La forza del singolo

Generalmente la schiera dei preoccupati per il futuro del Pianeta si divide in due gruppi : chi sostiene la tesi che ognuno debba impegnarsi con i piccoli gesti quotidiani e chi, invece, pensa sia tutto inutile senza norme vincolanti. Personalmente ritengo valide entrambe le posizioni, anzi strettamente legate tra loro. È ovvio che in assenza di regole ci sia chi continuerà a tenere comportamenti dannosi per l’ambiente, ma serve la volontà di recepire i cambiamenti. Negli anni ’90 , dopo una serata in discoteca, i vestiti mi puzzavano come una ciminiera. Sembrava impossibile impedire di fumare nei locali chiusi e il pensiero comune era “figuriamoci se una legge potrà cambiare le cose in Italia”. In realtà è avvenuto l’esatto contrario e il senso civico ha prevalso. La classe politica altro non è che lo specchio della società. Se “un politico guarda alle prossime elezioni, mentre lo statista alle generazioni future” , la sensazione è che siamo circondati da politici . Nonostante il ricambio generazionale ed i proclami, continuano ad agire (tutti) per le successive elezioni senza avere programmi a lungo termine. In fondo tutti ci lamentiamo, ma pensiamo sia molto scaltro chi ottiene vantaggi personali dalla posizione occupata. Dunque, è difficile credere che i nostri rappresentanti non temano di perdere voti adottando provvedimenti impopolari (anche se giusti). Nessuno vuole rinunciare a privilegi acquisiti o “pagare di tasca propria” e chi è costretto a farlo voterà per lo schieramento all’opposizione. Nella logica dell’alternanza (perno della democrazia) è raro che una coalizione resti in carica per un lasso di tempo sufficientemente lungo (in Italia, di solito, non si arriva nemmeno al termine naturale della legislatura). E tutto rientra nella lotta politica. Non esistono temi trasversali come ambiente, salute, istruzione su cui si possa trovare un largo consenso e diventa impossibile programmare. In teoria sarebbe più semplice apportare grandi cambiamenti in una dittatura. Ma a quale prezzo ? La storia insegna che non esistono leader “illuminati”. Quindi, non c’è nessuna possibilità di modificare le cose ? Io sono convinto del contrario. Basterebbe far comprendere che il vantaggio per la comunità alla lunga è auspicabile per tutti , anche se qualcuno ci dovrà rimettere (come nel caso del fumo nei locali). A lanciare simili messaggi ci sono individui che non hanno maschere, mantelli o identità segrete, ma sono comunque degli eroi. Uno di questi è Afroz Shah. Per me era un completo sconosciuto , poi mi sono imbattuto in alcuni video che lo riguardano su YouTube . Shah è un avvocato di Mumbai (India) , ma da sempre innamorato della natura e del mare in particolare. Nel 2015 ha acquistato una casa sulla spiaggia di Versova , anche se sarebbe più corretto definirla “discarica” considerato che era invasa da oltre 5.000 tonnellate di rifiuti su 2,5 Km. Vista l’impossibilità di avere ascolto da parte delle autorità locali, ha iniziato a ripulire la spiaggia da solo. Ha continuato così per settimane andando a bussare ad ogni porta. La sua dedizione ha convinto altre persone ad aiutarlo e i pochi volenterosi sono diventati decine e poi centinaia. Nel 2016 anche l’Onu si è accorto di Shah assegnandogli il titolo “Champions of the Earth” per il suo straordinario impegno. A quel punto anche la politica locale non ha più potuto ignorarlo ed ha messo a disposizione i mezzi per completare l’impresa. Il miracolo (è così che è stato giustamente definito) si è compiuto 127 settimane più tardi (nel 2018) quando, con la spiaggia completamente ripulita, sono ricomparse le tartarughe !! Dopo circa vent’anni un’ottantina di esemplari hanno camminato sulla sabbia per giungere al mare sotto gli occhi lucidi di coloro che lo hanno reso possibile. Shah ha dichiarato di ispirarsi alle parole di Ghandi “sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo” e non c’è dubbio che abbia davvero cambiato (in meglio) la sua città. Ma adesso non vuole fermarsi ed ha deciso di lanciare altri movimenti di pulizia in India, ad esempio nelle foreste di mangrovie. È così che si comportano gli eroi, anche se non sono .. “super” (guarda).

Mission (im)possible : cambiare .. (seconda parte)

