Cronaca dalla piazza

Pisa, 27/09/2019

Lo scorso venerdì mattina sono uscito di casa un po’ preoccupato. La sera precedente avevo deciso di andare alla manifestazione del fridays for future a Pisa (e non Lucca) in quanto città universitaria, pensando fosse più partecipata. Nonostante questo avevo il timore potesse rivelarsi un flop. Per fortuna , arrivato in piazza Guerrazzi alle 9 in punto i miei dubbi sono stati fugati. C’erano già moltissime persone e minuto dopo minuto l’affluenza ha continuato ad aumentare. Le presenze erano variegate. Naturalmente la componente principale era rappresentata dagli studenti, ma non mancavano individui di tutte le età e diversi genitori con bambini appresso. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere alcuni professori accompagnare i propri alunni (cosa che ho dedotto dalle conversazioni). Fin da subito ho percepito un entusiasmo palpabile dal quale anche io, che non mi definirei un ottimista, sono stato coinvolto. Avranno contribuito il sentirsi nuovamente un universitario per un giorno o , col mio block notes e il telefono per scattare foto , un inviato freelance , ma ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto. Ovviamente, specie tra i ragazzi più giovani, ci saranno stati alcuni con il solo obiettivo di saltare la scuola. Non sono un ingenuo, una percentuale di “perditempo” è fisiologica . Resta incoraggiante, però, che dopo anni di silenzio finalmente qualcosa si stia muovendo e simili iniziative ne sono la prova. Ogni evento può essere analizzato da diverse prospettive ed esaltato o criticato allo stesso tempo. A chi sostiene che i giovani dovrebbero soltanto studiare e , se così preoccupati dal riscaldamento globale magari diventare climatologi, risponderei che di certo gli scienziati non mancano, ma restano spesso inascoltati. Non è incoraggiante la prospettiva di lavorare come ricercatori, a volte precari, nelle Università per 1000 euro al mese e con la frustrante eventualità di essere smentiti da qualche politico che ad una Facoltà si è iscritto soltanto per avere lo sconto nei cinema. Probabilmente è più soddisfacente aprire una gelateria. E anche più redditizio se le temperature continueranno a salire e gli inverni saranno più corti .. . Tornando alla giornata, tutto si è svolto nella massima civiltà (per il dispiacere di alcuni detrattori) ed il corteo si è spostato per le vie della città in perfetto ordine. Sono stati lanciati vari slogan (mai violenti) ed esposti centinaia di striscioni e cartelli colorati di ogni dimensione . Questi hanno puntato su diversi aspetti : la lotta allo spreco; la salvaguardia degli ecosistemi; le responsabilità della politica; i diritti umani e molti altri temi. Alcuni erano piuttosto spiritosi. Dalle 50 sfumature di verde, al fumetto del dinosauro che dice, anche io pensavo di avere più tempo. Tutti, però, con un denominatore comune : il futuro. Un particolare che mi ha colpito è stato il numero dei manifesti scritti in inglese. A testimonianza di quanto i ragazzi si sentano cosmopoliti . Questa è la generazione nata con Internet. Alla faccia dei Trump o Bolsonaro che all’ ONU hanno parlato di confini e patriottismo. Come ha detto Greta (Thunberg) , le hanno rubato i sogni, ma non sono ancora riusciti a spegnere la speranza. A proposito di questo, il corteo ha avuto il suo punto di arrivo in piazza dei Cavalieri davanti alla “scuola normale” . Qui, prima del comizio finale, hanno preso la parola i bambini leggendo i loro messaggi per un mondo migliore. Alla fine nemmeno la pioggia improvvisa è riuscita a rovinare l’atmosfera. Anzi, l’ho vista come un segno. Prima di uscire di casa, con la mia consueta prudenza, avevo visitato 2 siti meteo per decidere se portarmi un ombrello. Non avendo avuto riscontri di precipitazioni, ho optato per lasciar perdere. Dopo 3 ore ero bagnato fradicio. Come se il tempo avesse voluto sottolineare che , nonostante i nostri potenti mezzi, non potrà mai essere controllato né previsto con certezza.

