le prossime generazioni. Detto questo, un signore (che non conosco) alcuni giorni fa ha commentato la mia provocatoria domanda scrivendo : “se Dio lo vuole, si”. Apprezzo molto tutti quelli che mi hanno dato un po’ della loro attenzione, anche se in disaccordo. Il commento in questione, però, mi ha fatto nascere delle riflessioni . Esprimeva disappunto, fatalismo o era l’opinione di un credente ? Ho fatto tutti i sacramenti, ma non posso definirmi un cristiano. Sarebbe più corretto dire agnostico . Comunque credo più in Gea, cioè nella Terra come gigantesco essere che vive e soffre per le nostre azioni, rispetto ad un Dio creatore. Questo non significa essere contro le religioni ed ho grande rispetto per chi ha fede, qualunque sia. Forse non era l’intento del commentatore, tuttavia è già capitato di sentirmi dire di non preoccuparmi troppo delle cose terrene; basta rispettare i comandamenti, andare a messa, pregare e di sicuro dopo la morte ci spetterà il Paradiso con i buoni. Ritengo ci siano nuove problematiche e “nuovi” peccati rispetto ai tempi in cui sono stati scritti i testamenti. A questo riguardo, senza voler essere blasfemo, ho pensato ad un immagine allegorica . Considerando il pianeta come la nostra casa, potremo semplificare la condizione umana in due categorie. Nel caso dei non credenti l’uomo è il proprietario e nessuno vorrebbe mai sporcare o danneggiare la propria abitazione, a meno che non ne abbia altre migliori a disposizione (e noi non ne abbiamo). Per chi crede, invece, la situazione cambia. Il proprietario di tutto è Dio e noi siamo solo i fruitori. Così, il posto in cui viviamo ci è stato affidato per utilizzarlo, ma non per distruggerlo. Come potrebbe reagire un locatore alla noncuranza e alla maleducazione degli inquilini ? Preferirebbe affittare a qualcuno che lo chiama frequentemente per fargli sapere quanto lo stima e intanto gli rovina la casa, o a chi non si fa mai sentire, ma si preoccupa di restituire in buone condizioni ciò che ha usato, pronto per i nuovi inquilini ? Probabilmente l’ideale sarebbe unire entrambe le cose, ma dovendo scegliere ci sono pochi dubbi . Chi ha veramente fede (e non si può acquistare al supermercato !) è giusto porti avanti con forza le proprie idee. Vorrei soltanto che anche il rispetto per l’ ambiente venisse considerato una priorità per i cristiani, come sostiene papa Francesco dal primo giorno del suo pontificato. Quando facevo catechismo le suore mi hanno insegnato che “cantare equivale a pregare due volte”. Allora, penso che oggi impegnarsi per il pianeta (o il creato) possa valere anche di più.

Riscaldarsi consumando (e inquinando) meno

La causa principale di inquinamento atmosferico nelle nostre città, dai gas ad effetto serra alle polveri sottili dannosissime per la salute, è il riscaldamento degli edifici. Stufe e caldaie ne sono responsabili in misura superiore anche rispetto ai veicoli a motore. Quando i livelli diventano insostenibili spesso i comuni adottano il blocco del traffico, ma non si procede mai (per ovvie ragioni) al blocco degli impianti di riscaldamento. A questo proposito domenica scorsa ho avuto modo di fare due chiacchiere con il mio amico Simone Silvestri. Simone è un ingegnere elettronico e di lavoro fa il termotecnico, cioè, si occupa di impianti meccanici di riscaldamento e condizionamento. Mentre le famiglie erano andate a vedere Frozen (giust’appunto) noi, tra le partite ed un caffè, abbiamo parlato del suo lavoro. Ritengo la cosa possa interessare tutti coloro che hanno una casa e non vogliono “morirci” dentro di freddo o di caldo. Anche senza avere una spiccata coscienza ecologica è desiderio diffuso quello di poter risparmiare sulle bollette. Simone mi ha subito spiegato come sia proprio questa la leva su cui far forza (a volte, ahimè, l’unica) per spingere i clienti ad adottare soluzioni più efficienti. Spesso è costretto a “lottare” per poche centinaia di euro in più. Per fortuna di solito le due esigenze coincidono e una volta compreso che le soluzioni ecologiche equivalgono a meno spese, il gioco è fatto. Per le abitazioni di nuova costruzione ci sono norme molto rigide dalle quali non è possibile scostarsi. A seconda della tipologia, della grandezza, della posizione e struttura, il fabbricato deve rientrare in parametri di consumo stabiliti da tabelle e una parte di energia deve provenire da fonti rinnovabili. Ovviamente parliamo di una percentuale irrisoria rispetto agli edifici “vecchi”, una goccia nel mare ! Il vero problema sono quest’ultimi. Simone mi ha illustrato quanto sia fondamentale l’isolamento termico, molto più del riscaldamento stesso. Le tecniche e i materiali attualmente a disposizione sono molto avanzati e possono risolvere la gran parte dei problemi. Apporre dell’isolante sul solaio sotto il tetto può portare ad una diminuzione del consumo della caldaia del 20%. Questo è prodotto in tappeti morbidi (di vario spessore) o rigidi, se si ha una soffitta e si utilizza come magazzino per scatoloni o roba varia (come faccio io) . È una soluzione molto efficace e non troppo costosa. Restiamo intorno ai 20/30 euro al metro quadro. Altro mezzo per lo scopo è il montaggio di pannelli sopra ai muri esterni, soprattutto per le strutture più datate. Questo è meno economico (circa 60 euro al metro quadro) anche per la necessità di intonacare e imbiancare, ma il risultato è sorprendente. Un ulteriore importante intervento è quello sugli infissi, dai quali si disperde molto calore. Però, una volta isolato, l’immobile avrà poca necessità di essere riscaldato. Naturalmente l’utilizzo di pannelli solari termici per scaldare l’acqua (almeno 8 mesi l’anno) e/o di quelli fotovoltaici, andranno a migliorare ulteriormente l’efficienza energetica. Anche se Simone, su quest’ultimi, mi ha espresso alcune riserve in merito al loro smaltimento. Infatti non se ne conosce esattamente il ciclo vitale – siamo intorno al ventennio per i primi installati – e stiamo parlando di circuiti elettronici (non di pezzi di vetro). Tutti gli interventi menzionati (e gli altri allo stesso scopo) godono di incentivi statali : una detrazione del 50% sulla dichiarazione dei redditi da spalmare in 10 anni. Simone, infine,  mi ha citato una scuola materna che ha progettato e di cui va (giustamente) molto fiero. Si tratta di uno stabile di 1100 metri quadrati che ospita circa 150 bambini, costruita in legno e materiale isolante . L’asilo ha affrontato tutta la stagione scolastica con una spesa energetica intorno ai 700 euro ! Mi ha poi raccontato un simpatico aneddoto al riguardo. Lo scorso dicembre è stato chiamato da un’insegnante perché alcuni bambini si lamentavano di soffrire il freddo in aula. Pur avendo terminato il proprio lavoro, sentendosi responsabile, si è precipitato sul posto. Una volta arrivato ha registrato una temperature di 18 gradi (non certo il Polo), ma guardando il pannello di controllo si è accorto che non era stato acceso il riscaldamento dall’estate e nessuno se n’era accorto fino a quel momento. Concludendo, come ripete spesso il mio amico, prima di preoccuparsi tanto della provenienza dell’energia consumata, sarebbe saggio fare in modo di consumarne meno.