Nel precedente articolo ho parlato di Lautoche come principale esponente della decrescita, ma non è l’unico. Il movimento si sta espandendo (anche se la parola è sempre considerata “sacrilega” dai più) e in Italia Maurizio Pallante ne è stato il fondatore nel 2007. Comunque, ancora prima che gli venisse attribuito un nome, il concetto apparteneva già alla coscienza umana. Nel lontano 1968, Bob Kennedy (non un eversivo o un comunista) pronunciava un famoso discorso nel quale sosteneva come il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” (guarda) . Non mi sorprende che sia stato assassinato pochi mesi dopo .. Quando pesco dai miei ricordi più felici, non trovo mai il possesso di beni e oggetti . Possono dare soddisfazione sul momento, poi rientrano nella quotidianità fino al successivo acquisto. La crescita infinita è soltanto un mito. Anche un bambino di 5 anni si rende conto che non può continuare a mettere nuovi giocattoli nel suo baule. E il nostro pianeta, sfortunatamente per noi, è “limitato” come quel contenitore (e quasi saturo). Le imprese per generare profitti sostengono costi economici, ma i costi ecologici che ne derivano restano a carico della comunità. Anche a quest’ultimi dovrebbe essere assegnato un “prezzo”. È emblematico il caso dell’ Ilva a Taranto dove le persone sembrano dover scegliere tra lavoro o salute e nella nostra società viene privilegiato il primo ! Ma in un sistema economico sostenibile, nel quale si produrrà meno, non necessariamente ci dovranno essere meno servizi , meno benessere o meno lavoro. Abbandonando le logiche “usa e getta” si potranno creare e riscoprire figure professionali. Ad esempio nell’edilizia, uno dei settori più in crisi, in alternativa alla cementificazione dei terreni si potrebbe contrapporre la ristrutturazione dei vecchi edifici, rigenerando il tessuto urbano nel rispetto del paesaggio. O, tornando a riparare i nostri oggetti (soprattutto in ambito tecnologico), ci saranno nuove prospettive di lavoro. Il centro del progetto dovrà essere la circolarità (come avviene in Natura). Anche i trasporti pubblici dovranno essere potenziati a discapito dei veicoli privati. Dovrà calare il flusso delle merci che percorrono grandi distanze, favorendo i prodotti locali. Infine, dovranno diminuire i voli superflui, a partire da quelli turistici. Non possiamo chiedere all’economia di misurare la nostra felicità, ma dobbiamo fare in modo che sia più equa. In fondo dovrebbe essere un mezzo al nostro servizio e non il contrario. Probabilmente in molti classificheranno queste riflessioni come utopie o favole. “Il mondo è questo e non si può cambiare”. Anche io ritengo sia difficile, al limite dell’impossibile. Tuttavia, se potessi viaggiare indietro nel tempo di qualche secolo e parlassi in pubblico di eguaglianza delle persone, di parità tra i sessi, di unioni civili o di diritti dei lavoratori : cosa mi accadrebbe ? Nel migliore dei casi sarei considerato un pazzo, nel peggiore .. un criminale. Oggi sono concetti largamente diffusi. Allora perché non posso immaginare (o sognare come disse M.L King) qualcosa di diverso ? Magari non avrò il tempo per vedere simili cambiamenti, ma adesso siamo a bordo di un veicolo lanciato a 300 Km/h verso un muro. Non è possibile frenare di colpo né auspicabile (sarebbe come lo schianto stesso) , ma è necessario rallentare. Subito.

“Ci sono coloro che guardano le cose come sono, e si chiedono perché .. Io sogno cose che non ci sono mai state, e mi chiedo perché no.” R.F Kennedy, citando G.B Shaw

Mission (im)possible : cambiare .. (prima parte)

Una decina di anni fa, leggendo un articolo, ho sentito nominare per la prima volta Serge Latouche e con lui la parola decrescita. Si tratta di una corrente di pensiero economica e filosofica che si contrappone allo sviluppo capitalistico. Fin dall’inizio mi ha subito incuriosito ed ho letto diversi libri dell’economista francese (Latouche, appunto) . Tutti diamo per scontato il nostro modello economico e gli indicatori che lo definiscono. Ad oggi qualsiasi persona, perfino la meno informata, si sente più serena quando le previsioni sul PIL sono positive, la Borsa sale e lo spread scende. Anche senza conoscerne le dinamiche sappiamo che sono dati positivi per la comunità. Se aumenta la ricchezza in circolazione nel Paese tutti ne beneficeranno. E se non fosse così ? Questa è la domanda che sorge spontanea leggendo e la decrescita rappresenta una risposta alternativa. È bene subito specificare che non si tratta di una “crescita negativa”. Quest’ultima, anche secondo l’autore, è il peggiore dei mali per una società come la nostra basata interamente sulla crescita economica. Diminuire i consumi significherebbe far chiudere le fabbriche, le attività e portare ad un aumento della disoccupazione e della povertà con le conseguenze nefaste di cui sono pieni i notiziari. Ma la decrescita è tutt’altro. Non a caso è accompagnata dall’aggettivo “felice” su cui diversi politici ironizzano, a mio avviso, con molta superficialità. Non si tratta soltanto di economia, ma di riconsiderare il nostro modo di vivere. Stiamo parlando di un cambiamento culturale in cui si utilizzino altri criteri per misurare il benessere delle persone. Ad esempio la qualità dell’aria che respiriamo, la quantità di aree verdi nelle nostre città o il maggior tempo libero da passare con i propri affetti rispetto a quello nei posti di lavoro. Senza considerare la criminalità, spesso portata dall’incremento del numero degli “esclusi”. Il tutto in un modello dove la collaborazione prevalga sulla competizione e si favorisca la solidarietà tra le persone. Questo non determinerebbe il tornare all’età della pietra, ma semplicemente il passaggio da consumatori ad acquirenti. Significa comprare soltanto quello di cui abbiamo necessità, evitando l’obsolescenza programmata dalle aziende per immettere sempre nuovi prodotti sul mercato. Ma anche vivere in case riscaldate in modo più efficiente (con un miglior isolamento termico) o essere meno dipendenti dalle autovetture private negli spostamenti . Latouche ritiene che il livello di produzione a cui dovremmo ritornare è all’incirca quello degli anni ’60 e la strategia per raggiungerlo si basa sulle “8R” ( Rivalutare ; Riconcettualizzare ; Ristrutturare ; Ridistribuire ; Rilocalizzare ; Ridurre ; Riusare ; Riciclare ). Nei suoi testi si addentra anche nello specifico su come operare la transizione convertendo alcune delle attuali industrie (ad esempio quella automobilistica) senza creare traumi sociali. È semplice intuire quanto lo spreco quotidiano di cibo, il consumo di carburante nelle code autostradali o l’uso smodato di farmaci non vadano ad aumentare il nostro benessere pur muovendo l’economia. Un caso che mi è piaciuto molto è quello dell’incidente in auto. Quando avviene concorre all’aumento del PIL , ma nessuno (tranne il carrozziere ..) ne risulta più felice. La vignetta in alto è spiritosa , però diverse persone cominciano ad affacciarsi allo sportello di destra, quantomeno per avere delle delucidazioni.