Figli della Madre Terra

Quando si parla di genocidio viene subito alla mente lo sterminio degli ebrei operato dai nazisti nella seconda guerra mondiale e la soluzione finale adottata da Hitler. Purtroppo non è stato l’unico nella storia moderna e uno di questi, passato quasi inosservato, è avvenuto nella terra delle opportunità. All’inizio del 1800, nel territorio che oggi chiamiamo Stati Uniti, vivevano oltre un milione di indigeni e si spostavano liberi almeno 50 milioni di bisonti (che erano alla base della sopravvivenza dei primi) . Alla fine di quel secolo, con la conquista del West da parte degli emigrati europei, erano rimasti 237.000 indiani ed un migliaio di bisonti. Della loro civiltà, prima dell’arrivo dei bianchi, non si parla molto sui libri di storia e per parecchio tempo non sono stati considerati importanti. In realtà non venivano ritenuti nemmeno “veri” esseri umani, ma alla stregua degli animali. Dal canto loro le tribù dei pellerossa non possedevano documenti scritti e le loro tradizioni venivano passate di generazione in generazione soltanto oralmente. Successivamente, nel XX secolo, la percezione di questi individui è stata distorta dagli stereotipi che ci ha consegnato Hollywood. Prima, negli anni cinquanta, come “ombre rosse” spietate ed assetate di sangue, poi come esseri mansueti vittime della crudeltà dei bianchi. La verità è che erano uomini, con le loro debolezze ed i loro peccati, ma uomini liberi. Dopo sono stati cacciati, rinchiusi nelle riserve, umiliati ed infine corrotti dal “progresso” portato dagli stranieri. Essi, però, possedevano già una civiltà e non erano affatto selvaggi senza Dio. La differenza fondamentale con i futuri invasori era la visione della Natura. Per loro la Terra non rappresentava qualcosa da dominare e sfruttare, ma , al contrario, la consideravano come un gigantesco essere vivente da rispettare. Era logico adattarsi all’ambiente per farne parte. Infatti le popolazioni native, a seconda della loro collocazione, adottavano stili di vita completamente diversi. Ad esempio i gruppi che vivevano nei deserti del sud-ovest costruivano abitazioni di pietra e fango e tessevano gli indumenti con fibre vegetali; le tribù artiche abitavano in costruzioni di ghiaccio e neve nei lunghi mesi invernali e i loro abiti erano ricavati dalle pellicce dei vari animali; quelle delle grandi praterie erano nomadi e si spostavano seguendo le mandrie di bisonti dai quali dipendevano quasi completamente. Per il cibo, per le pelli delle tende e ne utilizzavano perfino le ossa per costruire attrezzi e giocattoli. Tra quest’ultimi indigeni vi erano anche i Lakota Sioux che occupavano un vastissimo territorio , dall’attuale Wyoming al Sud Dakota. Personalmente sono rimasto affascinato dalla loro cultura e pensando agli europei emigrati , i quali hanno cercato in ogni modo di convertirli alla nostra religione considerandoli infedeli, oggi mi viene da sorridere (amaramente). Probabilmente, se avessi potuto vivere la loro spiritualità, avrei rischiato io di esserne convertito. Nel nostro credo la vita terrena è solo un passaggio che ci porterà in un eterno Regno dei Cieli. Per loro la Terra stessa è il Paradiso donato dal Grande Spirito e nessuno lo avrebbe mai considerato come una risorsa economica. Qualcuno ha definito tali popoli come i primi ecologisti, ma in realtà questa è una parola che nemmeno conoscevano. Semplicemente, quel modo di esistere rientrava nell’ordine delle cose . Leggendo storie su personaggi di grande spessore come Nuvola Rossa, Alce Nero, Cavallo Pazzo o Toro Seduto ci si rende conto di quanto sia inadeguata la definizione “selvaggi”. Nel nostro tempo è irrealistico vivere come facevano le popolazioni indiane, ma mi piace pensare che oggi più che mai sia importante riscoprire molti degli insegnamenti che ci hanno lasciato. Possiamo adeguare la modernità ed il progresso in modo più equilibrato tenendo presente che non siamo i padroni del mondo, né tantomeno divinità. Siamo sempre e solo esseri umani e come tali (al pari delle altre creature) figli della Madre Terra.

PREGHIERA ALLA GRANDE MADRE TERRA

Grande Madre, che senti e ascolti tutti, tu da cui tutte le cose buone provengono … È il tuo abbraccio che sentiremo quando a te ritorneremo …

Un mare di plastica

Ad una cena di classe dei bambini, parlando con i vari genitori, mi sono accorto che in pochi erano a conoscenza di un continente galleggiante in mezzo al Pacifico. Non che io abbia una cultura più ampia ; solo il mio interesse per l’argomento e la lettura di un libro mi hanno fatto scoprire il Pacific Trash Vortex o più semplicemente, Isola di plastica. Non è il genere di notizia a cui si dà risalto sui media, ma è un problema reale e non di dimensioni ridotte. Parliamo di un ammasso di rifiuti che si estende su una superficie 4 volte quella dell’Italia e profonda 30 metri, ma non è facile stabilirlo con precisione. Consiste in una poltiglia melmosa, a Nord delle isole Hawaii, creatasi dal disfacimento degli oggetti plastici sotto le azioni del sole e dell’acqua marina. È stata formata dalle correnti oceaniche che in quell’area si muovono a spirale. Si ipotizza che l’ammasso informe abbia avuto origine alla fine degli anni ’50, ma è stato individuato ufficialmente soltanto nel 1997 perché non visibile dai satelliti e collocato fuori dalle rotte di navigazione. Questa è la più grande, ma ne esistono altre 5 di enormi dimensioni dislocate nei differenti oceani (leggi qui). Il pericolo maggiore è che la plastica non si degrada praticamente mai (servono diverse centinaia di anni), ma si scompone in parti sempre più piccole fino a renderne impossibile un qualsiasi tipo di recupero. Le microplastiche vengono scambiate per plancton dalle creature marine contaminando la catena alimentare. Significa che entrano a tutti gli effetti sulle nostre tavole e non importa dove vengano pescati i pesci perché il grande mangia il piccolo e non rimane nel proprio “orticello”. Tra l’altro, isole simili di dimensioni ridotte sono state avvistate ovunque, anche nei nostri mari. Si calcola che oltre 1/3 della plastica prodotta ogni anno finisca negli ecosistemi. Faremmo meglio a raccogliere le bottigliette (o altro) che galleggiano insieme a noi mentre facciamo il bagno. Altrimenti c’è il forte rischio di ritrovarle nel menu del ristorantino in cui ci piace cenare, sotto altra forma .. . Ho letto un articolo dove si sostiene che quasi il 90% dei rifiuti scaricati negli oceani provengono dai 10 maggiori fiumi mondiali (8 asiatici e 2 africani) . Attualmente può essere plausibile, anche se non esiste un “pallottoliere” per l’immondizia. Probabilmente nei paesi in via di sviluppo c’è una minore attenzione allo smaltimento degli scarti. Comunque, questa teoria non giustifica la presenza delle varie isole di plastica per le quali sono servite diverse decine di anni. E non può trasformarsi in un alibi per gli altri continenti. Sarà capitato a tutti di uscire da una delle nostre spiagge, apparentemente pulita, e dietro una duna trovare .. di tutto ! Direi che quella roba non può essere stata trasportata dal Nilo o dal Gange . Ancora oggi ho un ricordo vivido di un episodio della mia infanzia. Alle scuole medie , durante un compito in classe di matematica, la professoressa mi becco’ mentre usavo una calcolatrice di nascosto. Quando alzai la testa e la vidi davanti a me , provai una grande vergogna. Senza pensare indicai il mio compagno di banco dicendo “ce l’ha anche lui”. Alla fine dell’ora non seppi come giustificarmi col mio amico, ma a distanza di anni l’ho ben chiaro. Sapevo di essere in torto e volevo soltanto spostare l’attenzione da me . Non mi importava chi avessi messo in mezzo. Ormai non è più tempo dei “lo fanno tutti” o “c’è di peggio” . È il momento che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Dai governi, i quali di certo non sono formati da ragazzini (anche se a volte non è chiarissimo), ai singoli cittadini. Tutti noi possiamo fare qualcosa, soprattutto con il buon esempio che resta la miglior forma di educazione.

Tanti saluti anche al koala

Tra le notizie che hanno attirato la mia attenzione negli ultimi mesi, ce n’è una che non mi sarei aspettato: i koala si stanno estinguendo ! Di certo non si tratta di un caso isolato considerato che ogni giorno nel mondo scompaiono circa un centinaio di specie . Nel mio immaginario, però, l’Australia era la nazione con minori problemi vista l’esigua popolazione (“soltanto” 25 milioni di persone) in relazione agli immensi spazi. Un paese che rappresenta una sorta di “Nuovo Mondo” ricco di possibilità per chi volesse cambiare vita. Un po’ come lo è stato il Nord America due secoli fa per i nostri antenati. Forse questa idea nasce dalla distanza che ci separa, essendo geograficamente l’area a noi più lontana e magari potrà anche essere così per le opportunità professionali, ma dal punto di vista ambientale anche là non se la passano troppo bene (a testimonianza del fatto che nessun luogo sfugge ai cambiamenti climatici). A causa del riscaldamento globale nei prossimi decenni l’Australia avrà soltanto 3 stagioni : l’autunno, la primavera e la “Nuova Estate”. Questa di estate ha portato temperature record causando la morte di un milione di pesci , migliaia di volpi volanti e tantissimi altri animali rimasti senz’acqua. Insomma, non proprio quel paradiso incontaminato che ci si potrebbe immaginare guardando i documentari in TV. Ritornando al koala, tuttavia, non mi sarei mai immaginato che il rischio di estinzione potesse riguardare una piccola creatura mansueta ed icona del paese in cui vive. Secondo l’ Australian Koala Foundation, la popolazione di questi mammiferi è “funzionalmente estinta” (leggi qui). Significa che il numero dei koala è talmente ridotto da avere un’influenza irrilevante sul territorio e non essere in grado di garantire una riproduzione per la futura generazione. Attualmente ne sono rimasti circa 80mila esemplari a fronte degli 8 milioni all’inizio del ‘900 (l’ 1% !). Nei primi decenni del XX secolo la principale ragione è stata il bracconaggio allo scopo di commercializzarne le pellicce. Oggi, i cambiamenti climatici e soprattutto la deforestazione degli eucalipti (loro principale fonte di cibo) ne sono le cause. Ovviamente il koala ha un ruolo fondamentale nell’ecosistema contribuendo alla salute delle piante , mangiandone le foglie più alte e concimando il terreno vicino. Ma qui il problema è stato risolto alla radice (letteralmente) visto che gli alberi continuano ad essere tagliati . Le persone spesso classificano alcuni animali come inutili, senza pensare a quanto sia necessaria la biodiversità. Anche l’insetto più piccolo è collegato ad ogni forma di vita, compresa la nostra. “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra , all’uomo non resterebbero che 4 anni di vita” , affermava Einstein (mica lo scemo del villaggio !). A parte questo, il koala è un simbolo australiano (primato che condivide col canguro) . Mia figlia ha un quaderno del WWF (che adora) con la foto del simpatico animaletto e credo che tutti i bambini in età scolastica sappiano riconoscerlo e dove vive. Quindi mi chiedo: “se trattiamo in questo modo le nostre star, come possiamo comportarci con il resto della flora e della fauna ” ? Temo che la risposta non sia confortante e leoni, elefanti, tigri o panda (per citarne solo alcuni) sono li a testimoniarlo, ma non importa nemmeno andare troppo lontano. In Italia ci sono molte specie a rischio come l’orso marsicano, l’ aquila del Bonelli o la lucertola delle Eolie. Mi viene solo da pensare che , come dicono i proverbi, “tutto il mondo è paese” e di sicuro non è un bel paese per le creature che non riescono ad adattarsi a noi .