“Madre Natura è sufficientemente generosa per provvedere al bisogno di tutti, ma non all’avidità di pochi” Mahatma Gandhi

Più informati o più ignoranti ?

Da questa estate mia figlia si è appassionata ai fumetti di “Topolino”. Le storie sono divertenti e si possono imparare molte cose. A volte, però, ci sono citazioni, modi di dire e vocaboli più adatti ad un preadolescente piuttosto che ad una bambina delle elementari. Perciò mi metto sempre accanto a lei durante la lettura e la aiuto in caso di dubbi. Un pomeriggio, mentre mi stavo godendo un’avventura paperopolese sdraiato sul divano, Paperino ha sbottato dicendo di non voler fare una “giaculatoria”. Una già .. cosa ?! Sonia mi ha riletto il termine sillabando . Al che mi sono alzato facendo il vago , ho preso il cellulare e digitato su Google . La prima parola venuta fuori dall’anteprima è stata “preghiera” e gliel’ho detta subito. Lei mi ha guardato un po’ sospettosa , poi mi ha chiesto : “l’hai vista sul telefono ?” . Davanti all’evidenza (con un po’ d’imbarazzo) non ho negato e lei , soddisfatta, ha ripreso a leggere. Io, invece, non ho potuto non farmi delle domande. Penserà che in quell’oggetto si possono trovare tutte le risposte ? Che è inutile affannarsi ad imparare quando basta un touch ? O sono solo mie congetture e lo considera semplicemente uno strumento conosciuto fin dalla nascita ? Mi è capitato di leggere che chiunque possieda uno smartphone ha a disposizione più informazioni di quante ne potesse avere un Presidente degli Stati Uniti negli anni ’80. Sul momento mi è sembrata una provocazione, ma, riflettendoci meglio , l’affermazione non mi è parsa così assurda . Escludendo i documenti top secret , a cui solo un capo di stato può accedere, il numero delle notizie in rete tende all’infinito ed è in continuo aumento. Questo ci ha resi più informati ed acculturati ? Guardandosi intorno la risposta non sembra affermativa. Prendendo ad esempio la mia famiglia mi rendo conto di quanto sia naturale , al minimo dubbio, usare il “telefonino” per fugarlo. La quantità però, va a discapito della qualità . Siamo sommersi di input e spesso trovare notizie interessanti equivale a cercare oggetti utili in una discarica. Inoltre, in questo oceano digitale, ormai pullulano le cosiddette “fake news” che rendono molto complesso distinguere le notizie false da quelle vere e verificate. Sono cresciuto sentendomi ripetere che “l’ha detto la TV” (ipse dixit, come sostenevano i seguaci di Pitagora) . Non vorrei diventare quello che dice : “l’ ha scritto Internet” . Con così tanti stimoli ed un cervello limitato per accoglierli tutti, spesso ci accontentiamo della “superficie” senza andare in profondità. In questo modo non impariamo veramente e nel giro di poco tempo dimentichiamo tutto. A me è capitato di cercare lo stesso argomento più volte perché continuavo a scordarlo. Soltanto dopo aver approfondito sono stato in grado di memorizzarne i contenuti. Significa che meccanicamente ho utilizzato la tecnologia sostituendola alle capacità cerebrali. Questa via è più veloce, meno faticosa e per un pigro (come me) spesso diventa molto attraente. Se penso alle ricerche fatte per la scuola , mi ricordo il tempo ed il lavoro che occorrevano cercando sulle enciclopedie o andando in biblioteca. Adesso si potrebbero realizzare con dei semplici “copia-incolla”. Senza andare sul nostalgico (tipico dell’età) , sono convinto che non esistano mezzi buoni o cattivi, ma è sempre l’uso (o l’abuso) che se ne fa ad esserlo. Internet e la tecnologia sono strumenti potenti e se usati correttamente utilissimi. Potenzialmente potremmo essere le generazioni meglio informate di sempre e quindi le più consapevoli. Dalle minacce al nostro pianeta alle problematiche che affliggono le popolazioni in ogni angolo del globo. Basterebbe non accontentarsi di ciò che ci viene rifilato quotidianamente. Magari evitando di ascoltare le solite fonti, leggere esclusivamente i titoli degli articoli o gli slogan che spopolano sui Social network a mo’ di catena di Sant’Antonio. Semplicemente scavando più a fondo. È più facile far passare qualunque messaggio se dilaga l’ignoranza e al giorno d’oggi non può trattarsi di una condizione accettabile, ma di una colpa .