Non mandiamo tutto in fumo

Una delle peggiori abitudini adottata da molti fumatori è quella di gettare a terra i mozziconi. Succede ovunque : in città, dove la cicca viene spiaccicata con la punta del piede o in auto, buttata fuori dal finestrino col gesto del tiro della biglia. Ma il luogo più colpito dal problema resta la spiaggia che in estate si trasforma in un gigantesco posacenere e dove i resti delle sigarette vengono piantati nella sabbia. Questa è una vera e propria consuetudine eseguita meccanicamente. Ogni volta vorrei urlare : “prendere un bicchiere fa fatica ? Lo sai che servono più di 10 anni prima che il filtro si degradi ?”. Ormai è un comportamento talmente radicato che c’è anche il rischio di prendersi un bel “vaffa..” (sperimentato). Per evitare risse verbali, di solito, mi limito alla raccolta nella mia zona di competenza, ma almeno dai conoscenti pretendo civiltà. Il ragionamento sulla negatività del tabagismo (sotto ogni aspetto) mi ha suggerito un parallelismo con le problematiche ambientali. Che il fumo faccia male alla salute è indiscutibile. Sui pacchetti di sigarette sono stampate delle frasi terribili : “il fumo uccide”, “causa il cancro”, “favorisce l’impotenza”, ecc. Anche gli studi e le statistiche non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Qualsiasi medico con buon senso direbbe ad un paziente fumatore di smettere o quantomeno ridurne il consumo. Nonostante tutto ciò milioni di persone continuano a fumare e non prendono nemmeno in considerazione l’idea di cessare. Spesso si comincia da giovanissimi, un po’ incoscientemente, per un’idea di virilità/femminilità inculcataci da vari modelli e/o per un senso di ribellione. Poi subentrano le dipendenze fisica e psicologica . Di fatto, però, non è infrequente sentire adulti che ripetono storie come “mio nonno fumava 2 pacchetti al giorno ed è vissuto fino a 92 anni !” . Succede, ma dubito ne sia la causa. Altri provano a smettere ogni 6 mesi, ma ogni volta “non è il momento giusto” e desistono. Questo non perché manchino le informazioni. Semplicemente non c’è una paura immediata. Le conseguenze del fumo di solito si fanno sentire dopo 2 decenni o magari mai, però non è molto saggio affidare la propria vita alla sorte. Un amico mi ha consigliato di non eccedere con i moniti perché la paura non smuove le coscienze. Non sono d’accordo. Come si dice “la paura fa 90” , ma deve essere qualcosa di immediato e riconoscibile. Se venisse scoperta una contaminazione al latte , anche se per pochi lotti in commercio, ci sarebbe un immediato crollo degli acquisti . Come è accaduto con il morbo della “mucca pazza”. Allo stesso modo un attentato in un museo di Londra farebbe svuotare per mesi anche i musei italiani. Ma se i fondamentalisti massacrano 100 persone in Nigeria ci sentiamo più sereni. Non per cattiveria. Semplicemente riconosciamo gli inglesi come nostri simili e un attacco a loro è un attacco al nostro mondo. Gli stessi ragionamenti vengono fatti per il Clima. Abbiamo molteplici diagnosi dei “dottori” e sappiamo a cosa stiamo andando incontro. Conosciamo i rimedi per evitare il peggio , ma dobbiamo cambiare abitudini e rinunciare a ciò di cui siamo ormai “dipendenti”. Le conseguenze non sono immediate e non sono certe. Nessuno può sapere esattamente quando il sistema collassara’ e come. Ma le previsioni non lasciano molto spazio all’ ottimismo. È la condizione dei fumatori. Se il medico comunicasse loro una grave malattia ai polmoni, cosa accadrebbe ? Probabilmente la stragrande maggioranza degli individui troncherebbe con il fumo seduta stante. A quel punto, però, la situazione sarebbe già ampiamente compromessa. Dovremmo tutti farci un esame di coscienza e cercare di non superare quel “punto di non ritorno” per noi ed il nostro pianeta.

Continuavano a chiamarlo .. “comunista”

A volte, mentre esprimo le mie visioni sulla crisi climatica e magari rompo le scatole ad amici e conoscenti che vorrebbero rilassarsi parlando di donne, calcio o vacanze , mi sento apostrofare con “ecco il solito comunista” . Sicuramente si tratta, nella maggior parte dei casi, di bonarie prese in giro. Comunque, un fondo di verità c’è sempre, anche negli sfotto’ . Comunista ? Magari al tempo della scuola e senza nemmeno capirne interamente il significato, ma oggi non mi riconosco nella definizione. Se penso al socialismo reale non credo sarei stato a mio agio nei paesi dove veniva applicato. E per quello che ho studiato della loro economia, lo sviluppo era basato sullo sfruttamento delle risorse naturali esattamente come nel capitalismo. Alla Natura poco importa che i mezzi di produzione siano in mano a privati o allo Stato. Invece, se ci si riferisce alla mia critica verso un modello dove “avere = essere” , allora posso capire, ma resto dell’idea che il termine non sia corretto. È possibile dividere le nostre abitudini in “destra” o “sinistra” come faceva ironicamente una vecchia canzone di Gaber ? Ad una persona di “destra” non importa se respira polveri sottili mentre passeggia ? È contenta se i propri figli nuotano dell’immondizia ? Ovviamente sono domande retoriche. Il pianeta è la nostra casa ed a tutti dovrebbe interessare mantenere la propria abitazione nelle migliori condizioni possibili, lasciandola integra per i propri figli. Al limite possiamo discutere sulle “ristrutturazioni” da fare. Queste classificazioni in fascisti, comunisti o democristiani, probabilmente fanno parte del nostro retaggio culturale di italiani come la pasta, l’espresso e il patriottismo ostentato (solo) quando gioca la nazionale. Negli anni il contesto sociale è profondamente cambiato, ma forse, per alcuni aspetti, siamo ancora il paese di Don Camillo e Peppone. Non ho mai letto i libri di Guareschi , però ho amato i film con Gino Cervi e Fernandel fin da piccolo. Devo ammettere che da bambino avevo una leggera preferenza per il sindaco forse perché, essendo cresciuto in una famiglia di operai, sentivo una maggiore affinità. Tuttavia il mio principale tifo è sempre andato all’amicizia dei protagonisti, così diversi e così simili. Ho sempre creduto nell’amicizia e ci credo ancora. Non giudico le persone dalla croce messa sopra un simbolo e so benissimo che , al di là delle battute di rito, gli amici mi ascoltano senza giudicare. Quindi continuerò a prendermi di buon grado del comunista (rompiballe) , anche se sono quello che non si ritrova in nessun partito (alle ultime elezioni, ahimè, non ho neppure votato) ; quello che non sopporta i tifosi della propria squadra; quello che manda i soldi a Legambiente, ma non compila il modulo per diventarne socio. Sono uscito molto male anche dalla mia esperienza di sindacalista . Oltre alla diffusa (e malcelata) ambizione dei militanti più attivi di “smettere di lavorare” , non so ancora se mi faceva più ridere o infuriare vedere quelli che ai Congressi prendevano la parola esordendo con un anacronistico “compagni”, per poi tornare a sedersi ed a chattare su Facebook infischiandosene degli interventi successivi. Alla faccia dell’interesse collettivo prima dell’individualismo ! Naturalmente ci sono anche persone che credono sul serio in ciò che fanno. Ed io credo in quelle persone, ma non sento il senso di appartenenza alle sigle o ai simboli. Non più . Questo è un mio limite, ma anche una forza. Sono sempre stato libero nelle mie idee e spero di continuare ad esserlo.

SOS : la Terra brucia !