Amazzonia, gioie e dolori

(Di Gabriele Franchini)

Riparto dal primo articolo scritto da me (Povero ed affollato pianeta Terra) per fare qualche riflessione ulteriore sul problema di quella che io ormai chiamo una vera e propria  distruzione della foresta amazzonica. Mi rendo conto che qua da noi, a 10.000 km di distanza, può sembrare un tema non dominante né urgente, ma invece lo è. Il motivo è molto semplice : l’Amazzonia è il polmone del nostro pianeta e la sua scomparsa, oltre che portare alla progressiva estinzione di specie animali, piante e di comunità indigene (già di per sé è riprovevole che si proceda ancora con  la distruzione di quello che la natura ha fatto in milioni di anni), porterà ad un  collasso ambientale globale. E’ vero, il tutto non avverrà nei prossimi 5 anni, ma in un trend di qualche decennio. La strada è comunque ormai segnata. Vi spiego perchè ed invito ognuno di noi a fare un salto di qualità nell’attenzione ai problemi ambientali. L’Amazzonia è grande all’incirca quanto l’Europa (esclusa la Russia) , intorno ai 5 milioni di chilometri quadrati. Ad oggi un quarto , 1, 2 milioni di km2, è stato letteralmente raso al suolo e convertito in pascoli (il Brasile conta circa 210 milioni di abitanti e , con 220 milioni di bovini, è il più grosso fornitore di carne mondiale) o usato per l’agricoltura estensiva (in primis enormi distese di soia). Pensate quindi che, nel silenzio generale, mentre noi pensavamo all’inflazione , alla crescita del PIL o al campionato di calcio, negli ultimi trent’anni un area grande 4 volte l’Italia è stata convertita da foresta tropicale ad aridi pascoli solcati da mucche ed infiniti campi di soia trattati a pesticidi sparsi con aerei. Nella parte più meridionale, lo stato di Rondonia ed il Mato Grosso, grandi ognuno due volte l’Italia, se visti dal satellite sono ormai distese di campi, mentre la foresta è rimasta solo come piccoli pezzettini di un grande puzzle di distruzione. Ovviamente il tutto con enorme orgoglio del mondo economico (vedasi i siti internet del governo brasiliano) per la crescita del Pil ed i ruoli di primo esportatore mondiale di soia e carne. Tutto questo con l’Europa che rafforza i trattati di libero scambio, la Cina che investe in Amazzonia per aumentare la dotazioni di porti, ferrovie ed autostrade e le multinazionali pronte ad accaparrarsi nuove aree da sfruttare. Cosa succederà agli altri 3/4 di Amazzonia non ancora cancellati ?? Anche la parte più centrale e quella settentrionale, pur non distrutte mortalmente, sono sempre maggiormente  attraversate da nuove strade a cui sta seguendo un disboscamento a “lisca di pesce”,  dove la foresta “inizia a perdere colpi” (ben si vede guardando dal satellite lo stato del Parà, uno dei più grossi del Brasile). Lungo le nuove autostrade si stanno distruggendo porzioni enormi di foresta intatta. Intersecando i dati con le cartografie delle aree protette , si può notare come si stia disboscando anche nei parchi naturali. Insomma, in Amazzonia vige la legge del più forte, del business spinto e dello sfruttamento a danno di tutti e tutto (ed a vantaggio di pochi). Concludo con un ulteriore allarme. Anche nel cuore più interno, che comprende lo stato brasiliano dell’ Amazonas (dove la foresta è più preservata, in un area grande due volte l’Italia) si stanno costruendo nuove autostrade, in particolare il prolungamento della famosa Rodovia Transamazzonica . L’autostrada taglierà il cuore della foresta per connettersi con le città amazzoniche del Perù, dando il via a ulteriori step di disboscamento selvaggio. A proposito di questo, nei piani economici  del Brasile c’è il raddoppio della produzione di soia da qui a 10 anni. Ciò vuol dire che abbiamo un sistema politico/finanziario ormai impostato al mero risultato economico e per il quale l’Amazzonia è solo “carne da macello”. Pur apprezzando Greta (Thunberg) ed i movimenti ambientalisti, ci vuole un salto di qualità. È bene criticare l’uso eccessivo di sacchetti in  plastica, delle automobili, le troppe emissioni di CO2, o risparmiare sulla luce di casa, ma in realtà il cuore forte dell’ecologismo è prima di tutto nella salvaguardia dei polmoni del pianeta. Faccio un appello per concentrare gli sforzi contro la deforestazione dilagante attraverso forti pressioni (in primis economiche e politiche) per provare a raggiungere qualche risultato. Solo se capiamo che più Pil di Brasile, India e Cina (ma ovviamente anche Europa e Usa) equivale a più distruzione di foreste ed estinzioni di animali , possiamo realmente capire i motori geopolitici del nostro pianeta e la fine che ci attenderà. Ognuno di noi dovrebbe attivarsi in questo senso : piantando un albero in più, firmando appelli ai governanti, informandosi sulla distruzione delle foreste,  sostenendo chi lotta contro tale “progresso” e riducendo i propri consumi. In una parola, soffrendo come soffro io a pensare che probabilmente anche oggi sono stati distrutti ettari di foreste e forse anche un’altra specie di essere vivente si è estinta per sempre.

Cronaca dalla piazza

Pisa, 27/09/2019

Lo scorso venerdì mattina sono uscito di casa un po’ preoccupato. La sera precedente avevo deciso di andare alla manifestazione del fridays for future a Pisa (e non Lucca) in quanto città universitaria, pensando fosse più partecipata. Nonostante questo avevo il timore potesse rivelarsi un flop. Per fortuna , arrivato in piazza Guerrazzi alle 9 in punto i miei dubbi sono stati fugati. C’erano già moltissime persone e minuto dopo minuto l’affluenza ha continuato ad aumentare. Le presenze erano variegate. Naturalmente la componente principale era rappresentata dagli studenti, ma non mancavano individui di tutte le età e diversi genitori con bambini appresso. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere alcuni professori accompagnare i propri alunni (cosa che ho dedotto dalle conversazioni). Fin da subito ho percepito un entusiasmo palpabile dal quale anche io, che non mi definirei un ottimista, sono stato coinvolto. Avranno contribuito il sentirsi nuovamente un universitario per un giorno o , col mio block notes e il telefono per scattare foto , un inviato freelance , ma ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto. Ovviamente, specie tra i ragazzi più giovani, ci saranno stati alcuni con il solo obiettivo di saltare la scuola. Non sono un ingenuo, una percentuale di “perditempo” è fisiologica . Resta incoraggiante, però, che dopo anni di silenzio finalmente qualcosa si stia muovendo e simili iniziative ne sono la prova. Ogni evento può essere analizzato da diverse prospettive ed esaltato o criticato allo stesso tempo. A chi sostiene che i giovani dovrebbero soltanto studiare e , se così preoccupati dal riscaldamento globale magari diventare climatologi, risponderei che di certo gli scienziati non mancano, ma restano spesso inascoltati. Non è incoraggiante la prospettiva di lavorare come ricercatori, a volte precari, nelle Università per 1000 euro al mese e con la frustrante eventualità di essere smentiti da qualche politico che ad una Facoltà si è iscritto soltanto per avere lo sconto nei cinema. Probabilmente è più soddisfacente aprire una gelateria. E anche più redditizio se le temperature continueranno a salire e gli inverni saranno più corti .. . Tornando alla giornata, tutto si è svolto nella massima civiltà (per il dispiacere di alcuni detrattori) ed il corteo si è spostato per le vie della città in perfetto ordine. Sono stati lanciati vari slogan (mai violenti) ed esposti centinaia di striscioni e cartelli colorati di ogni dimensione . Questi hanno puntato su diversi aspetti : la lotta allo spreco; la salvaguardia degli ecosistemi; le responsabilità della politica; i diritti umani e molti altri temi. Alcuni erano piuttosto spiritosi. Dalle 50 sfumature di verde, al fumetto del dinosauro che dice, anche io pensavo di avere più tempo. Tutti, però, con un denominatore comune : il futuro. Un particolare che mi ha colpito è stato il numero dei manifesti scritti in inglese. A testimonianza di quanto i ragazzi si sentano cosmopoliti . Questa è la generazione nata con Internet. Alla faccia dei Trump o Bolsonaro che all’ ONU hanno parlato di confini e patriottismo. Come ha detto Greta (Thunberg) , le hanno rubato i sogni, ma non sono ancora riusciti a spegnere la speranza. A proposito di questo, il corteo ha avuto il suo punto di arrivo in piazza dei Cavalieri davanti alla “scuola normale” . Qui, prima del comizio finale, hanno preso la parola i bambini leggendo i loro messaggi per un mondo migliore. Alla fine nemmeno la pioggia improvvisa è riuscita a rovinare l’atmosfera. Anzi, l’ho vista come un segno. Prima di uscire di casa, con la mia consueta prudenza, avevo visitato 2 siti meteo per decidere se portarmi un ombrello. Non avendo avuto riscontri di precipitazioni, ho optato per lasciar perdere. Dopo 3 ore ero bagnato fradicio. Come se il tempo avesse voluto sottolineare che , nonostante i nostri potenti mezzi, non potrà mai essere controllato né previsto con certezza.