Nel mio piccolo vorrei distogliere l’attenzione dalla “solita” crisi di Governo a favore di quella che, a mio parere, dovrebbe essere la notizia principale dei TG, ogni giorno. L’Artico sta bruciando. Non stiamo parlando di un fenomeno ristretto, ma di decine di incendi visibili dallo Spazio che in 2 mesi hanno già incenerito un’area boschiva delle dimensioni di Piemonte e Lombardia. La zona è così estesa (dalla Groenlandia, alla Siberia, all’Alaska) che per i pompieri è impossibile contenere l’avanzata delle fiamme. Questi roghi senza precedenti (si crede da almeno 10000 anni !) , favoriti dalle temperature straordinarie registrate a giugno, porteranno ad una serie di circoli viziosi peggiorando ulteriormente la situazione climatica mondiale. Oltre alla distruzione di un’ampia regione di quello che viene definito il “secondo polmone della Terra”, con la combustione di legname saranno immesse nell’atmosfera enormi quantità di CO2 contribuendo all’aumento del riscaldando globale. Ma ciò che spaventa di più è quello che accade sottoterra. Molti degli incendi siberiani stanno bruciando terreni di torba ricchi di carbone che è rimasto imprigionato nel suolo per migliaia di anni. Queste sono anche le zone del Permafrost ( il terreno perennemente ghiacciato) che ha immagazzinato nel tempo milioni di tonnellate di gas serra come il metano. Per non parlare della fuliggine che, se trasportata dai venti nell’Oceano Artico, annerirà la superficie dei ghiacciai diminuendone la riflettività ai raggi solari e facilitando così lo scioglimento. Insomma, uno scenario tutt’altro che rassicurante. Questa emergenza mi ha ricordato lo scorso anno quando ho avuto modo (mio malgrado) di assistere all’incendio sul monte Serra nel Pisano , con le fiamme visibili a decine di chilometri. Già quello, nonostante le dimensioni notevolmente inferiori, sembrava una porta aperta sull’Inferno. In quel caso la natura dell’incendio era dolosa (nell’Artico lo è “solo” indirettamente) ed ha continuato a bruciare per diversi giorni distruggendo la vegetazione di una ampia parte del monte. Tornando all’attualità, in mezzo a tutte le notizie drammatiche, mi sono imbattuto in una che mi è sembrata un’ oasi nel deserto. In India un milione e mezzo di volontari hanno piantato negli scorsi mesi 6 milioni di alberi in 12 ore per combattere l’inquinamento (leggi qui). Leggendola ho pensato ad una delle prime cose che ho fatto con mia moglie quando siamo venuti ad abitare nella nostra casa: piantare un ulivo. Poi, alla nascita di nostra figlia, è stata la volta di un ciliegio. Potrei vantarmi dicendo che è dovuto al mio spirito “green” , ma in realtà volevamo solo avere qualcosa da associare a momenti felici. Come un tatuaggio, ma nel terreno. Adesso credo che non importa quale sia stata la motivazione, l’importante è aver fatto qualcosa di buono che resterà anche dopo di noi. L’albero è da sempre utilizzato come simbolo della vita ed in questa “battaglia climatica” può essere il nostro più efficace alleato. Piantare più alberi sarebbe un buon inizio per vincerla. Potrebbe essere una bella idea (per chi ha la possibilità) piantare un albero per ogni nuovo nato. E perché no, magari anche per ricordare una persona che non c’è più. Un contributo ecologico alla nostra “casa” . Ognuno è autorizzato a toccare ciò che vuole, ma a me non dispiacerebbe essere ricordato (spero tra 100 anni !!) guardando un bel pino invece di una fredda “costruzione” di pietra o marmo .

Povero ed affollato Pianeta Terra

( Di Gabriele Franchini )

Ad una persona come il sottoscritto che dall’età di 6 anni è socio del WWF Italia  (ora ne ho 46) e si appassionò ai temi ambientalisti da allora compilando un album di figurine promosso dallo stesso wwf con le specie animali in via di estinzione, vengono i brividi a pensare al decadimento ambientale del pianeta Terra in questi 40 anni. L’elenco delle distruzioni ambientali avvenute, delle minacce attuali e future è troppo lungo, ma in questa sede mi voglio soffermare su un tema, peraltro delicato e che può generare antipatia , in prima istanza, verso lo scrivente. Ebbene voglio enfatizzare come ad oggi la più grossa minaccia per il pianeta (da cui poi altre minacce sono la conseguenza) sia proprio la crescita enorme della popolazione mondiale, trainata in primis dai paesi in via di sviluppo e più in generale dal continente africano e dall’Asia. Cito un dato: la popolazione africana ad oggi è circa 1,3 miliardi ma nel 2050 è prevista a ben 3 miliardi e 4 miliardi nel 2100 ! Lo so che mi accuserete di essere misantropo, forse razzista, egoista, etc ma io invece voglio parlare di scienza, di ambiente e di numeri. Con una popolazione mondiale attuale di 7,5 miliardi di persone, già ad oggi sfruttiamo il nostro pianeta ben al di sopra delle sue capacità di rigenerare le risorse consumate. Non a caso il così detto “Earth OverShoot Day” cade ogni anno in anticipo ed in questo anno già al 29 luglio; quindi la popolazione umana dal 30/7/19 sta consumando ogni giorno più risorse di quelle rigenerabili nell’anno. Ne deriva un saldo negativo globale ambientale, da cui si spiega la crescente deforestazione specie nelle aree tropicali (quelle con più densità di biodiversità) il progressivo impoverimento dei mari, il crescente consumo dei suoli sia per urbanizzazione e cementificazione che per l’agroindustria ( a tal proposito ricordo che il Brasile, nazione al mondo con più alto tasso di biodiversità, è ormai per il 60% un enorme distesa di agricoltura estensiva, di monoculture, infischiandosene della salvaguardia di ambienti naturali e specie animali e chi volesse “sfidarmi” su ciò, venga a casa mia e dal mio Pc con il banale programma Google Earth posso dimostrarlo). Parimenti ben si vede come la foresta amazzonica sia stata distrutta per circa un 40% della sua estensione originaria. Mossa dal business della coltivazione di soia, frumento e dell’allevamento, a fronte della crescente domanda mondiale di risorse alimentari. In 40 anni una fetta di foresta amazzonica grande come l’Europa è stata rasa al suolo, sostituita da campi per agricoltura estesa ed allevamenti, con un’estinzione di biodiversità impensabile. Sono cifre da brividi. Ma ancora più brividi mi vengono pensando che tale distruzione ambientale (tornando al mio album di figurine di 40 anni fa,  tale massiva estinzione di specie animali e vegetali per colpa dell’uomo è di una gravità inaudita ed unico dalla creazione della terra ad oggi), è ancora un antipasto!!!!  Vi spiego: nel 2050 la popolazione mondiale è prevista a ben 10 miliardi di persone, quindi 2,5 miliardi in più (dati ONU, qualsiasi motore ricerca Google  vi espone ciò) e 11 miliardi nel 2100. Ergo: come farà il Pianeta Terra , già oggi in grave deficit, a sopportare una tale crescita di popolazione umana che , unita anche alle crescenti esigenze di sviluppo dei paesi poveri, creerà fabbisogni sempre maggiori di cibo, di energia, di nuove terre da coltivare (e foreste da disboscare), di fiumi da imbrigliare per creare dighe, di nuove strade ed infrastrutture ?? Ed a quali costi può avvenire se non con ulteriore ed esponenziale estinzione delle specie animali, della distruzione di ambienti naturali, con la fine dei territori incontaminati, con il progressivo scioglimento dei ghiacciai ? Non sono misantropo, credo nell’uomo, ma ritengo che quanto sopra esposto deve diventare un “monito” nell’opinione pubblica, credo anche che i paesi in via di sviluppo debbano prendersi le loro responsabilità; è vero che il ricco Occidente, i 500 milioni di europei ed i 400 milioni di americani, ha sottratto molte risorse all’ambiente, ma lo scenario sta cambiando e un continente come l’Africa che diventerà di 4 miliardi di abitanti (se il pianeta non collassa prima!!!) deve assumersi responsabilità, cosi come Cina ed India con altri 3 miliardi di esseri umani. Se un aereo sta perdendo quota rischiando di schiantarsi, i vari piloti non possono litigare sulle colpe passate, ma devono utilizzare il poco tempo rimasto per evitare la catastrofe. Concludo dicendo che serie politiche di controllo della crescita demografica del pianeta aiuterebbero ad evitare l’aggravarsi del problema e se ciò sembra da un lato “misantropia”, lo è solo in apparenza, perché salvare il pianeta ed evitare catastrofi vuol dire consentire di dare spazio a più generazioni future, anziché far distruggere tutto da questa generazione del primo secolo del duemila. 