Figli della Madre Terra

Quando si parla di genocidio viene subito alla mente lo sterminio degli ebrei operato dai nazisti nella seconda guerra mondiale e la soluzione finale adottata da Hitler. Purtroppo non è stato l’unico nella storia moderna e uno di questi, passato quasi inosservato, è avvenuto nella terra delle opportunità. All’inizio del 1800, nel territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti, vivevano oltre un milione di indigeni e si spostavano liberi almeno 50 milioni di bisonti (che erano alla base della sopravvivenza dei primi) . Alla fine di quel secolo, con la conquista del West da parte degli emigrati europei, erano rimasti 237.000 indiani ed un migliaio di bisonti. Della loro civiltà, prima dell’arrivo dei bianchi, non si parla molto sui libri di storia e per parecchio tempo non sono stati considerati importanti. In realtà non venivano ritenuti nemmeno “veri” esseri umani, ma alla stregua degli animali. Dal canto loro le tribù dei pellerossa non possedevano documenti scritti e le loro tradizioni venivano passate di generazione in generazione soltanto oralmente. Successivamente, nel XX secolo, la percezione di questi individui è stata distorta dagli stereotipi che ci ha consegnato Hollywood. Prima, negli anni cinquanta, come “ombre rosse” spietate ed assetate di sangue, poi come esseri mansueti vittime della crudeltà dei bianchi. La verità è che erano uomini, con le loro debolezze ed i loro peccati, ma uomini liberi. Dopo sono stati cacciati, rinchiusi nelle riserve, umiliati ed infine corrotti dal “progresso” portato dagli stranieri. Essi, però, possedevano già una civiltà e non erano affatto selvaggi senza Dio. La differenza fondamentale con i futuri invasori era la visione della Natura. Per loro la Terra non rappresentava qualcosa da dominare e sfruttare, ma , al contrario, la consideravano come un gigantesco essere vivente da rispettare. Era logico adattarsi all’ambiente per farne parte. Infatti le popolazioni native, a seconda della loro collocazione, adottavano stili di vita completamente diversi. Ad esempio i gruppi che vivevano nei deserti del sud-ovest costruivano abitazioni di pietra e fango e tessevano gli indumenti con fibre vegetali; le tribù artiche abitavano in costruzioni di ghiaccio e neve nei lunghi mesi invernali e i loro abiti erano ricavati dalle pellicce dei vari animali; quelle delle grandi praterie erano nomadi e si spostavano seguendo le mandrie di bisonti dai quali dipendevano quasi completamente. Per il cibo, per le pelli delle tende e ne utilizzavano perfino le ossa per costruire attrezzi e giocattoli. Tra quest’ultimi indigeni vi erano anche i Lakota Sioux che occupavano un vastissimo territorio , dall’attuale Wyoming al Sud Dakota. Personalmente sono rimasto affascinato dalla loro cultura e pensando agli europei emigrati , i quali hanno cercato in ogni modo di convertirli alla nostra religione considerandoli infedeli, oggi mi viene da sorridere (amaramente). Probabilmente, se avessi potuto vivere la loro spiritualità, avrei rischiato io di esserne convertito. Nel nostro credo la vita terrena è solo un passaggio che ci porterà in un eterno Regno dei Cieli. Per loro la Terra stessa è il Paradiso donato dal Grande Spirito e nessuno lo avrebbe mai considerato come una risorsa economica. Qualcuno ha definito tali popoli come i primi ecologisti, ma in realtà questa è una parola che nemmeno conoscevano. Semplicemente, quel modo di esistere rientrava nell’ordine delle cose . Leggendo storie su personaggi di grande spessore come Nuvola Rossa, Alce Nero, Cavallo Pazzo o Toro Seduto ci si rende conto di quanto sia inadeguata la definizione “selvaggi”. Nel nostro tempo è irrealistico vivere come facevano le popolazioni indiane, ma mi piace pensare che oggi più che mai sia importante riscoprire molti degli insegnamenti che ci hanno lasciato. Possiamo adeguare la modernità ed il progresso in modo più equilibrato tenendo presente che non siamo i padroni del mondo, né tantomeno divinità. Siamo sempre e solo esseri umani e come tali (al pari delle altre creature) figli della Madre Terra.

PREGHIERA ALLA GRANDE MADRE TERRA

Grande Madre, che senti e ascolti tutti, tu da cui tutte le cose buone provengono … È il tuo abbraccio che sentiremo quando a te ritorneremo …