Siamo in troppi o ci sono troppi ricchi ?

Leggendo l’articolo di Gabriele (che ringrazio) non posso non concordare con tutta la sua premessa e i dati forniti (che sono oggettivi). Però , gli ho detto che avrei aggiunto questo mio pezzo, in quanto ho un diverso punto di vista sulle conclusioni. Sono andato a ricercare il mio libro universitario di “Sociologia dell’ambiente” (Tempi storici Tempi biologici) perché è da quel periodo che ho cominciato a considerare il problema. L’impennata degli ultimi 150 anni visibile sul grafico dell’andamento demografico fa impressione . 
All’inizio pensai che la principale soluzione ai problemi del pianeta, potesse essere una diffusa politica di controllo delle nascite, soprattutto nei paesi del Terzo mondo. È indubbio che ognuno di noi abbia un’ impronta ecologica e l’impatto totale dell’Uomo ne è la somma . Un dato che mi ha fatto meditare , però, è la diversa influenza che hanno le varie nazioni . Ad esempio i consumi di uno svizzero , mediamente, sono 40 volte superiori a quelli di un somalo. Quindi , se il 10% della popolazione mondiale (la più ricca) è responsabile del 50% delle emissioni di gas a effetto serra, mentre il 50% più povero ne produce solo il 10%, non è solo un problema di numero, ma di stile di vita. Teoricamente, per ottenere il medesimo risultato, basterebbe “far sparire” i 140 milioni di individui più facoltosi a fronte di 3 miliardi dei più umili. Sarebbe un bel risparmio di fatica .. ma non credo che l’ONU approverebbe una simile risoluzione. Provocazioni a parte, questo dovrebbe far riflettere. Siamo sicuramente in tanti, ma troppi rispetto a cosa ? Se vivessimo in totale armonia con la Natura come facevano i Lakota Sioux prima dell’avvento dell’ Uomo Bianco, probabilmente potremo superare anche i 20 miliardi di individui (??). Se il modello è quello occidentale, con le nostre esigenze di energia sempre crescenti , questo pianeta è inadeguato. Peccato che al momento non ce ne sia uno di scorta . Ammesso che si possa contenere la popolazione di Africa e Asia, siamo certi che questo non diventerebbe un alibi per continuare a sperperare risorse e ad inquinare ? In quel caso avremmo semplicemente procrastinato il problema. Soltanto cercando di vivere in modo diverso potremo trovare l’equilibrio. Lungi da me colpevolizzare gli occidentali , ma una cosa che ho notato, parlando con le persone, è che generalmente , a prescindere dal reddito, quasi tutti si lamentano della propria disponibilità economica. Questo è dettato da ciò che si può fare ed avere o da quello che si vorrebbe ? E quanto di tutto ciò è indotto dalla società in cui viviamo ? Vorremmo avere sempre qualcosa in più , ma qual’ è il livello “adeguato” ? Ronaldo ? Berlusconi ? Bill Gates ? Se, per assurdo, le persone “normali” avessero tali possibilità, per la Terra sarebbe un disastro ! 
Le razzie agli ecosistemi operate dai paesi avanzati non giustificano quelli in via di sviluppo ad imitarli. Ma, a mio parere, sono quelli storicamente più ricchi ad avere un dovere morale verso l’Umanità . Dovrebbero tracciare la linea da seguire, limitando gli sprechi ed azzerando le emissioni inquinanti. In più, dovrebbero concedere ai paesi arretrati le risorse finanziarie e tecnologiche che gli permettano di creare le infrastrutture necessarie per una vita dignitosa dei loro popoli (adattando queste esigenze ai cambiamenti climatici in corso). 
In fondo il modo più efficace per avere un controllo delle nascite (la storia insegna) è la diffusione dell’istruzione e il miglioramento delle condizioni di vita. 
Secondo l’ultimo rapporto dell ‘ IPCC dell’ 8 agosto scorso, i cambiamenti climatici porteranno a fenomeni atmosferici estremi, siccità, carestie e di conseguenza nuove guerre. Tutto questo aumenterà a dismisura i flussi migratori e a quel punto non basteranno tutti i Salvini del mondo per fermarli (leggi qui).