Un mare di plastica

Ad una cena di classe dei bambini, parlando con i vari genitori, mi sono accorto che in pochi erano a conoscenza di un continente galleggiante in mezzo al Pacifico. Non che io abbia una cultura più ampia ; solo il mio interesse per l’argomento e la lettura di un libro mi hanno fatto scoprire il Pacific Trash Vortex o più semplicemente, Isola di plastica. Non è il genere di notizia a cui si dà risalto sui media, ma è un problema reale e non di dimensioni ridotte. Parliamo di un ammasso di rifiuti che si estende su una superficie 4 volte quella dell’Italia e profonda 30 metri, ma non è facile stabilirlo con precisione. Consiste in una poltiglia melmosa, a Nord delle isole Hawaii, creatasi dal disfacimento degli oggetti plastici sotto le azioni del sole e dell’acqua marina. È stata formata dalle correnti oceaniche che in quell’area si muovono a spirale. Si ipotizza che l’ammasso informe abbia avuto origine alla fine degli anni ’50, ma è stato individuato ufficialmente soltanto nel 1997 perché non visibile dai satelliti e collocato fuori dalle rotte di navigazione. Questa è la più grande, ma ne esistono altre 5 di enormi dimensioni dislocate nei differenti oceani (leggi qui). Il pericolo maggiore è che la plastica non si degrada praticamente mai (servono diverse centinaia di anni), ma si scompone in parti sempre più piccole fino a renderne impossibile un qualsiasi tipo di recupero. Le microplastiche vengono scambiate per plancton dalle creature marine contaminando la catena alimentare. Significa che entrano a tutti gli effetti sulle nostre tavole e non importa dove vengano pescati i pesci perché il grande mangia il piccolo e non rimane nel proprio “orticello”. Tra l’altro, isole simili di dimensioni ridotte sono state avvistate ovunque, anche nei nostri mari. Si calcola che oltre 1/3 della plastica prodotta ogni anno finisca negli ecosistemi. Faremmo meglio a raccogliere le bottigliette (o altro) che galleggiano insieme a noi mentre facciamo il bagno. Altrimenti c’è il forte rischio di ritrovarle nel menu del ristorantino in cui ci piace cenare, sotto altra forma .. . Ho letto un articolo dove si sostiene che quasi il 90% dei rifiuti scaricati negli oceani provengono dai 10 maggiori fiumi mondiali (8 asiatici e 2 africani) . Attualmente può essere plausibile, anche se non esiste un “pallottoliere” per l’immondizia. Probabilmente nei paesi in via di sviluppo c’è una minore attenzione allo smaltimento degli scarti. Comunque, questa teoria non giustifica la presenza delle varie isole di plastica per le quali sono servite diverse decine di anni. E non può trasformarsi in un alibi per gli altri continenti. Sarà capitato a tutti di uscire da una delle nostre spiagge, apparentemente pulita, e dietro una duna trovare .. di tutto ! Direi che quella roba non può essere stata trasportata dal Nilo o dal Gange . Ancora oggi ho un ricordo vivido di un episodio della mia infanzia. Alle scuole medie , durante un compito in classe di matematica, la professoressa mi becco’ mentre usavo una calcolatrice di nascosto. Quando alzai la testa e la vidi davanti a me , provai una grande vergogna. Senza pensare indicai il mio compagno di banco dicendo “ce l’ha anche lui”. Alla fine dell’ora non seppi come giustificarmi col mio amico, ma a distanza di anni l’ho ben chiaro. Sapevo di essere in torto e volevo soltanto spostare l’attenzione da me . Non mi importava chi avessi messo in mezzo. Ormai non è più tempo dei “lo fanno tutti” o “c’è di peggio” . È il momento che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Dai governi, i quali di certo non sono formati da ragazzini (anche se a volte non è chiarissimo), ai singoli cittadini. Tutti noi possiamo fare qualcosa, soprattutto con il buon esempio che resta la miglior forma di educazione.

Tanti saluti anche al koala

Tra le notizie che hanno attirato la mia attenzione negli ultimi mesi, ce n’è una che non mi sarei aspettato: i koala si stanno estinguendo ! Di certo non si tratta di un caso isolato considerato che ogni giorno nel mondo scompaiono circa un centinaio di specie . Nel mio immaginario, però, l’Australia era la nazione con minori problemi vista l’esigua popolazione (“soltanto” 25 milioni di persone) in relazione agli immensi spazi. Un paese che rappresenta una sorta di “Nuovo Mondo” ricco di possibilità per chi volesse cambiare vita. Un po’ come lo è stato il Nord America due secoli fa per i nostri antenati. Forse questa idea nasce dalla distanza che ci separa, essendo geograficamente l’area a noi più lontana e magari potrà anche essere così per le opportunità professionali, ma dal punto di vista ambientale anche là non se la passano troppo bene (a testimonianza del fatto che nessun luogo sfugge ai cambiamenti climatici). A causa del riscaldamento globale nei prossimi decenni l’Australia avrà soltanto 3 stagioni : l’autunno, la primavera e la “Nuova Estate”. Questa di estate ha portato temperature record causando la morte di un milione di pesci , migliaia di volpi volanti e tantissimi altri animali rimasti senz’acqua. Insomma, non proprio quel paradiso incontaminato che ci si potrebbe immaginare guardando i documentari in TV. Ritornando al koala, tuttavia, non mi sarei mai immaginato che il rischio di estinzione potesse riguardare una piccola creatura mansueta ed icona del paese in cui vive. Secondo l’ Australian Koala Foundation, la popolazione di questi mammiferi è “funzionalmente estinta” (leggi qui). Significa che il numero dei koala è talmente ridotto da avere un’influenza irrilevante sul territorio e non essere in grado di garantire una riproduzione per la futura generazione. Attualmente ne sono rimasti circa 80mila esemplari a fronte degli 8 milioni all’inizio del ‘900 (l’ 1% !). Nei primi decenni del XX secolo la principale ragione è stata il bracconaggio allo scopo di commercializzarne le pellicce. Oggi, i cambiamenti climatici e soprattutto la deforestazione degli eucalipti (loro principale fonte di cibo) ne sono le cause. Ovviamente il koala ha un ruolo fondamentale nell’ecosistema contribuendo alla salute delle piante , mangiandone le foglie più alte e concimando il terreno vicino. Ma qui il problema è stato risolto alla radice (letteralmente) visto che gli alberi continuano ad essere tagliati . Le persone spesso classificano alcuni animali come inutili, senza pensare a quanto sia necessaria la biodiversità. Anche l’insetto più piccolo è collegato ad ogni forma di vita, compresa la nostra. “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra , all’uomo non resterebbero che 4 anni di vita” , affermava Einstein (mica lo scemo del villaggio !). A parte questo, il koala è un simbolo australiano (primato che condivide col canguro) . Mia figlia ha un quaderno del WWF (che adora) con la foto del simpatico animaletto e credo che tutti i bambini in età scolastica sappiano riconoscerlo e dove vive. Quindi mi chiedo: “se trattiamo in questo modo le nostre star, come possiamo comportarci con il resto della flora e della fauna ” ? Temo che la risposta non sia confortante e leoni, elefanti, tigri o panda (per citarne solo alcuni) sono li a testimoniarlo, ma non importa nemmeno andare troppo lontano. In Italia ci sono molte specie a rischio come l’orso marsicano, l’ aquila del Bonelli o la lucertola delle Eolie. Mi viene solo da pensare che , come dicono i proverbi, “tutto il mondo è paese” e di sicuro non è un bel paese per le creature che non riescono ad adattarsi a noi .