Riciclo o riutilizzo ?

Per adesso sono ancora nella fase in cui mi passano mille idee in testa e non ho uno schema preciso su cosa scrivere di volta in volta . Così vado ad istinto. Ho ricevuto diversi consigli tra cui quello di non focalizzarmi soltanto sui grandi temi , ma parlare anche del quotidiano. L’assist me l’ha fornito qualche giorno fa mia figlia di 8 anni . Come sempre siamo andati ad una fontana con le nostre bottiglie di vetro, ma una volta riempite, il manico di uno dei portabottiglie in plastica si è spezzato . Sonia c’è rimasta male e mi ha chiesto cosa potevamo fare. Io tranquillamente le ho risposto che dovevamo buttarlo e lei se ne è uscita con un inaspettato “mi mancherà“. La scena mi è sembrata molto buffa e mi è scappato da ridere, poi ho minimizzato dicendole che sarebbe bastato andare in un negozio ed acquistarne uno nuovo. La mattina seguente, mentre facevo colazione, guardando questo oggetto di plastica (non riciclabile) continuavo a rimuginare. Spesso diamo delle risposte ai bambini senza immedesimarci nel loro modo di pensare . Ed io non ero soddisfatto dell’episodio del giorno prima . Così quando Sonia si è svegliata le ho detto : ” Sai cosa facciamo oggi ? Ripariamo il portabottiglie giallo “. Sul momento non ha capito, ma poi l’ha visto sul tavolo con gli attrezzi e le è uscito un sorrisone spontaneo . Abbiamo cominciato a studiare il “caso” , io con la mia assistente. Dopo, ho preso la cinghia di una vecchia borsina fissandola con 4 viti come manico. Il lavoro non era di una difficoltà proibitiva ed esteticamente il risultato non è il massimo ( come si vede in foto ) . Comunque è funzionale e una volta alzato il contenitore con le bottiglie dentro, Sonia mi ha guardato come se fossi un genio del fai-da-te (ed io, naturalmente, non ho detto nulla per modificare questa idea ..) . Di solito siamo un po’ troppo “brillanti” nel buttare le cose rotte o solo vecchie nel bidone . Anche se un oggetto ha un valore modesto, non significa sia giusto farne un rifiuto (che andrà in discarica o in un termovalorizzatore) . Uno dei problemi più grossi riscontrato nelle nostre città è proprio lo smaltimento dell’ immondizia . La raccolta differenziata porta a porta è stata un grande passo avanti e l’Italia ha una percentuale rilevante (incredibile !). Il problema è che mancano gli impianti di trattamento per rigenerare i materiali recuperati ( leggi qui ). Spesso sono le famiglie a non fare una buona differenziazione , magari seguendo la leggenda metropolitana del “che lo faccio a fare, tanto buttano tutto nello stesso posto“. Così siamo costretti a mandarne una grande mole all’estero ( sostenendo notevoli costi ) . Anche gli oggetti che vengono effettivamente riciclati hanno comunque un “costo ambientale” . Non è che una bottiglietta venga fusa per poi essere rimodellata come creta. Se ne possono ottenere articoli diversi, ad esempio una coperta. Ma le domande che dobbiamo farci sono : quanta energia servirà per completare questo processo ? E quanta acqua ? Altro fattore che rischia di diventare determinante nei prossimi anni . Quindi riciclare è bene, ma riutilizzare è meglio. Limitare al massimo il consumo dei prodotti “usa e getta”, utilizzare borracce per bere, borse per fare la spesa, acquistare prodotti alimentari sfusi e detergenti (per la casa o per l’igiene) “alla spina” ne sono buoni esempi. Insomma, un ritorno al passato, ma non per necessità economica : per consapevolezza . Concludo dicendo che non si può riparare qualsiasi aggeggio in casa, magari dopo una giornata di lavoro. Però, quando si ha un po’ di tempo .. . Io ho vissuto un bel momento padre-figlia. Ci siamo divertiti. In aggiunta nutro la convinzione che sia stato anche educativo. Probabilmente molto più di una qualsiasi paternale .