Non mandiamo tutto in fumo

Una delle peggiori abitudini adottata da molti fumatori è quella di gettare a terra i mozziconi. Succede ovunque : in città, dove la cicca viene spiaccicata con la punta del piede o in auto, buttata fuori dal finestrino col gesto del tiro della biglia. Ma il luogo più colpito dal problema resta la spiaggia che in estate si trasforma in un gigantesco posacenere e dove i resti delle sigarette vengono piantati nella sabbia. Questa è una vera e propria consuetudine eseguita meccanicamente. Ogni volta vorrei urlare : “prendere un bicchiere fa fatica ? Lo sai che servono più di 10 anni prima che il filtro si degradi ?”. Ormai è un comportamento talmente radicato che c’è anche il rischio di prendersi un bel “vaffa..” (sperimentato). Per evitare risse verbali, di solito, mi limito alla raccolta nella mia zona di competenza, ma almeno dai conoscenti pretendo civiltà. Il ragionamento sulla negatività del tabagismo (sotto ogni aspetto) mi ha suggerito un parallelismo con le problematiche ambientali. Che il fumo faccia male alla salute è indiscutibile. Sui pacchetti di sigarette sono stampate delle frasi terribili : “il fumo uccide”, “causa il cancro”, “favorisce l’impotenza”, ecc. Anche gli studi e le statistiche non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Qualsiasi medico con buon senso direbbe ad un paziente fumatore di smettere o quantomeno ridurne il consumo. Nonostante tutto ciò milioni di persone continuano a fumare e non prendono nemmeno in considerazione l’idea di cessare. Spesso si comincia da giovanissimi, un po’ incoscientemente, per un’idea di virilità/femminilità inculcataci da vari modelli e/o per un senso di ribellione. Poi subentrano le dipendenze fisica e psicologica . Di fatto, però, non è infrequente sentire adulti che ripetono storie come “mio nonno fumava 2 pacchetti al giorno ed è vissuto fino a 92 anni !” . Succede, ma dubito ne sia la causa. Altri provano a smettere ogni 6 mesi, ma ogni volta “non è il momento giusto” e desistono. Questo non perché manchino le informazioni. Semplicemente non c’è una paura immediata. Le conseguenze del fumo di solito si fanno sentire dopo 2 decenni o magari mai, però non è molto saggio affidare la propria vita alla sorte. Un amico mi ha consigliato di non eccedere con i moniti perché la paura non smuove le coscienze. Non sono d’accordo. Come si dice “la paura fa 90” , ma deve essere qualcosa di immediato e riconoscibile. Se venisse scoperta una contaminazione al latte , anche se per pochi lotti in commercio, ci sarebbe un immediato crollo degli acquisti . Come è accaduto con il morbo della “mucca pazza”. Allo stesso modo un attentato in un museo di Londra farebbe svuotare per mesi anche i musei italiani. Ma se i fondamentalisti massacrano 100 persone in Nigeria ci sentiamo più sereni. Non per cattiveria. Semplicemente riconosciamo gli inglesi come nostri simili e un attacco a loro è un attacco al nostro mondo. Gli stessi ragionamenti vengono fatti per il Clima. Abbiamo molteplici diagnosi dei “dottori” e sappiamo a cosa stiamo andando incontro. Conosciamo i rimedi per evitare il peggio , ma dobbiamo cambiare abitudini e rinunciare a ciò di cui siamo ormai “dipendenti”. Le conseguenze non sono immediate e non sono certe. Nessuno può sapere esattamente quando il sistema collassara’ e come. Ma le previsioni non lasciano molto spazio all’ ottimismo. È la condizione dei fumatori. Se il medico comunicasse loro una grave malattia ai polmoni, cosa accadrebbe ? Probabilmente la stragrande maggioranza degli individui troncherebbe con il fumo seduta stante. A quel punto, però, la situazione sarebbe già ampiamente compromessa. Dovremmo tutti farci un esame di coscienza e cercare di non superare quel “punto di non ritorno” per noi ed il nostro pianeta.